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Le alternative al carcere esistono. Per esempio in Scozia

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23/10/2026

da Il Manifesto

Adriano Solidoro

Gli esempi ignorati Dopo i fatti di Milano, Mattarella ha chiesto un’analisi non affrettata su «soggetti inediti». Il governo ha risposto in poche ore con un decreto e annunciando più celle. Il caso della «Violence reduction unit» di Glasgow, che nel 2005 era la capitale europea dell’omicidio e vent’anni dopo ha toccato il record negativo di morti ammazzati

Dopo il fine settimana di disordini a Milano, il governo ha deciso in fretta. Cinquecento militari in strada, un decreto in quarantotto ore, e ora il ministro della giustizia Nordio che annuncia di voler ampliare le carceri minorili perché «il sistema è in sofferenza».

Dei 271 accompagnati in questura, 220 non avevano diciotto anni, alcuni ne avevano dodici. Mattarella ha chiesto un’analisi su «soggetti inediti». Il governo ha risposto con più celle. Nessuno, a palazzo Chigi, ha detto che cosa pensa di fare con dei ragazzini che sfondano vetrine in diretta su TikTok, né a chi toccherà occuparsene lunedì mattina, quando i militari saranno in piazza Duomo e loro altrove.

Esiste un altro modo di rispondere alla violenza di minorenni, oltre a contarli e rinchiuderli? Una città europea se l’è chiesto vent’anni fa, e partiva da un problema molto più grave. Nel 2005, l’Organizzazione mondiale della sanità indicò Glasgow come la capitale europea dell’omicidio; la Scozia, cinque milioni di abitanti, contava quasi cento vittime l’anno, per lo più accoltellate.

L’anno prima la polizia di Strathclyde, la regione della capitale Glasgow, aveva chiesto a un’analista civile, la psicologa forense Karyn McCluskey, un rapporto su come ridurre la violenza. McCluskey scrisse che i colpevoli venivano quasi sempre identificati, che gli arresti abbondavano, e che la violenza restava identica. La polizia, in altre parole, teneva il coperchio sulla pentola.

Il capo della polizia accettò il rapporto e nel 2005 nacque la Violence reduction unit, affidata a McCluskey e a John Carnochan, vicecapo della squadra investigativa, trent’anni passati a indagare omicidi. Dal 2006 il governo scozzese cofinanzia l’unità e la fa lavorare per tutto il paese.

La prima cosa che cambiò fu il linguaggio: la violenza venne descritta come un problema di salute pubblica, con le parole dell’epidemiologia, prevenzione primaria, riduzione del danno, prima infanzia. Con quelle parole chirurghi, insegnanti, assistenti sociali, madri e perfino ex membri di gang poterono sedersi a un tavolo dove, finché si parlava di reati, stava solo la polizia. C’era un motivo pratico per aprirlo: meno di un terzo di chi arriva al pronto soccorso ferito in una rissa denuncia alla polizia. Gli ospedali sapevano della violenza molto più dei verbali.

Nel 2008 l’unità lanciò nell’East end un programma per le gang di strada. Il 24 ottobre di quell’anno 129 membri accettarono di presentarsi alla Sheriff Court, dove nessuno li aspettava per processarli. Parlarono un alto ufficiale, un chirurgo del pronto soccorso, la madre di un ragazzo ucciso, un ex. Gli dissero che se uno di loro avesse aggredito qualcuno, l’intero gruppo sarebbe stato perseguito, e che se avessero smesso avrebbero avuto lavoro, formazione, un mentor. Da quel giorno, due volte la settimana, polizia, servizi sociali, scuola, ente case e servizi per l’impiego si sono riuniti per mettere insieme ciò che sapevano di ogni singolo ragazzo e decidere che fare con lui. Il modello veniva da Boston e Cincinnati, ma a Cincinnati il cliente medio aveva 32 anni e a Glasgow 16, e si dovette riprogettare tutto per gli under sedici, compresi quelli che non avevano ancora commesso reati.

Ha funzionato in parte. La valutazione dell’Università di St Andrews mostra che tra i ragazzi coinvolti il porto di armi è calato dell’84 per cento, contro il 40 di un gruppo di confronto; sulla violenza fisica la differenza non è statisticamente significativa. Negli stessi anni la Scozia ha raddoppiato le pene per chi gira con un coltello, da 118 a 274 giorni di media, e l’unità ha sostenuto anche quello.

Gli scozzesi non hanno rinunciato a reprimere: hanno deciso prima a che cosa doveva servire. Gli omicidi sono scesi da 96 nel 2005 a 45 nel 2024-25, il numero più basso dal 1976, e il calo maggiore riguarda i sedici-ventiquattrenni. Nel 2024 il parlamento ha vietato di tenere minori negli istituti per giovani adulti; quando li hanno trasferiti da Polmont ne restavano sette. Il lavoro non è finito: a Glasgow i reati con coltello sono risaliti del 13 per cento tra 2022 e 2024, e nel 2025 il governo ha litigato per un taglio di 35mila sterline al bilancio dell’unità, che costa 1,2 milioni l’anno. La polizia ne costa 1,64 miliardi.

Chi ha fondato quell’unità ripete da anni che le gang più corrosive stanno nella politica, nella sanità, nella polizia e nel servizio sociale, enti che si difendono invece di parlarsi, e che ciò che accade negli asili nido conta quanto le perquisizioni. Ci sono voluti vent’anni per vedere i numeri del 2025. A Milano il governo ha misurato una cosa sola, i posti nelle carceri minorili.

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