09/04/2026
da Il Manifesto
Nient'altro che guerra Assalto violentissimo, caos nel paese: già 250 morti, strade intasate di civili in fuga, emergenza sangue negli ospedali, paura dei droni

Bastano dieci minuti a chiarire che in Libano è un’altra storia. Dieci minuti di inferno. Sono le due e trenta circa. A Beirut si sentono varie esplosioni. Qualche minuto e poi è un continuo di sirene di ambulanze che si avvicinano e si allontanano. Il governo chiede ai cittadini di lasciare libere le strade che portano agli ospedali. Sono almeno sette i bombardamenti, in luoghi che non sono direttamente associabili a Hezbollah, in pieno centro, nell’ora di punta. Luoghi residenziali come Corniche al-Mazra, Ain Tineh; snodi come Daura, dove c’è una delle due stazioni più importanti della capitale; zone trafficatissime come Manara e Ain el-Mreisseh, sul lungomare di Beirut.
L’ODORE ACRE della polvere da sparo si sparge in un attimo per la città. «Non riesco a smettere di piangere» dice Rita in un misto di paura, rabbia e impotenza, ad Ain el-Mreisseh, da dove comincia il lungomare beirutino. I soccorritori si affannano per tirare fuori i vivi e i morti. Il traffico per strada rende i soccorsi ancora più difficili: sono in migliaia a volersi lasciare alle spalle la morte. Le strade che portano al nord del paese sono un fiume; le ambulanze fanno manovre impossibili, contromano, si infilano in corridoi provvidenziali. «Noi abitiamo a Dahieh (periferia sud di Beirut ndr) e nostra madre doveva essere operata oggi» racconta Hassan, tassista, trent’anni. «È stata ferita nei bombardamenti qualche giorno fa e oggi aveva l’operazione. Abbiamo messo insieme i soldi per operarla Dio sa come (in Libano la sanità è quasi interamente privata, ndr), ma oggi è stato impossibile». Nel tassì ci sono anche una madre e un figlio che scappano verso Tripoli, cercano alloggio, sperano di trovare qualcosa.
Altre due giornaliste uccise in servizio dal 2 marzo ad oggi: Ghada Dayekh, voce e reporter di radio Sawt Al-Farah, e Suzanne Khalil, di al-Manar. Una dozzina i soccorritori che hanno perso la vita. Gli attacchi a Beirut, così come quelli sul resto del paese, sono andati avanti anche dopo i dieci minuti di sangue. Nel tardo pomeriggio un palazzo di dieci piani nella residenzialissima Tallet al Khayyal è stato colpito.
IL BILANCIO PROVVISORIO di ieri sera è quello di un massacro: Beirut centro 92 morti, 742 feriti; Dahieh (Beirut sud) 61 morti, 200 feriti, Baalbek 18 morti, 28 feriti; Hermel 9 morti, 6 feriti; Nabatieh 28 morti, 59 feriti; Aley 17 morti, 6 feriti; Sidone 12 morti, 56 feriti; Tiro 17 morti, 68 feriti. Per un totale di 254 morti e 1165 feriti.
Nelle manovre di ieri in Libano, l’esercito israeliano ha colpito anche una colonna di mezzi del contingente italiano impegnato nella missione Unifil. Il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani ha riferito che «i colpi di avvertimento israeliani hanno danneggiato un nostro veicolo, per fortuna nessun ferito ma la colonna è dovuta rientrare». Pochi giorni fa Israele ha distrutto 17 telecamere di monitoraggio lungo la Linea Blu (l’area di interposizione tra Libano e Israele). Sono innumerevoli gli episodi documentati di attacchi volontari ai caschi blu da parte di Israele dall’ottobre 2023 ad oggi.
IL MESSAGGIO di Tel-Aviv non poteva essere più chiaro: il Libano non è parte della tregua. L’operazione «pianificata da diverse settimane», come ha scritto il portavoce dell’esercito israeliano in Libano Avichai Adraee ieri su X, arriva però proprio a poche ore dalla sigla del cessate il fuoco nella guerra che Israele e Stati uniti hanno cominciato contro l’Iran. Per Donald Trump si tratta di «una scaramuccia distinta», quella libanese. Tehran considera però il cessate il fuoco in Libano parte essenziale dell’accordo, come ha precisato ieri il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, mentre il comandante della forza aerospaziale dei guardiani della rivoluzione ha dichiarato che «ogni aggressione contro Hezbollah è un’aggressione all’Iran». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X che «i termini del cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti sono chiari ed espliciti. Gli Stati Uniti devono scegliere: o il cessate il fuoco, o proseguire la guerra via Israele. Non possono avere entrambe le cose».
Intanto il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato ieri sera che Israele è pronto a riprendere la guerra con l’Iran in qualunque momento e che il cessate il fuoco «non è la fine della campagna militare, ma solo una tappa per la realizzazione di tutti i nostri obiettivi».
Una sfida che, più che all’Iran, sembra essere indirizzata direttamente a Washington. Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha fatto sapere in serata che Trump continuerà a discutere con Netanyahu sul da farsi in Libano. Le flebili voci del presidente libanese Joseph Aoun e del primo ministro Nawaf Salam non hanno potuto fare altro che condannare l’accaduto.
LE SIRENE non si sono fermate per un istante a Beirut durante tutta la giornata. Gli ospedali della capitale e quelli delle zone colpite moltiplicano gli appelli per le donazioni di sangue. Dal cielo il rumore delle pale degli elicotteri dell’esercito libanese che trasportano i feriti si mischia a quello penetrante dei droni israeliani – un trapano nei nervi tesissimi e scossi da una guerra estenuante – che colpiscono senza preavviso in qualunque area, in qualunque momento. Le strade si sono svuotate in serata. La gente è chiusa in casa nella speranza che il prossimo condominio a saltare per aria non sia il proprio. Nell’aria una calma apparente, di attesa; ma è tutto tranne che calma.

