09/04/2026
da Il Fatto Quotidiano
La spaccatura a metà del Paese dovuta al maxi smottamento in Molise può non essere un caso. Su 680mila cedimenti di terreno cartografati in tutto il Paese, solo poco più di mille sono quelli ufficialmente controllate. L'esperto: "Preoccupa tantissimo ciò che accadrà nei prossimi vent’anni"
Su oltre 680mila frane censite in Italia, numero probabilmente non esaustivo rispetto a quelle davvero presenti, poco più di mille sono quelle ufficialmente monitorate. Non c’è un piano sistematico per cartografarle, cosa che avviene per altri tipi di eventi, come i terremoti. Non è previsto neppure dal tanto atteso (e criticato) Piano di adattamento al cambiamento climatico. Un controsenso, dato che tra i fattori che le innescano ci sono alcuni degli effetti del riscaldamento globale, come siccità e piogge intense. Di fatto, è stato proprio il monitoraggio della storica frana di Petacciato, in provincia di Campobasso (una delle più estese a livello europeo) a permette di evitare conseguenze peggiori. Come spiegato dal sindaco, Antonio Di Pardo, la frana è “un fenomeno ricorrente, quasi ciclico, che interessa l’intera costa terrestre, la quale lentamente scivola verso il mare”. Una “bestia” con cui convivere, come il primo cittadino ha definito questa frana “intermittente”, impossibile da bloccare in maniera definitiva, ma di cui si possono mitigare gli effetti. Dopo l’ultimo evento, nel 2015, gli interventi si sono fermati alla fase progettuale (per circa 40 milioni di euro), tra rilievi e sondaggi, ma i lavori devono ancora partire (Leggi l’approfondimento). Ma mentre ci si interroga sui fattori che hanno potuto contribuire alla riattivazione di questa storica frana, compresi quelli legati al cambiamento climatico, è legittimo chiedersi quanto sia esposta l’Italia, cosa davvero si sappia delle aree a rischio e cosa potrà accadere con l’inasprirsi degli effetti del riscaldamento globale. ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto a Fausto Guzzetti, geologo del Cnr e professore all’Università di Durham, in Gran Bretagna, da tutta la vita studioso di frane. “Mi preoccupa tantissimo ciò che accadrà con il cambiamento climatico nei prossimi vent’anni e – spiega – non tanto che le frane si riattivino, perché possiamo fare poco, ma perché ad oggi è complicato fare previsioni utili di ciò che avverrà”.
Come spiegato dalla Regione Molise, tra il 1906 e il 2015 sono stati registrati almeno 15 episodi franosi importanti a Petacciato, quasi sempre coincidenti con piogge intense, quindi a eventi meteorologici. C’è un collegamento con il cambiamento climatico?
Faccio una distinzione: la pioggia in sé è un evento meteorologico, mentre la frequenza e le intensità con cui nel tempo si verificano questi eventi cambia per effetti climatici. È vero che la frequenza delle piogge intense sia in aumento ed è vero che le piogge intense innescano frane. In generale, più sono intense e più ne innescano, fino a certi limiti, anche se tipicamente le piogge intense innescano frane di piccole dimensioni, quelle che reagiscono più velocemente alla pioggia. Semplificando, si muovono perché la pioggia che cade al suolo si infiltra nel terreno, lo appesantisce e crea delle pressioni. Il terreno reagisce franando. Questo avviene, tipicamente, negli strani più superficiali del suolo. È l’effetto più evidente e consolidato dei cambiamenti climatici: tante frane superficiali, a volte tantissime, come mostra quanto accaduto in Emilia Romagna nel maggio del 2023.
La frana di Petacciato, invece, è una frana molto profonda.
I motivi per cui il clima agisce sulle frane sono tantissimi. In linea generale, piogge intense innescano frane piccole, difficilmente quelle grandi, ma questo non significa che si azzera il rischio. Aumentano, inoltre, le evidenze – ancora molto poco note in letteratura scientifica – che non sia solo la frequenza della pioggia, ma anche i periodi di siccità, seguiti da piogge intense, a innescare frane a quel punto di dimensioni anche più grandi. Spesso e volentieri, in terreni argillosi o limosi, come quello di Petacciato, la presenza di lunghi periodi di siccità fa aprire delle fratture nel terreno. A quel punto, la pioggia intensa può arrivare anche a profondità notevoli in tempi molto veloci. È un meccanismo che si sta studiando e che sembra funzionare su questo tipo di terreni. La verità è che i diversi impatti che gli effetti dei cambiamenti climatici, come piogge intense e siccità, possono avere sulle frane, complica analisi e previsioni. Un altro tema molto importante è delle aree urbane o periurbane con gli effetti delle piogge intense sull’idraulica sotterranea, le fognature, i tombini delle strade, che possono essere stati progettati per un certo quantitativo. Se piove molto di più, non si riesce a drenare in modo efficace e parte dell’acqua resta lì. E questo può portare a frane, anche profonde. E ancora, piogge intense possono creare erosioni incanalate lungo i torrenti, che vanno a incidere il corpo o i bordi della frana. Anche questo è un effetto indiretto e che riguarda, anche in questo caso, in particolare le frane profonde. Ed è una delle cause indicate per l’ultimo evento di Niscemi (poco meno profondo di quella di Petacciato, ndr), certamente per quello del 1997. Sono tutte concause e spesso, di fatto, le frane grandi sono innescate da più fattori, anche se l’acqua è la benzina nel motore di molte frane.
