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L’Iran travolto dalla crisi

L’Iran travolto dalla crisi

Politica estera

31/05/2026

da Il Manifesto

Francesca Luci

La guerra grande La Casa bianca fa richieste inaccettabili e rafforza i falchi di Teheran. Intanto nei supermercati e nei forni tornano i quaderni dei crediti

Il presidente americano è alla ricerca di una vittoria in Medio Oriente e finora non è riuscito a decidere quale strada percorrere per ottenerla. La «decisione definitiva» tra la pace e la guerra è stata rimandata per «alcuni dettagli della proposta». Il segretario alla Difesa Pete Hegseth dichiara che le forze armate americane sono pronte a riprendere i combattimenti nel Golfo Persico, se necessario.

Trump continua staccare i petali della margherita recitando «firmo o non firmo?», mentre a Teheran si fa sempre più strada l’idea che gli Usa stiano guadagnando tempo, mantenendo aperto il canale negoziale senza impegnarsi fino in fondo, in attesa di condizioni più favorevoli sul piano politico e militare. Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana, in un messaggio ha scritto: «Il Presidente degli Stati uniti tradisce la diplomazia per la terza volta. Continuando il blocco navale e avanzando richieste eccessive nei negoziati, ha dimostrato più che mai di non essere un negoziatore e di perseguire altri obiettivi».

PIÙ PASSA IL TEMPO, più gli ultraconservatori iraniani riescono a mettere i bastoni tra le ruote all’accordo. Una lettera di Mahmoud Nabavian, deputato conservatore presente durante i colloqui con J.D. Vance a Islamabad, è stata indirizzata ai negoziatori iraniani. Il documento, ufficiosamente considerato espressione degli ultraconservatori, indica una serie di «linee rosse» per qualsiasi possibile intesa con gli Stati uniti. Nel testo si insiste sulla rimozione completa delle sanzioni, sul mantenimento del controllo iraniano dello Stretto di Hormuz e sulla possibilità di riprendere immediatamente l’arricchimento dell’uranio in caso di violazioni dell’accordo da parte americana.

Mentre il clima politico e mediatico resta concentrato su Washington e Teheran, nel sud dell’Iran tornano a manifestarsi segnali di tensione tra le parti che dimostrano quanto il fragile cessate il fuoco possa trasformarsi rapidamente in un confronto aperto sul campo a causa di un errore di calcolo dell’una o dell’altra parte.

NELLE PROVINCE di Bushehr e Hormozgan si sono moltiplicate, negli ultimi giorni, segnalazioni di movimenti militari, lanci di missili e attività di difesa aerea, accompagnate da versioni contrastanti su possibili esplosioni e intercettazioni di droni. Le autorità iraniane hanno parlato dell’abbattimento di un velivolo ostile, mentre gli Usa hanno smentito ogni perdita. Bloomberg ieri ha rivelato che l’attacco missilistico iraniano di tre giorni fa contro la base americana in Kuwait ha causato il ferimento di diversi militari statunitensi e il danneggiamento di due droni MQ-9 Reaper.

Le informazioni discordanti hanno alimentato l’incertezza su quanto accaduto nel Golfo persico, confermando quanto l’area resti altamente sensibile e soggetta a interpretazioni divergenti. Lo Stretto di Hormuz rimane sempre più al centro delle dinamiche di pressione tra Iran e Washington e delle dispute su un possibile accordo che includerebbe la gestione dei flussi commerciali energetici e la graduale normalizzazione del traffico marittimo.

Si è consolidata anche una vera e propria “guerra delle narrazioni”, in cui immagini satellitari, dichiarazioni ufficiali e report mediatici diventano strumenti di pressione. Dalle ricostruzioni sulle capacità missilistiche iraniane ai piani economici attribuiti alle parti, la crisi appare sempre più definita dalla competizione sul controllo dell’informazione, con impatti diretti sull’opinione pubblica e sui mercati.

I MEDIATORI – Pakistan, Qatar e Oman – sono impegnati in canali informali di negoziazione, mentre Russia e Israele cercano di rafforzare il proprio ruolo nel nuovo equilibrio regionale. Il risultato è un quadro frammentato, in cui la crisi tra Iran e Usa si intreccia con dinamiche regionali più ampie e con la ridefinizione degli equilibri del Golfo Persico.

Il Medio Oriente attende con apprensione la decisione della Casa bianca di porre fine alla guerra. Molti osservatori vedono, in ogni caso, un fallimento strategico degli Stati uniti. In caso di accordo, la Repubblica islamica rimarrà al suo posto, con il vanto di aver resistito a due delle più potenti forze armate del mondo, e sarà molto difficile negoziare un’intesa sul programma nucleare migliore del Jcpoa di Obama, che Trump ha stracciato nel 2015.

In caso contrario potrebbe innescare una guerra senza una chiara prospettiva temporale, di cui è difficile prevedere gli sviluppi, con nefaste conseguenze sulla popolazione mediorientale e sull’economia mondiale. È esattamente ciò che Trump ha sempre sostenuto di voler evitare durante la sua campagna elettorale.

Poi ci sono le persone. In Iran dietro i dati economici si nasconde una crisi che sta travolgendo la classe media iraniana.

NELLA CAPITALE coppie con due stipendi e anni di lavoro alle spalle raccontano di non riuscire più a coprire le spese essenziali, scrive Reyhaneh Joulai sulle pagine del quotidiano Shargh: i salari si esauriscono entro la metà del mese, mentre l’inflazione corre e la paura dei licenziamenti impedisce persino di chiedere aumenti. Giovani lavoratrici condividono appartamenti e acquistano pane, olio o concentrato di pomodoro a credito, dividendo tra loro i debiti per sopravvivere. Nei supermercati e nei forni tornano i quaderni dei crediti: impiegati ben vestiti, studenti e famiglie chiedono di pagare a fine mese, spesso con vergogna e gli occhi bassi.

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