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Libano-Israele, oggi a Roma un vertice… di chiacchiere

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Politica estera  

14/07/2026

da Remocontro

Piero Orteca 

Comincia a Roma, il sesto vertice tra Israele e Libano mediato dagli americani. All’ordine del giorno il possibile ritiro delle truppe dello Stato ebraico, che hanno invaso la parte meridionale del Paese. Ipotesi lontana dalla realtà, dato che all’incontro non partecipano gli specialisti militari. E il Ministro della Difesa di Tel Aviv conferma: nessuna volontà di ripiegare.

Ipotesi zone-cuscinetto

Il Governo del Libano vuole che Israele si ritiri da due “zone pilota”, così come sarebbe previsto dagli impegni presi in precedenza con Beirut. Ma da questo orecchio Netanyahu proprio non ci sente e ha fatto ribadire al suo Ministro della Dufesa, Israel Katz, “che non è imminente alcun ritiro”. Si tratta, come si può facilmente capire, di una situazione che ha un effetto domino sulla crisi iraniana. Il regime di Teheran, infatti, al primo punto delle clausole al Memorandum di Islamabad sul cessate il fuoco, ha posto la fine delle ostilità in Libano. E il relativo ritiro israeliano. Oggi a Roma, però, i colloqui si presentano con un tono più dimesso. “A differenza del precedente round, conclusosi con la firma di un accordo quadro – scrive il quotidiano di Tel Aviv Haaretz – questa volta è prevista la partecipazione di soli funzionari civili, senza rappresentanti militari, ha riferito una fonte israeliana. Israele sarà rappresentato dal suo ambasciatore a Washington, Yechiel Leiter. Il Libano dovrebbe inviare la sua ambasciatrice a Washington, Nada Hamadeh Mouawad, e il diplomatico Simon Karam, che in precedenza ha ricoperto il ruolo di ambasciatore di Beirut negli Stati Uniti. La delegazione statunitense sarà guidata da Dan Holler, consigliere del Segretario di Stato americano. Prima dei colloqui – aggiunge Haaretz – Leiter ha dichiarato domenica alla CBS che erano in corso i preparativi per le cosiddette zone pilota nel Libano meridionale, dove l’esercito libanese dovrebbe assumere il controllo del territorio attualmente occupato da Israele”. 

“Bibi” si rimangia l’impegno

È inutile farsi illusioni: non tanto facilmente “Bibi” Netanyahu mollerà il Libano meridionale. La sola presenza fisica di Hezbollah e la minaccia che rappresenta per l’Alta Galilea bastano e avanzano a condizionare il “fronte nord” dello Stato ebraico. Il Governo ha dovuto evacuare temporaneamente centinaia di migliaia di residenti, che rappresenta una vera e propria bomba a orologeria dal punto di vista del consenso elettorale. Insomma, “Bibi” deve risolvere una volta per tutte il problema del Libano, magari cominciando a usare metodi poco ortodossi. Come già fatto a Gaza. A Roma si può discutere quanto si vuole ma, come una fonte israeliana di alto livello ha confermato domenica ad Haaretz, “non è previsto alcun ritiro di Israele da quelle aree prima degli incontri di Roma”. E se ci consentite il pronostico, nemmeno dopo.

La vera strategia israeliana

“Ci stiamo preparando proprio ora – ha detto l’ambasciatore israeliano Leiter. – collaborando con il CENTCOM e le forze armate libanesi, per creare le condizioni necessarie affinché le zone-pilota siano disponibili ad accogliere le forze armate libanesi”. E fin qui, la filosofia politica di Netanyahu è assai chiara, perché punta a delegare (per qualche è possibile) al governo di Beirut la patata bollente riguardante il controllo di Hezbollah. Cioè, nelle intenzioni di “Bibi” dovrebbe essere l’esercito libanese, armato e addestrato dagli americani, ad arginare le velleità operative delle agguerrite milizie sciite foraggiati da Teheran. Un disegno un po’ troppo pretenzioso. E infatti, lo stesso ambasciatore Leiter avverte: “ Se il Libano non si dimostrerà ricettivo perché Hezbollah rimarrà sul territorio, non avremo ottenuto nulla, ed è per questo che si chiamano zone-pilota. Se funziona, proseguiamo con il ritiro. Se non funziona, restiamo dove siamo”. In ogni caso, secondo Leiter, “Israele potrà ritirarsi nel momento stesso in cui Hezbollah verrà smantellato”.

La sfiducia? È reciproca

Il problema principale che riguarda il Libano è che nessuno si fida di nessuno. Intendiamoci, la tormentata storia del Paese e le sue recenti sanguinose vicende di scontri interetnici, che ne hanno fatto una sorta di campo neutro per le mortali partite giocate da altri attori nel Medio Oriente, hanno contribuito a rendere la regione una cronica area di crisi. Per quanto riguarda l’attuale invasione israeliana, “la scorsa settimana – scrive Haaretz – i media arabi hanno riportato che il Libano chiedeva a Israele di ritirarsi dalle zone pilota prima del prossimo round di negoziati.

  • Un funzionario libanese ha dichiarato ad Al Jazeera che l’accordo quadro prevede che Israele adotti misure concrete che non ha ancora avviato. Il funzionario ha aggiunto che il Libano ‘insiste affinché Israele rispetti pienamente i suoi impegni prima di procedere con qualsiasi nuovo ciclo di negoziati’ e non sosterrà un sesto round a Roma finché Israele non si ritirerà dalle due aree pilota”. Aria fritta, perché oggi i colloqui in Italia si fanno lo stesso. Si chiama “cosmesi diplomatica”.
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