Quanto è esposta l’Italia? Esiste una “mappa delle frane” che potrebbero risvegliarsi sotto intense piogge?
L’Italia è esposta tantissimo. E c’è un altro problema. Il servizio zoologico nazionale e le Regioni hanno cartografato oltre 680mila frane in Italia, un numero enorme. Al netto delle pianure, c’è una frana ogni tre chilometri quadrati in collina e montagna, anche se non si muovono tutte. Prima dell’Emilia Romagna, se avesse chiesto a molti colleghi, le avrebbero detto di sapere dove sono le frane. Il numero è aggiornato frequentemente e si può verificare sulla piattaforma IdroGeo di Ispra. Si tratta del dataset più corposo che c’è in Italia, uno dei più corposi al mondo: l’equivalente negli Stati Uniti, ne individua la metà. Molti pensavano, quindi, che la nostra conoscenza sui dissesti fosse approfondita. Poi c’è stato l’evento dell’Emilia Romagna, con le sue 81mila frane in poche ore. I colleghi avevano previsto che ci sarebbero state delle frane, ma nessuno immaginava un tale numero. E allora non sono così certo che in Italia sappiamo davvero dove sono tutte le frane. Non è vero che abbiamo una conoscenza dettagliata di questo fenomeno. Avevamo una serie di certezze che l’evento in Emilia Romagna ha messo in discussione.
Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici è stato spesso criticato perché contiene soprattutto le ‘azioni soft’, monitoraggi compresi e poche azioni davvero operative. Le 680mila frane mappate vengono monitorate?
Sul sito di Ispra, si può leggere che delle 680mila frane censite in Italia, sono circa 1.036 quelle monitorate. Magari saranno un po’ di più, ma anche se fossero 5mila su 680mila, il gap è enorme, sono troppo poche. Non possiamo dire di “monitorare le frane”, non è vero. Non c’è un piano sistematico per cartografarle, cosa che avviene per altri tipi di eventi, come i terremoti. Non è previsto neppure dal Piano di adattamento al cambiamento climatico, che pure parla di mappature e monitoraggi. Ed è importante, perché a Petacciato proprio il sistema di monitoraggio, dovuto al fatto che si tratta di un caso particolare e ben noto, ha permesso di rendersi conto di ciò che stava accadendo e di prendere provvedimenti evitando conseguenze anche peggiori. Con le tecnologie che ci sono, alcune delle quali non costano neppure tantissimo, non c’è motivo per rimanere a mille frane. Continueranno a muoversi, ma potremmo avere una contezza maggiore. Anche perché sono pochissime quelle che si possono eliminare, dati i costi richiesti per questo tipo di operazioni, giustificati solo in determinate circostanze, come nei casi di centri abitati.
Per quale ragione non si alza il numero dei monitoraggi?
I motivi sono tantissimi, alcuni dei quali sono legati alle responsabilità del monitoraggio che, si sa, non è esaustivo o risolutivo. In Italia siamo pieni di ‘previsori del giorno dopo’ che, se succede qualcosa, sono pronti a muovere accuse. Questo aspetto è uno dei limiti, insieme a quello economico, a quello del personale e delle capacità tecnologiche distribuite su tutto il territorio. Sono stato tra i promotori di una cartografia, che poi è diventata il progetto Iffi (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia) del Servizio geologico nazionale dell’Ispra. Quando questo percorso è partito, negli anni Novanta, dunque non un secolo fa, ci sono stati sottosegretari al ministero dell’Ambiente che chiedevano: ‘Ma perché dobbiamo fare questa cosa? Perché dobbiamo sapere dove ci sono le frane’. Sono passati trent’anni, negli ultimi dieci, quindici anni si sono fatti progressi notevoli, soprattutto per le frane superficiali, ma sulle previsioni che possano essere davvero utili siamo davvero molto indietro.
E come si fa con i cambiamenti climatici?
Il problema è che ad oggi non siamo in grado di fare previsioni utili di quello che avverrà tra vent’anni. Mettiamoci nei panni di un sindaco o del ministro dell’Ambiente. Non basta dire che ci saranno più frane. Utile sarebbe spiegare che ce ne saranno più in Sicilia e meno in Trentino o viceversa, o in un determinato bacino idrografico. Una previsione ‘azionabile’, insomma. Ma è veramente complicato, non abbiamo i dati, i modelli, iniziamo a occuparci del problema in Italia da 5, massimo 10 anni. Solo più recentemente, poi, ci stiamo ponendo il problema delle previsioni per i prossimi 10, 20, 30 anni, il tempo di un piano regolatore, a cui poco servono le previsioni di domani, ma anche quelle sui mille anni. E facciamo fatica a sapere quale sarà davvero l’impatto del clima fra vent’anni. Delle 680mila frane cartografate, per esempio, non sappiamo per tutte quante sono avvenute. La maggior parte potrebbero essere venute giù cento, duecento o 500 anni fa. Serve un monitoraggio più spinto, come avviene per terremoti o anche per la portata di molti fiumi. Abbiamo satelliti, aerei che potrebbero aiutarci a documentare, costruire serie storiche e monitorarne molte di più, migliorando le nostre capacità di previsione.

