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L’ondata della paura, la “guerra grande” brucia 6mila miliardi

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Economia 

10/03/2026

da Il Manifesto

Luigi Pandolfi

Vedo nero Il greggio vola a 120 dollari al barile e scende solo per l’intervento dei sette Grandi, le borse gonfiate dall’Ia perdono quasi ovunque

Un lunedì nero. In Iran le bombe abbattono quartieri, colpiscono scuole e ospedali, riempiono il cielo di nubi tossiche. È qui che l’escalation mostra il suo volto più brutale, mentre tremano i Paesi del Golfo e Israele fa i conti con i razzi che cadono sulle sue città. Ma l’onda d’urto non resta confinata ai territori colpiti. Si estende rapidamente anche al mondo immateriale dei mercati. Ieri anche le borse e le materie prime hanno tremato forte, aprendo una settimana che si annuncia tesissima per l’economia globale.

LA PRIMA FAGLIA si è aperta a Tokyo: il Nikkei ha perso oltre il 5%, trascinando Seul (-7,67%) e il resto dell’Asia. Intanto il petrolio è schizzato fino a 119 dollari al barile, un balzo del 25% in poche ore, il livello più alto da quattro anni. Alle cinque del mattino ora italiana il Brent viaggiava ancora sopra i 107 dollari. I prezzi sono scesi sotto quota 100 solo nel pomeriggio, dopo che i ministri delle finanze del G7 hanno dichiarato che il gruppo «è pronto» a rilasciare petrolio dalle riserve di emergenza: una valvola di sicurezza per frenare la corsa del greggio.

L’Iran, da parte sua, ha comunque già ottenuto un risultato strategico: dimostrare che può colpire l’Occidente non solo con le armi, ma anche con i mercati. «Solo il dolore economico porrà fine alla guerra», ha dichiarato Kamal Kharazi, consigliere di politica estera della Guida Suprema.

È stato un terremoto sincronizzato: rendimenti obbligazionari in salita, azioni in caduta quasi ovunque, volatilità alle stelle. Nel Regno Unito il rendimento dei titoli a due anni è balzato oltre il 4,1%, mentre in Turchia il premio è quasi raddoppiato. Una svendita globale che ha cancellato di colpo 6.000 miliardi di dollari.

IN EUROPA l’onda asiatica è arrivata senza perdere forza. Tutti gli indici hanno poi chiuso in rosso, con Milano che ha limitato i danni nelfinale (-0,3%) solo grazie agli energetici e alle armi: Leonardo ha guadagnato il 6,55%, un altro segno (se ce ne fosse bisogno) della corsa verso i settori «a prova di guerra».

Il continente europeo è il più esposto allo choc energetico. Secondo Oxford Economics, l’aumento del petrolio potrebbe aggiungere oltre un punto percentuale all’inflazione italiana nel quarto trimestre. Germania e Regno Unito seguono a ruota. Il gas, intanto, è già salito di due terzi in una settimana (59 euro a mwh).

E IN AMERICA? Trump, fedele al suo stile, ha definito i 100 dollari al barile «un prezzo molto basso da pagare», lasciando intendere che Washington non ha intenzione di frenare l’escalation. Gli Stati Uniti, oggi esportatori netti di petrolio e gas, si sentono protetti. Ma il quadro non è così roseo: l’indice borsistico S&P 500 continua a perdere terreno, mentre sui Treasury pesa il sell America (svendi America).

IN QUESTO SCENARIO torna a riaffacciarsi un fantasma antico: il credito privato. Lloyd Blankfein, ex Goldman Sachs, parla apertamente di «sentore da 2008»: troppa «leva» (investimenti a debito), troppa opacità, troppa esposizione a un rialzo dei tassi proprio mentre la guerra alimenta l’inflazione. I segnali non mancano. BlackRock ha limitato i rimborsi su un fondo da 26 miliardi dopo un’ondata improvvisa di richieste di uscita. Blackstone ha dovuto alzare frattanto il tetto ai riscatti. Blue Owl è intervenuta ricomprando quote dei propri fondi. Il problema è strutturale: questi fondi prestano denaro a imprese che non possono accedere facilmente al credito bancario, ma i loro prestiti non sono liquidabili rapidamente. Se troppi investitori bussano alla porta insieme, il sistema si inceppa.

IL SETTORE VALE oggi 1.800 miliardi di dollari e una parte consistente è concentrata nel software, proprio mentre l’intelligenza artificiale solleva dubbi sulla sua sostenibilità. Alcuni analisti temono che un rallentamento possa innescare una catena di insolvenze, insomma. «Quando i mercati incontrano un cigno nero, tutto potrebbe crollare contemporaneamente», avverte Anna Wu di Van Eck Associates. È ciò che molti temono: che la crisi energetica e geopolitica si intrecci con le fragilità accumulate nel credito privato, amplificando gli choc.

QUESTO SCONQUASSO, d’altra parte, arriva in un sistema che da cinque anni vive in apnea: inflazione ostinata, catene di fornitura fragili, conflitti. La Fed aveva già segnalato che non avrebbe tagliato i tassi presto; ora i mercati vedono uno o due tagli al massimo, e solo da settembre. La Bce potrebbe addirittura alzare. La Bank of England è già su questa strada. Tutto questo mentre la crescita rallenta e il rischio recessione negli Stati Uniti è salito al 38% nelle contrattazioni notturne. Si parla di «stagflazione», evocando la crisi petrolifera degli anni Settanta.

FUORI DA BOLLE e algoritmi, le famiglie a basso reddito, che spendono gran parte del proprio bilancio in carburanti, bollette e cibo, sono le prime a subire le conseguenze. I lavoratori perdono potere d’acquisto, gli Stati più indebitati devono scegliere tra sostenere i cittadini o rispettare i vincoli di bilancio. Al contrario, chi opera nei settori della difesa e dell’energia, o chi specula sui mercati vede aumentare profitti e rendite. Da questo punto di vista, è nient’altro che il «ritorno del sempre uguale».

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