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L’Iran ora minaccia e detta le sue condizioni

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Politica estera

23/05/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Un report del Teheran Times spiega, senza ipocrisie diplomatiche, la vera posizione del regime degli ayatollah: nessun nuovo attacco o la guerra si allargherà ben oltre il Golfo Persico. I pasdaran, inoltre, avvertono di essere in condizione di bloccare anche Suez, grazie agli Houthi yemeniti.

Una voce da non sottovalutare

Non sappiamo se gli analisti dell’Intelligence americana, a cominciare da quelli della Cia, leggano regolarmente il Teheran Times (“TT”). Saranno, però, informati del fatto che il giornale è una sorta di organo ufficiale del regime. Quello che pubblica è, insomma, la “voce” più autorevole della teocrazia persiana. Non c’è bisogno, dunque, di paludate supercommissioni di esperti in geopolitica e strategia per riuscire a capire dove gli iraniani vogliano andare a parare. Anche perché se, in questa fase (e non solo), c’è qualcuno che sta facendo confusione, quello sembra proprio il Presidente Trump, sempre più ansioso di scappare da una guerra sconclusionata che ora rinnega. Naturalmente, ciò che racconta il “TT” non coincide affatto con la vulgata occidentale, per ovvi motivi. Anche se diversi spunti sono degni di nota, perché fanno emergere qualche intrinseca debolezza dei media Usa ed europei, a volte fin troppo allineati con una lettura spiccia degli eventi. Che sono molto più complessi di quanto appaiano e che, soprattutto, vanno filtrati attraverso le lenti di vicende storiche che hanno interessato da sempre il Golfo Persico.

Un segnale preciso

Abbiamo sempre scritto che, per trattare proficuamente, bisogna cercare di “entrare nella testa” del proprio avversario. Si chiama Teoria dei giochi e, nella politica internazionale, sta diventando merce rara, specialmente in Occidente, dove dominano il “pensiero unico” e il disprezzo verso l’interlocutore “diverso”. E forse l’impennata nei conflitti e la crisi della diplomazia è frutto anche di questa carenza di professionalità. Che non fa capire come la politica estera sia spesso l’arte delle cose possibili, e non di quelle desiderabili. Dunque, da quasi tre mesi Trump, tirandosi appresso gli Stati Uniti e il resto del pianeta (per gli effetti collaterali), gira in tondo attorno allo Stretto di Hormuz, cercando di trovare una soluzione dopo essere partito a testa bassa contro l’Iran sciita. È come quadrare un cerchio. Perché, dall’altro lato, hanno capito le sue difficoltà e adesso, paradossalmente, si sentono più forti e confortati nel continuare la loro “strategia di logoramento”. Una dottrina che, spiegata in termini molto semplici, significa farla costare cara al resto del pianeta e, proprio per questo, indurre tutti quanti a fare pressioni sul Presidente degli Stati Uniti. Per farlo rinsavire. Quasi a sottolineare che a Teheran non scherzano, il “TT”’ ha pubblicato un articolo di apertura dal titolo che non lascia dubbi: “Il prossimo round, oltre l’Asia occidentale”. E per chiarire meglio l’ayatollah-pensiero e, soprattutto, chi veramente comanda da quelle parti, il giornale ha aggiunto nel sommario: “Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha avvertito che qualsiasi rinnovata aggressione da parte degli Stati Uniti o di Israele spingerebbe il conflitto assai più lontano”.

