05/05/2026
da Sbilanciamoci
Alfio Nicotra, nuovo coordinatore della Rete Pace e Disarmo, risponde a Ernesto Galli della Loggia: la guerra non è un «cimento supremo», ma un fallimento — come dimostrano Afghanistan, Iraq e Libia.
Dopo l’affermazione apodittica — «solo l’Occidente conosce la storia» — con cui Ernesto Galli della Loggia ci aveva già «deliziato» nelle linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito, commissionate dal ministro Giuseppe Valditara, ecco che il nostro torna sul Corriere della Sera il 4 maggio con un nuovo j’accuse: questa volta contro il pacifismo italiano.
Secondo Galli della Loggia, la Seconda guerra mondiale avrebbe lasciato in eredità al nostro Paese una «sindrome dell’inerme», una sorta di incapacità a concepirsi come soggetto attivo nei conflitti, che renderebbe gli italiani tra i più freddi in Europa nei confronti della causa ucraina. Si tratterebbe, scrive, di «un sentimento tenace — depositatosi e cresciuto nella coscienza collettiva in seguito alla tragedia del 1940-45 — che l’Italia non può nulla, non può contare nulla, e che dunque è assurdo che si ponga, sia pur semplicemente armandosi a scopo dissuasivo, nella prospettiva di quel cimento supremo che è la guerra».
«Cimento supremo»: così viene definita la guerra. E così gli italiani diventano, implicitamente, un popolo di smidollati, incapaci di misurarsi con essa. Ma proprio contro questa idea i padri e le madri costituenti hanno scolpito nell’articolo 11 della Costituzione un principio radicale: il ripudio della guerra.
Qui sta un nodo decisivo che l’editorialista del Corriere sembra ignorare — o voler ridurre a una questione semantica. Ripudio non è sinonimo di rifiuto: è qualcosa di molto più profondo. Si ripudia ciò che ci appartiene, ciò con cui si ha un legame intimo e storico — un padre, una madre, un figlio. Il ripudio della guerra è dunque un atto politico e morale radicale, che nasce dalla consapevolezza di quanto la guerra sia stata parte della nostra storia, e proprio per questo la nega, la bandisce, la supera.
Non è l’atteggiamento di un Paese inerme: è un progetto. Uno dei più ambiziosi della modernità politica. Il tentativo di spezzare la continuità con una storia fondata sulla violenza e aprirne una nuova. L’esatto contrario di ciò che sostiene Galli della Loggia: non è il rifiuto della guerra a essere segno di codardia, ma la sua accettazione come destino inevitabile. Il vero coraggio sta nel costruire un ordine in cui la guerra non sia più considerata «naturale».
«Ma la guerra esiste», obietta l’editorialista, richiamando l’articolo 52 della Costituzione, che sancisce il dovere di difesa della Patria. Certo: difesa. Non guerra. Ridurre la prima alla seconda — come egli fa — significa cancellare una distinzione fondamentale su cui si regge l’intero impianto costituzionale.
Ancora più discutibile è la lettura psicologica proposta: essere contro la guerra sarebbe un «sentimento di disprezzo di sé», che si rovescerebbe in un disprezzo larvato verso chi combatte, come il popolo ucraino. Una tesi che non solo banalizza il pacifismo, ma ne rovescia completamente il senso.
Le radici del pacifismo italiano, infatti, sono ben più profonde e complesse di quanto si voglia far credere. Affondano nel rifiuto delle guerre coloniali, nell’opposizione al primo conflitto mondiale — basti pensare alla posizione di Giacomo Matteotti —, nella denuncia della «inutile strage» da parte di papa Benedetto XV, nelle lotte operaie di Torino durante la disfatta di Caporetto, nelle pagine censurate de l’Avanti!. È una tradizione lunga e radicata, che ha sempre messo in discussione la retorica della guerra come prova di virilità nazionale — quella stessa retorica che tanti intellettuali, «calzando l’elmetto», hanno contribuito a legittimare.
Quanto all’accusa più ricorrente — quella di voler consegnare l’Ucraina al suo aggressore — essa appare ormai un disco rotto. Il movimento per la pace non ha mai sostenuto la resa: ha sostenuto, piuttosto, che questa guerra — come molte guerre contemporanee — non può essere vinta militarmente. Da decenni, i conflitti non si concludono con una vera pace, ma con instabilità croniche e nuove violenze.
Chi ha vinto in Iraq? Gli Stati Uniti e la «coalizione dei volenterosi», di cui anche l’Italia faceva parte? E l’orrore dell’ISIS, da dove nasce? In Afghanistan, dopo vent’anni di guerra, chi può dirsi vincitore? I Talebani? In un Paese nuovamente attraversato da violenze e tensioni regionali?
Anche il diritto internazionale viene evocato in modo selettivo. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce sì il diritto di autodifesa, ma lo subordina all’intervento della comunità internazionale per ristabilire la pace: non legittima una guerra senza fine, bensì indica la necessità di una soluzione diplomatica. Eppure l’Europa, e voci come quella di Galli della Loggia, insistono quasi esclusivamente sull’invio di armi, relegando il negoziato a un ruolo marginale.
«Non ci sentiamo pronti alla minima audacia», scrive l’editorialista. Ma quale audacia? Quella delle armi? O quella, ben più difficile, di costruire la pace?
Lo scrive, tra l’altro, in giorni in cui civili disarmati tentano di rompere l’assedio di Gaza, venendo fermati e repressi. Anche questo dovrebbe far riflettere su cosa significhi davvero coraggio.
Vale allora la pena rovesciare la prospettiva. Chi ha accolto i profughi ucraini, spesso supplendo alle carenze degli Stati? Chi ha organizzato carovane umanitarie sotto le bombe? Chi sostiene gli obiettori di coscienza russi, bielorussi e ucraini che rifiutano di sparare? Sono, spesso, proprio quei pacifisti tanto disprezzati.
Andrebbe posta, piuttosto, un’altra domanda: perché, dalla prima guerra del Golfo in poi, il paradigma militarista ha fallito ovunque, lasciando dietro di sé macerie, instabilità e società più fragili?
Il mondo si riarma da oltre vent’anni. È forse diventato più sicuro?
Fino a quando — e fino a dove — si intende spingere questa follia?
Galli Della Loggia

