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L’Occidente si divide, le guerre si intrecciano

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Politica estera

02/09/2026

da Remocontro

Massimo Nava

Per riflettere meglio sul risultato del referendum in Islanda con la metafora dei pesci in faccia alla Ue e con la tesi populista della difesa di un’identità nazionale – andrebbe rivolto lo sguardo verso oriente in Kirghizistan, al vertice a cui partecipano il presidente russo Putin, il presidente cinese Xi Jinping, il presidente indiano Modi, i presidenti dell’Iran Pezeshkian e del Pakistan Sharif e rappresentanti di altri Paesi asiatici. Corriere sulla scia di Orteca, e Massimo Nava colpisce.

Paesi arrabbiati con l’Occidente

È un gruppo di Paesi che vuole mostrare un fronte unito nel quadro delle guerre in Ucraina e in Iran e delle crescenti tensioni con l’Occidente. Per quanto eterogeneo e con notevoli divergenze interne, questo fronte rappresenta il 40% della popolazione mondiale e il 25% del Pil globale. I tentativi di convergenza e di alleanze sono anche la diretta conseguenza degli attuali scenari, di un aumento esponenziale del «disequilibrio» della paura, nel momento in cui diversi Paesi si sentono o sono minacciati, aumentano il proprio potenziale difensivo, cercano nuove alleanze. 

Mondo occidentale avvelenato

La percezione della minaccia aumenta anche la demonizzazione dell’avversario, l’intossicazione delle opinioni pubbliche, la spinta a sempre più massicci investimenti militari. Una situazione di questo genere appare peggiore dell’opposizione fra blocchi in epoca di «guerra fredda» e più simile alla sbornia propagandistica e militare che precedette lo scoppio della prima guerra mondiale. L’aumento esponenziale delle spese militari disorienta le opinioni pubbliche e interferisce nei sistemi economici.

Valori rallenty e incerti

Da una parte, c’è un gruppo di Paesi che può assumere rapidamente decisioni e iniziative a prescindere dagli standard di democrazia interna e dai condizionamenti della rete sui cittadini. Dall’altra, una Ue e in generale un blocco occidentale meno attrattivi, divisi al proprio interno, in difficoltà nell’affermare e tradurre in pratica la superiorità dei valori occidentali, anche perché i processi politici e le reazioni dei cittadini sono fortemente influenzati dalla rete.

Classi dirigenti fuori sintonia

Il voto islandese può essere visto anche come specchio di processi democratici più lenti e di un’evidente distanza fra volontà popolare e classi dirigenti. Distanza che invece non ha alcun peso nei regimi autoritari. I sostenitori del Sì vedevano l’adesione alla Ue anche come una maggiore integrazione e protezione. Fra gli slogan per il No, c’era «Non voglio che mio figlio debba arruolarsi nell’esercito europeo». Insomma, l’idea di mettersi al riparo dai guai incombenti sull’Europa. Se l’Occidente si divide e si indebolisce e i regimi autoritari o non allineati trovano punti di convergenza economica, politica e militare, gli scenari non sono rassicuranti.

Cose dell’Altro mondo

Una dozzina di capi di Stato sono dunque a Bishkek, capitale del Kirghizistan, per celebrare i 25 anni dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (Sco). Il gruppo riunisce Russia, Cina, India, Pakistan, Iran, quattro Paesi dell’Asia centrale e la Bielorussia, alleata di Mosca. L’Organizzazione si è inizialmente concentrata su questioni economiche. Negli ultimi anni ha acquisito slancio politico sotto la guida di Mosca e Pechino. Oltre ai suoi 10 membri, conta ora 15 «partner di dialogo», tra cui Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Ha inoltre due Paesi osservatori: Afghanistan e Mongolia. La Russia e l’Iran – tra gli Stati più sanzionati al mondo – hanno notevolmente rafforzato i propri legami militari ed economici durante la guerra in Ucraina. L’incontro di Putin con il presidente iraniano Pezeshkian avviene pochi giorni dopo che il direttore della Cia John Ratcliffe ha compiuto un viaggio a Mosca in cui si è probabilmente discusso dell’Ucraina e dell’Iran con le controparti russe. Sotto traccia, ci sono punti di collegamenti fra i due conflitti. 