A rischio il Canale di Suez

Prima osservazione: la pesante minaccia di allargamento del conflitto non arriva dal governo, ma dal potente (e feroce) Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, le vere milizie del regime, che in pratica rappresentano uno Stato nello Stato. E sono l’espressione sul campo dell’ala più intransigente della teocrazia persiana. Ciò vuol dire che l’intervento di Trump ha significativamente rafforzato i “duri e puri”, e ha indebolito i “moderati”. Seconda osservazione: a sentire voci che erano già circolate, l’Iran potrebbe mirare, dopo lo Stretto di Hormuz, a una “doppia mossa di strangolamento”, cercando di bloccare anche Bab el-Mandeb e l’accesso al Mar Rosso. Il che significa, in pratica, mettere in crisi il transito nel Canale di Suez. “Ansarullah, il gruppo terroristico yemenita – annuncia “TT” – ha già avvertito che un’eventuale escalation della guerra contro l’Iran, causata da un’azione militare statunitense o israeliana, potrebbe portare all’apertura di nuovi fronti nella regione del Mar Rosso, compreso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Ansarullah ha descritto lo Stretto come un punto strategico di strozzatura marittima che potrebbe essere utilizzato come leva in un più ampio confronto regionale. In questo contesto, i funzionari di Ansarullah hanno indicato che limitare o interrompere la navigazione attraverso Bab el-Mandab rimane un’opzione da considerare qualora le ostilità si intensificassero, presentandola come parte di una più ampia strategia di deterrenza, insieme all’Iran e ad altri gruppi di resistenza regionali alleati”.

L’Iran studia attacchi preventivi

Il giornale degli ayatollah, lancia poi un messaggio che suona come una vera e propria minaccia trasversale verso gli Stati Uniti, attribuendo tuttavia la previsione ad anonimi specialisti. “Alcuni analisti – dice “TT” – sostengono che, se Washington lanciasse un altro attacco, Teheran potrebbe estendere la portata del confronto oltre il Medio Oriente, prendendo di mira le basi americane in altre regioni. Suggeriscono, inoltre, che l’Iran dovrebbe valutare la possibilità di condurre attacchi preventivi limitati contro le forze e le installazioni statunitensi nel Golfo Persico, in risposta al blocco navale imposto da Washington ai suoi porti. Una misura che, a loro dire, è concepita per intensificare la pressione economica e fomentare disordini interni. Secondo quanto riportato da fonti di intelligence – aggiunge “TT” – Israele avrebbe comunicato agli Stati Uniti che il mantenimento del blocco potrebbe generare instabilità interna in Iran, entro due mesi. Le stesse fonti indicano che, in caso di ripresa del conflitto, le operazioni statunitensi si concentrerebbero probabilmente sulle infrastrutture critiche iraniane, tra cui reti elettriche, depositi di carburante e impianti di gas naturale, nel tentativo di stringere l’assedio e aggravare la pressione economica, con l’obiettivo finale di alimentare disordini interni”.

Come il gatto col topo

“Stando almeno a quanto riportato dai media statunitensi – riporta quasi trionfalisticamente Teheran Times – Trump ha fatto marcia indietro prima di attaccare l’Iran per timore delle conseguenze di vasta portata di una nuova guerra. Gli Stati Uniti sono inoltre consapevoli che un rinnovato conflitto con l’Iran aumenterebbe la pressione economica interna, con conseguente aumento dell’inflazione e dei prezzi del carburante”. Ce n’è pure per il Vecchio continente: “La chiusura dello Stretto di Hormuz – dice un altro titolo del giornale – scuote l’Europa. Le previsioni sul prezzo del petrolio schizzano alle stelle del 46%”. “Gli analisti – riporta “TT” – osservano quanto profondamente la crisi stia rimodellando i calcoli economici occidentali. Con l’Iran che esercita un controllo effettivo sulla strategica via navigabile, i mercati energetici globali si stanno preparando a una prolungata turbolenza”. Insomma, si ha quasi l’impressione che gli iraniani siano ben coscienti delle posizioni sul campo e comincino a giocare come il gatto col topo.

Il Presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha infine trovato anche il modo di rivolgersi, provocatoriamente, al vice di Trump, J.D.Vance, citando il suo libro “Hillbilly Elegy”. Ha detto che quella contro l’Iran è una guerra per cui si potrebbe scrivere un sequel: “Hillbilly 2”. “Tanto, c’entrano sempre i bifolchi americani, nel senso del poveri e dei dimenticati, che pagheranno il conto per i mercanti di guerra di Washington”.

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