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ll sostanziale stallo dei conflitti crea un pantano pericoloso

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Da non dimenticare

31/05/2026

da Remocontro

Giovanni Punzo

Accanto alla mancanza di volontà politica e all’incapacità di concluderli, l’altra spiegazione riguarda la natura delle armi con le quali sono combattuti. Ogni soluzione tecnologica adottata, per quanto avanzata e innovativa, viene fermata dall’evoluzione dell’armamento avversario. Il tema non è affatto nuovo: più di un secolo fa, durante la Grande Guerra, la situazione sul fronte occidentale, a Verdun e sulla Somme, era abbastanza simile, ma i massacri continuarono lo stesso. Eppure un grido d’allarme sui possibili sviluppi devastanti provocati dall’impiego di nuove armi era stato appena lanciato anche allora.

Droni, software e intelligenza artificiale

Il campo di battaglia dei conflitti in corso è ormai dominato da tre componenti essenziali: droni, software e intelligenza artificiale hanno infatti sovvertito tutte le teorie – elaborate soprattutto delle grandi potenze – che sostenevano la ‘guerra chirurgica’, basata cioè sulla tecnologia più avanzata fatta di satelliti, aerei invisibili, missili di grande precisione, dominio aereo e informatico in un unico breve attacco decisivo. Questa nuova forma di guerra si è sviluppata a partire dall’invasione dell’Ucraina, ma sappiamo che queste stesse componenti costitutive si stanno rivelando determinanti in Medio Oriente, nel Golfo Persico e anche dove non si combatte ancora una guerra guerreggiata, come nel caso del braccio di mare che separa la Cina da Taiwan.
In altre parole il paradosso è che la stessa tecnologia, che nelle mani dei forti avrebbe dovuto assicurare la vittoria fulminea sui deboli, li sta rendendo invece più forti e in grado di dissanguare gli aggressori. All’interno di questo paradosso ne esiste un secondo: l’economico drone da poche decine di dollari è in grado di mettere in crisi sistemi di difesa missilistici costati milioni. Piegare l’avversario alla propria volontà con grandi operazioni di bombardamento delle infrastrutture e delle reti di comunicazione è diventato insomma costosissimo.
In un recente articolo dedicato a queste trasformazioni “Economist” ha concluso che più si sviluppano queste tecnologie, tanto più affrontare deliberatamente un attacco armato ad un paese straniero come gesto politico diventa una scelta poco saggia. O una scelta impossibile, come nel film “Wargame” in cui il computer che regola il ‘gioco’ della guerra termonucleare continua a ripetere: “Nessun vincitore”.

Le trincee di Verdun e della Somme

La Prima Guerra mondiale costituì un esempio di questa continua e serrata dialettica tra armi e tattiche nuove, nessuna delle quali riusciva tuttavia a garantire il sopravvento. Sul fronte occidentale si compirono carneficine che ancora oggi turbano le coscienze europee. Nel luglio 1916 francesi e inglesi, dopo una pianificazione accurata e una disponibilità di risorse quasi illimitata, attaccarono le linee tedesche sulla Somme. In precedenza – è bene ricordarlo – si era appena compiuta la battaglia di Verdun, che era costata a francesi e tedeschi settecentomila caduti, senza per altro che il fronte subisse variazioni di rilievo.
Nonostante ciò la mattina del 1° luglio, dopo un bombardamento di artiglieria durato cinque giorni, file ordinate di soldati si mossero contro le linee tedesche: solo il primo giorno ne morirono più di ventimila, la peggiore giornata della storia militare britannica. La battaglia divenne subito un congegno di logoramento: infliggere perdite al nemico diventava più importante che evitare le proprie o guadagnare terreno. Strategicamente la battaglia della Somme fece cessare quella di Verdun e desistere i tedeschi dal riprenderla, ma le perdite furono comunque pesantissime.
In questo contesto pare sia stata pronunciata una delle frasi più drammatiche e ciniche di tutta la guerra: il generale inglese Rawlinson disse ad un certo punto che “si stavano uccidendo più ‘boches’ di quanti ce fossero” (L’espressione francese ‘boches’ era un dispregiativo, come potrebbe essere ‘mangiacrauti’).

Ivan Bloch e Norman Angell

Per tornare all’articolo di “Economist” sulle conseguenze che potrebbero derivare dallo scatenamento deliberato di una guerra e per restare nell’ambito della Prima Guerra mondiale, vale la pena di ricordare la figura di Ivan Stanislavovich Bloch, economista e banchiere russo di nazionalità polacca che nel 1899 profetizzò il carattere catastrofico di una futura guerra in Europa. Le armi moderne, soprattuto il fucile a ripetizione e la mitragliatrice, che davano al difensore trincerato un vantaggio sull’assalitore, avrebbero cristallizzato il fronte in due linee continue contrapposte. La guerra sarebbe insomma diventa un duello tra potenze industriali che avrebbero spinto al massimo la produzione nella massima indifferenza per le perdite, per le condizioni dei lavoratori e della popolazione civile.
Lo stesso Bloch, che conosceva molto bene la situazione interna della Russia zarista, aveva intuito una catastrofe qualora il paese non fosse riuscito ad organizzarsi in tal senso, catastrofe che dopo tre anni di guerra furono la rivoluzione russa e il crollo del regime zarista. Indubbiamente Bloch ebbe delle acute intuizioni, anche se – come osservano i critici – non seppe prevedere lo sviluppo di altre armi. È tuttavia singolare che, negli stessi anni, anche l’inglese Norman Angell predisse una catastrofe nel caso di una guerra tra le potenze europee.
Senza indugiare sugli armamenti, Angell osservò che l’interdipendenza tra i diversi paesi era tale da provocare comunque gravi conseguenze qualora i rapporti politici, economici e commerciali si fossero interrotti a causa di una guerra. Un possibile antidoto avrebbe potuto essere al contrario aumentare contatti e relazioni a tutti i livelli: una sorta di prima globalizzazione avrebbe reso impossibile un conflitto armato.

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