09/07/2026
da Remocontro
Il vertice NATO di Ankara, se mai sarà ricordato. Nessuna decisione strategica ma una tabella. 140 miliardi di euro per l’Ucraina nel biennio 2026-2027, 60 a carico del prestito europeo, e 80 da racimolare dai singoli alleati, ma con gli Stati Uniti fuori dal conto. Della Russia, della sua reale capacità offensiva, della sostenibilità di una guerra di logoramento in Ucraina, si è parlato molto meno di quanto si sia parlato di chi debba pagare cosa e a favore di chi.
La propaganda e i fatti
La politica trombona dei vertici con improbabili miliardi a piovere, e i fatti. Pochi giorni prima di Ankara, il Cremlino ha annunciato la conquista di Kostiantynivka, cuore della cosiddetta Cintura delle Fortezze nel Donbass. Notizia inopportuna messa praticamente da parte per non amplificare i dissidi tra gli alleati sugli aiuti finanziari e militari a Kiev. Perdite ucraine da tragedia, rischio oggettivo di collasso di tutto il sistema difesa, ma ad Ankara fanno finta che Kiev possa programmare il suo futuro 2027 già oggi. «Un’Alleanza che finanzia a rate una guerra che il nemico combatte a tempo pieno e rischia di scoprire che il proprio orologio non è quello della storia», denuncia Maurizio Boni, già capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy.
2027 ancora un fronte Ucraino?
Finanziamento per una guerra che potrebbe non esistere più quando quei fondi verranno effettivamente erogati. Denunciarlo apertamente è bestemmia? ‘Filo putinismo’? «O la realtà di una trattativa commerciale tra un fornitore che vuole essere pagato meglio, gli Stati Uniti, e clienti che cercano di limitare il conto, gli europei». Lo dice persino Politico: la NATO di Trump trasformata in chi privilegia l’aumento della spesa per la difesa e l’acquisto di armamenti americani rispetto ai valori democratici condivisi e all’espansione dell’Alleanza stessa. «Un vero e proprio ‘bancomat’ per le aziende degli armamenti statunitensi». Nessun obbligo di alleanza, «ma una transazione condizionata al comportamento degli alleati stessi, revocabile e rinegoziabile a ogni vertice».
L’Italia al mercato Nato-Usa
Oltre la storiella della ‘rottura personale’ fra Trump e Meloni, caricaturale e triste, c’è ben altro in partita. L’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035 resta per il ‘futuro del mai’. Ma la vera resistenza è sul meccanismo biennale di finanziamento a Kiev per il 2026 e il 2027, i 140 miliardi di cui abbiamo detto e sui quali i partiti della maggioranza ormai in piena compagna elettorale rischiano di andare a spaccarsi, col voto. Oppure opporsi e isolarsi. «Il prezzo dell’ombrello americano si negozia caso per caso e resistere da soli conviene sempre meno che accodarsi. L’Italia ha portato al tavolo una quota di PIL per difesa e sicurezza del 2,8%, contro l’1,6% di due anni fa. Da lì una sorta di pagella permanente, con l’ambasciatore Usa alla NATO che dà i voti agli alleati come un preside severo».
Le contraddizioni che si fa finta di non vedere
Ma la minaccia che dovrebbe giustificare tutto questo sforzo finanziario? Il comandante delle forze alleate in Europa, il generale americano Gryinkevich, ha dichiarato che non esistono indizi di un’aggressione russa imminente contro la NATO. Ma il generale tedesco Freuding, a capo della task force della Bundeswehr per l’Ucraina, dichiara che la Russia si sta riarmando più rapidamente di quanto si pensasse. Non contraddice quella del comando alleato, ma un conto è l’assenza di prove su un’aggressione imminente, un altro è la costruzione, industriale e militare, della capacità di renderla possibile in tempi brevi. Germania e i paesi baltici continuano a tenere viva la retorica di una guerra permanente contro la Russia. Mentre Washington ha smesso di considerare Mosca un nemico strategico.
‘Non credibilità’ Nato sul fronte ucraino
La NATO parte sostanziale del conflitto russo-ucraino, continua però a presentarsi come ‘soggetto non belligerante’ per non sfidare apertamente Mosca. Sostegno militare massiccio e neutralità solo dichiarata che ha azzerato la sua credibilità politica. Col caricaturale segretario generale Rutte che predica la nuova dottrina dell’Alleanza in versione ‘trumpiana’: l’Europa che si assume il grosso della difesa convenzionale del continente, mentre Washington si riserva la ‘deterrenza estesa’, condizionata al rispetto degli obiettivi di spesa e rinegoziabile. Fine dell’Alleanza firmata nel 1949. La formalizzazione di un disimpegno americano che il linguaggio diplomatico non ha ancora trovato il modo ufficiale di nascondere.
- Dubbio politico militare di Boni: «Alleati che negoziano cifre pur di non discutere obiettivi e un’Alleanza che, misurandosi ormai soltanto in percentuali di bilancio, rischia di scoprire troppo tardi che il problema non era mai stato quanto pagare, ma cosa, insieme, si stesse ancora davvero difendendo».