Arbitri senza fischietto

Al vertice di Bishkek partecipano membri della Sco nel pieno di conflitti militari – in Ucraina e in Iran – e di guerre commerciali, con l’imposizione di dazi statunitensi sui beni cinesi e indiani. Gli Stati Uniti hanno inoltre inflitto sanzioni secondarie ai partner commerciali dell’Iran nei settori dell’oro, della tecnologia, delle risorse digitali, dell’aviazione e del trasporto marittimo. La Cina, uno dei principali importatori di petrolio iraniano, «difenderà con fermezza» i propri interessi. Teheran ritiene che la propria adesione a queste alleanze possa consentirle di aggirare le sanzioni statunitensi ed europee.

Ucraina Iran troppo legate

La  guerra in Iran e quella in Ucraina stanno entrando in contatto anche nell’area del Mar Caspio . In giugno, la marina ucraina ha attaccato una nave da carico iraniana. Ma l’intreccio tra queste due  guerre va ben oltre un episodio isolato. Riguarda lo scambio di informazioni militari, l’organizzazione delle catene di approvvigionamento e la riconfigurazione delle alleanze militari, come riporta il Courrier International. In precedenza, secondo un rapporto statunitense del 2022, l’Iran aveva schierato membri dei Guardiani della Rivoluzione nella penisola di Crimea e nel Donbass per aiutare l’esercito russo a manovrare i droni Shahed. Da parte sua, lo scorso febbraio Kiev ha classificato i Guardiani della Rivoluzione iraniani come organizzazione terroristica. La cooperazione tra i servizi segreti russi e iraniani si è vista in Medio Oriente, poiché la Russia avrebbe fornito all’Iran immagini satellitari delle postazioni militari americane nei paesi arabi del Golfo. Sono notizie rilanciate da diversi media americani.

                            

Mercati di guerra

D’altra parte, tra alcuni Paesi del Golfo e l’Ucraina le relazioni non sono più solo diplomatiche ed economiche. L’Ucraina fornisce droni di intercettazione e invia esperti militari. In cambio, ottiene energia e investimenti. I Paesi del Golfo mantengono peraltro buone relazioni con la Russia attraverso l’Opec. Da parte sua, l’Arabia Saudita ha firmato recentemente un accordo di difesa con Turchia e Pakistan, pur mantenendo sul proprio territorio basi militari statunitensi.

Caspio dopo Hormuz e Bab El-Mandeb?

Questo fragile equilibrio rischia di essere scosso da nuove tensioni nel Mar Caspio, una via fondamentale di rifornimento economico e militare tra la Russia e l’Iran. Contemporaneamente si intensificano le minacce iraniane sulle due vie di rifornimento rappresentate dagli stretti di Hormuz e di Bab El-Mandeb. Il Caspio, in buona sostanza, è un altro «stretto», un altro canale di comunicazione marittima che potrebbe essere presto sotto scacco. Gli armatori turchi, secondo quanto riferisce il sito Focus Europe, avvertono che l’escalation degli attacchi alle navi mercantili nel Mar Nero potrebbe portare al fallimento le compagnie che operano nella regione, qualora la crisi legata alla guerra in Ucraina dovesse protrarsi. Le navi sono costrette a rimanere fuori servizio, mentre i costi assicurativi e gli altri oneri operativi continuano ad aumentare. 

  • Il Mar Nero, da tempo arteria vitale per le spedizioni globali di cereali, petrolio e merci in generale, è diventato una delle vie navigabili commerciali più pericolose al mondo.
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