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L’estremista che si finge equidistante

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Editoriali

22/07/2026

da il Manifesto

Andrea Colombo

Black Bloc Chi si rivede? Gli opposti estremismi. Andavano forte in tempi lontani e a cavalcarli a proprio esclusivo vantaggio era allora la Democrazia cristiana. Ma almeno la Dc un partito centrista lo era davvero

Chi si rivede? Gli opposti estremismi. Andavano forte in tempi lontani e a cavalcarli a proprio esclusivo vantaggio era allora la Democrazia cristiana. Ma almeno la Dc un partito centrista lo era davvero, anzi era la quintessenza del centrismo.Stavolta a scagliare anatemi a destra e a manca, e non per modo di dire, è la leader del partito che fino a ieri si collocava all’estrema destra dello schieramento politico. Va bene che i tempi cambiano ma il paradosso rimane vistoso.

In un lungo messaggio sui social la premier condanna «senza esitazione» i video diffusi ieri da Roberto Vannacci, quelli in cui il generale se la ride mentre un leone e un boia si accingono tra gli applausi del popolo festante a eseguire la sentenza capitale ai danni di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Cosa c’entra lei «con l’intimidazione, l’odio, la rappresentazione violenta dell’avversario?». Scomunicato il generale, la leader della destra-che-non-odia passa ai rivali propriamente detti, quella sinistra che «alimenta un clima di contrapposizione che finisce per delegittimare le forze dell’ordine» e aiuta così a «trasformare le piazze in luoghi di violenza». Così non va cari compagni: «La condanna deve valere sempre. Senza eccezioni. Senza doppi standard».

In realtà tra reclamare verità e giustizia, sia pure con metodi del tutto fuori luogo, e godersela all’idea di vedere gli avversari sbranati o finiti a martellate una certa differenza almeno di stile ci passa. Ma l’inganno è altrove: è nella finta equidistanza. Con l’autore di quei truculenti video, dal quale si finge diversa, la premier ha in comune tutto tranne l’interesse elettorale. Meloni e Vannacci non dicono le stesse cose. Vogliono le stesse cose. Hanno in comune la medesima visione, mirano a realizzarla con identici metodi. Diverso è solo lo stile della comunicazione e ci vuole un po’ di cameratesca comprensione. Il generale è appena arrivato, gli tocca rincorrere: per farsi largo deve ricorrere alla lezione di Milei e Trump. La presidente del consiglio difende le posizioni: può permettersi di non adoperare quei toni, o più precisamente di non adoperarli più.

Ieri Giorgia Meloni era in giornata comunicativa. Prima di bollare gli opposti estremismi in nome dell’amore contro l’odio, aveva detto la sua sulla morte di Abderrahim Fakir. Bontà sua, la presidente del consiglio riconosce l’obbligo di «accertare eventuali responsabilità con il giusto rigore», pur non avendo né lei né il suo partito perso tempo in attesa di detti accertamenti per esprimere solidarietà e massima fiducia nell’operato delle forze dell’ordine.

Cioè negli agenti che nel tragico incidente sembrerebbero aver avuto qualche responsabilità non precisamente lieve. Sbrigata in fretta e furia la doverosa incombenza, Meloni passa a fulminare con dovizia di anatemi «la violenza contro le forze dell’Ordine», la città «messa a ferro e fuoco», gli «agenti aggrediti», la «violenza seminata», l’«incolumità dei cittadini messa a rischio», l’«alimentato clima di odio e delegittimazione verso un intero corpo dello Stato».

È un capovolgimento secco della realtà che renderà orgoglioso Mario Rubio, organizzatore del vertice internazionale contro la resurrezione fantasmatica del terrorismo rosso. Negli Usa a uccidere e terrorizzare i cittadini sono gli sgherri dell’Ice, non chi li contesta. In Italia all’offensiva per scardinare lo stato di diritto, trasformare la legittima difesa in licenza di uccidere, imporre sentenze a furor di social, sono Meloni, Salvini e Vannacci, con accenti diversi ma identiche finalità. Le cronache italiane registrano con tragica frequenza morti «accidentali» di poveracci fermati o inseguiti dalle forze dell’ordine, non efferate violenze ai danni delle stesse.

Di minaccia per la democrazia ce n’è una sola. Al netto di sciocche e irresponsabili intemperanze come quelle di Bologna, di estremismo da cui guardarsi ce n’è soltanto uno. Dilaga in Italia e in tutto l’occidente. Mette paura non solo alla losca sinistra ma persino al partito fondato da Silvio Berlusconi che si ritrova oggi, per ennesimo paradosso della storia, a cercare inutilmente di frenare una deriva ormai apertamente fascista che lo travolgerà.

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