01/04/2026
da Il Manifesto
La guerra grande Non è una rottura netta, ma un riposizionamento prudente: spia dell’erosione del consenso attorno alla Casa bianca, e segnale che parla alla sostenibilità del conflitto
Donald Trump ha dichiarato che la Nato contro l’Iran ha aiutato «zero». «Chi non aiuta può andare a prendere il petrolio da solo» – ha aggiunto. La domanda è: il fatto di essersi persi gli alleati quanto dipende dalla condotta bellica americana? «Nessuno vuole infilarsi in questa guerra», ha detto l’Alta Rappresentante Ue Kallas dopo aver incontrato i 27 ministri degli esteri. Non si tratta di una posizione unitaria di principio: è la somma di calcoli nazionali attorno al paradosso per cui – viene detto agli alleati – serve più escalation per mettersi al riparo dagli effetti di un’escalation che non volevano.
L’Italia che nega Sigonella ai bombardieri Usaf con i velivoli già in volo – richiamando il ruolo del parlamento e togliendo automatismi al proprio coinvolgimento – è un episodio della più ampia mappa di disimpegno che prende forma in Europa da quando l’operazione Epic Fury è iniziata.
Non è una rottura netta, ma un riposizionamento prudente: spia dell’erosione del consenso attorno alla Casa bianca, e segnale che parla alla sostenibilità del conflitto.
Il caso più esplicito è la Spagna: Sanchez ha negato l’uso di Rota e Morón, chiuso lo spazio aereo agli aerei Usaf e definito la guerra «illegale». Quindici aerei cisterna hanno lasciato le basi spagnole – i KC-135 erano essenziali per il rifornimento in volo dei bombardieri sul teatro mediorientale. Teheran ha risposto considerando la Spagna «un paese impegnato nel diritto internazionale» e aprendole di fatto Hormuz: prima concessione di questo tipo a uno Stato Ue.
Francia, Germania e Gran Bretagna hanno un approccio più cauto, ma le contraddizioni interne a ciascuna posizione sono altrettanto rivelatrici. Londra ha infine permesso basi Raf per attacchi in difesa degli alleati nel Golfo, vietando i raid offensivi: una «postura atlantica calibrata» che non soddisfa né Washington né l’opinione pubblica britannica. La Francia conta già il primo caduto (colpito da un drone a Erbil). Mantiene un profilo retorico ambizioso e operativamente ambiguo: Macron ha chiesto un dibattito d’emergenza all’Onu e annunciato una «deterrenza nucleare avanzata» con dispiegamento di aerei in otto Paesi europei – un riverbero gollista che non mette in discussione la premessa della guerra, ma irrita Trump negando il sorvolo ad alcuni voli militari Usa diretti su Israele.
Il caso politicamente più interessante è la Germania. Il cancelliere Merz e il ministro Pistorius hanno ribadito che «questa non è la nostra guerra». Trump ha risposto con la consueta brutalità: «Bene, allora l’Ucraina non è la nostra guerra». Ma vale la pena fermarsi sulle formulazioni di Merz: «Se la guerra si trasformasse in un grave conflitto regionale, ciò potrebbe comportare un onere maggiore per la Germania». Il conflitto è trattato come un fenomeno meteorologico, un dato di contesto rispetto al quale Berlino deve trovare la propria posizione, non come una scelta degli alleati su cui esercitare influenza. La Germania ospita 36mila soldati Usa e la base di Ramstein è uno dei nodi logistici centrali dell’operazione. I Servizi Scientifici del Bundestag hanno depositato una perizia che qualifica la guerra come violazione del diritto internazionale (che in Germania ha rango costituzionale) e che ospitarne le operazioni potrebbe configurare favoreggiamento. Due precedenti su attacchi partiti dalla Germania verso Pakistan e Yemen dicono che il governo non può ignorare la perizia come se fosse un comunicato dei pacifisti.
Ci si può chiedere se l’allineamento con Washington dei Paesi dell’Europa orientale compensi le riserve dell’Ovest. Nel 2003 Francia e Germania si opposero all’invasione dell’Iraq e Bush coniò l’espressione «Nuova Europa» per descrivere la coalizione dei volonterosi – Polonia, Romania, Bulgaria, baltici. Lo schema oggi non funziona più allo stesso modo. Quella «Nuova Europa» era animata da una logica precisa: l’integrazione atlantica come garanzia esistenziale contro la Russia. Oggi quella stessa logica è parzialmente erosa dallo stesso Trump: l’Ucraina rimane la priorità geopolitica dei governi dell’Est, ed è proprio sull’Ucraina che Trump ha degradato gli impegni a materia transazionale. La fedeltà all’America che nel 2026 sta picconando l’ordine internazionale ha un costo strutturalmente diverso dalla fedeltà all’America che nel 2003 ne sembrava il garante. Se il Canada condanna l’invasione illegale del Libano da parte di Israele, la Turchia, secondo esercito Nato, siede al tavolo negoziale di Islamabad per frenare l’escalation e frenare Tel Aviv.
Il risultato è una coalizione che certo esiste sulla carta ma non funziona come tale. Washington conduce con Israele una guerra senza mandato Nato né autorizzazione Onu, e rischia di dover negoziare con ciascun alleato l’accesso a infrastrutture che per settant’anni ha dato per scontate. Se l’intensificazione del conflitto richiedesse basi e logistica che l’Europa non vuole fornire, gli Usa possono operare con le risorse proprie nel Golfo – Diego Garcia, Qatar, Bahrein, Giordania. Ma sostenere una campagna prolungata contro un Paese di 90 milioni di abitanti con capacità missilistiche dimostrate, capace di tenere chiuso Hormuz e far salire il gas europeo del 50% in un mese, è tutt’altra cosa. La profondità strategica garantita dall’Europa non si improvvisa.
Trump che se la prende con la Nato è la plastica messa a nudo del suo dissipare relazioni di sicurezza strutturate che nessuna altra potenza ha mai posseduto. Basi, trattati, vincoli procedurali e sovranità degli alleati sembrano impedirgli oggi di trascinare il continente in una guerra che l’Europa non ha scelto. Il problema per Trump è che quella struttura funziona come era stata progettata, con parlamenti e regole. Il problema per l’Europa è che difendersi con le regole non equivale ad avere una strategia – e che l’assenza di strategia, in un conflitto già sui propri confini, avrà un costo che si misurerà nei prossimi mesi.

