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Le guerre coloniali senza fine

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01/03/2026

da il Manifesto

Alberto Negri

Riecco il Golfo Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un'altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia

Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un’altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia. La mia generazione ne ha già viste sul campo tre lunghe (1980-88, 1990-91, 2003-2010) e un paio più brevi in poco più di 45 anni. Ogni volta si pensava fosse quella definitiva: per raggiungere quale scopo, oggi come ieri, non è dato sapere. Se non uno: quello di fare di Israele la potenza dominante della regione con la distruzione di interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano sul menù del Board of Peace di Trump, dove i miserabili accoliti di Trump una decina di giorni fa a Washington canticchiavano nel microfono come dei Fantozzi in gita aziendale.

E sul menù ci siamo anche noi europei, incapaci di qualunque iniziativa diplomatica sia nel Golfo che in Ucraina, ai quali né Trump né Netanyahu non fanno neppure una telefonata per avvertirli che comincia un altro conflitto. Ce ne accorgeremo quando schizzeranno le quotazioni del petrolio, soprattutto se l’Iran, gran produttore di greggio e di gas, dovesse chiudere come annuncia lo stretto di Hormuz dove passa il 25% dei rifornimenti mondiali di oro nero.

Per rispondere all’attacco di Israele e degli Usa, l’Iran, a differenza della guerra di giugno dei “dodici giorni”, ha attaccato basi americane in Kuwait, Emirati, Qatar, Bahrein e Arabia saudita. Il messaggio è chiaro: la guerra, se l’attacco continua, si può allargare.

Quanto a Russia e Cina, coinvolte come alleati in periodiche manovre militari con Teheran, hanno chiesto la riunione del Consiglio di sicurezza Onu ma non interverranno. I russi, che pure ieri condannavano un attacco «non provocato» – e hanno già perso alleati come Siria e Venezuela – se aumenta il prezzo del petrolio si accontentano e non vogliono rovinare i rapporti con Trump. Pechino, che riceve Trump tra qualche settimana, pensa che si può accordare con lui sulla divisione delle sfere di influenza, l’unico mantra chiaro espresso da The Donald.

Come sempre l’interrogativo non è solo perché si fa la guerra ma quanto dura. Contro ogni norma del diritto internazionale Trump e Netanyahu dicono che hanno attaccato “preventivamente” per colpire il programma nucleare di Teheran, distruggere i suoi missili balistici e incoraggiare il cambio di un regime definito dal premier israeliano «sanguinario». Sicuramente lo è perché ayatollah e pasdaran hanno fatto fuori migliaia di oppositori. Ma Benjamin Netanyahu, autore del genocidio di oltre 70mila palestinesi a Gaza e condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, non è da meno.

Lui promette di liberare l’Iran e fare degli iraniani i sostenitori di un “eterno Israele”. Qualche dubbio c’è: gli israeliani hanno comunque fatto fuori una ottantina di bambine iraniane nell’attacco a una scuola e dopo avere messo nel mirino la Guida Suprema Khamenei e il presidente Pezeshkian avrebbero eliminato il capo dei pasdaran e il ministro della difesa.

Il premier israeliano ha già fatto il casting e trovato il titolo al film di questa guerra: “Ruggito del Leone”, a richiamare il simbolo della bandiera monarchica. Reza Palhevi, erede del trono del pavone, ha dichiarato che la prima cosa che deve attuare l’Iran, una volta abbattuto il regime, è quello di riconoscere subito Israele e firmare il Patto di Ciro, una versione aggiornata dei patti di Abramo. Di dare pane, lavoro e un futuro agli iraniani, già massacrati e impoveriti da ayatollah e pasdaran, non se ne parla, casomai ci si penserà più tardi, perché uno straccio di programma politico dell’opposizione non esiste. Il cronista se lo segna diligentemente in agenda, nel caso debba sopravvivere per qualche anno anche a questo ultimo conflitto.

Un cambio di regime è possibile? Proviamo a scavare nel passato del Golfo. Il rais iracheno Saddam Hussein attaccò l’Iran il 22 settembre 1980 la repubblica islamica di Khomeini sicuro di farne un boccone, con il sostegno finanziario delle monarchie sunnite del Golfo e militare dell’Urss e dell’Occidente. Terminò con un milione di morti e i confini sullo Shatt el Arab immutati ma erano stati gettati i semi di una nuova instabilità. Il raìs invade nel ’90 il Kuwait e una coalizione internazionale di almeno 40 Paesi guidata dagli Usa lo sconfigge. Bush senior allora invitò alla rivolta contro Saddam curdi e sciiti che poi vennero massacrati a centinaia di migliaia: a Najaf le mura della moschea di Alì, quella con la cupola d’oro, per anni rimasero imbrattate dal sangue dei ribelli.

La guerra sembrò definitiva anche nel 2003 quando gli americani invasero l’Iraq. Dalla terrazza dell’Hotel Palestine si vedevano i missili Cruise americani colpire il bersaglio, neppure scalfiti dalla contraerea irachena: la città rimase subito al buio e la luce non tornò più per anni. Il Paese scivolò nell’anarchia e nel saccheggio.

Un giorno gli americani ammainarono bandiera su ordine di Obama, impegnato anche in Afghanistan dove oggi c’è una nuova guerra con il Pakistan, e dopo Al Qaeda arrivò pure il Califfato, a caccia di sciiti, curdi e yazidi. L’Isis riuscì a fare quasi uno stato a cavallo tra Iraq e Siria. Nessuno di questi Paesi oggi esiste più se non sulla carta geografica.

Il Medio Oriente ha il cappio al collo. Gli israeliani e Trump vorrebbero metterlo agli ayatollah ma non sanno davvero se ci riusciranno e quanto ci metteranno.

Una certezza l’abbiamo, è il bottino delle guerre del Golfo. Non la democrazia, non lo sviluppo dei popoli e delle nazioni ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo assoluto sulle risorse del Medio Oriente. Quindi si annunciano altre notti illuminate da missili, droni, traccianti, dove nel buio, insieme alle luci, si spegne anche l’ultimo barlume della ragione. Quello, per altro, lo avevamo visto scomparire da tempo.

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