30/05/2026
da Il Manifesto
Poveri ma bellici Istat, la propaganda di Meloni sull’aumento dell’occupazione senza qualità, il governatore di Bankitalia Panetta: rischio inflazione al 6%

Una volta al giorno l’orologio fermo segna l’ora giusta. Lo stesso fa Giorgia Meloni da quattro anni. Una volta al mese aspetta il cucù dell’Istat per dire che l’occupazione aumenta, la «nazione» ha messo al lavoro «tante persone» e la «destra combatte il precariato». Mica è la «sinistra» che dice e non fa.
LA TRADIZIONE è stata confermata ieri. La presidente del Consiglio ha riaperto i festeggiamenti sulla rilevazione mensile degli occupati ad aprile: i dipendenti permanenti sono aumentati di 143 mila unità, mentre i dipendenti a termine sono diminuiti di 64 mila. Nell’ultimo anno in Italia ci sono 269 mila occupati in più, 24,3 milioni di occupati in totale. Come sempre, anche stavolta si tratta solo di dati assoluti e decontestualizzati. Non si dice che il lavoro in più è sempre più anziano (+419 mila tra gli over 50), tra i giovani fino a 24 anni si registra un calo di 40 mila unità e tra i 35-49enni meno 158mila.
SAREBBE BASTATO CLICCARE sul sito dell’Istat il riquadro «prezzi al consumo» a maggio per capire che il lavoro di cui parla Meloni è un’altra cosa. Ieri stava accanto a quello sull’occupazione. Meloni, e chi per lei, non l’ha fatto. Lo abbiamo fatto noi per lei. Così abbiamo capito meglio il senso dei dati assoluti usati per umettare l’ugola al governo. La domanda è: se qualcuno ha un nuovo contratto di lavoro quanto spende del suo salario in una spesa al supermercato?
A QUANTO PARE PARECCHIO in più, dice l’Istat. A causa degli effetti sul caro-energia provocati dalla guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran l’inflazione è salita dello 0,4% in un mese e del 3,2% in un anno. Un balzo considerevole provocato dalla speculazione sui prezzi dell’energia insieme ai servizi legati ai trasporti e alle attività ricreative. Resta invariato il «carrello della spesa», cioè i beni alimentari, per la cura della casa e della persona (+2,3% come ad aprile). Si teme che l’inflazione si trasferisca dall’energia ai beni alimentari che non sono mai scesi dai tempi della mostruosa fiammata del 2022-2023. Oggi spolpano salari da fame. Domani potranno pagare la tassa-Trump e finire prima della metà del mese. Per il Codacons il rialzo stellare dei prezzi oggi costa in media 1.461 euro in più per famiglie con due figli. Per l’Unione nazionale dei consumatori negli ultimi tre mesi gli aumenti hanno bersagliato più i trasporti (+5,2%) e i costi per casa, energia e elettricità (+4,3%). Di che lavoro parliamo, se stipendi e pensioni vengono erosi dall’inflazione? Il lavoro in più dunque c’è, ma è un lavoro povero e, per di più, senza qualità. A questo brinda il governo.
QUANDO IL CUCÙ suona l’ora di Meloni una volta al mese può capitare, come ieri, che il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta faccia le considerazioni finali. Nell’importante appuntamento di maggio è stato detto che, se la guerra continua, l’inflazione potrebbe raggiungere il 6 per cento in Europa. E la crescita perderebbe l’1% tra il 2026-27. L’Istat ha rivisto la stima della crescita a +0,3% per il 2026. Ma si cammina sulle uova. E si ragiona in vista degli scenari più sfavorevoli. A causa degli effetti a lungo termine prodotti dal blocco dello stretto di Hormuz, il Pil italiano potrebbe ristagnare o contrarsi, ha ricordato Panetta. A suo avviso bisogna rilanciare su ricerca, intelligenza artificiale e produttività del lavoro. Mondi lontani visti dal pianeta Meloni.
LA BANCA CENTRALE EUROPEA potrebbe decidere di aumentare i tassi di interesse già a giugno per bloccare l’inflazione. Panetta ieri non ha nascosto tale eventualità. Se così andasse, allora i guai per Meloni, e per il suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, aumenteranno ancora. Peggioreranno i già scombinati conti pubblici, oggetto di uno psicodramma sul patto di stabilità con la Commissione Europea. Con l’aumento dei tassi per contenere l’inflazione andranno a gambe all’aria. Uno scenario può essere questo: aumento degli interessi sul maxi-debito pubblico, seguiranno tagli alla spesa sociale già spremuta dall’austerità per i prossimi sette anni. A cascata, crescono i mutui e stop al credito alle imprese. Panetta ha ricordato che il rialzo dei tassi serve a bloccare la «spirale salari-prezzi». Potrebbe accadere tutt’altro: una spirale tra i prezzi che aumentano, i salari che scendono e i profitti che vanno alle stelle. Lo si è visto nel 2022 dopo la guerra russa in Ucraina, può accadere di nuovo oggi. «Una scelta del genere non risolverebbe un’inflazione di origine esogena, legata all’offerta e ai beni energetici importati – ha osservato Christian Ferrari della Cgil – e finirebbe per compromettere ulteriormente la situazione economica».
LE BANCHE CENTRALI difendono il dogma della «stabilità dei prezzi» e finiscono per dare una mano all’aumento delle diseguaglianze. Ciò che si è capito in questi anni invece è che l’inflazione è aumentata grazie ai maxi-profitti generati dall’aumento del costo dell’energia, per esempio. Proprio quello che sta riaccadendo su gas e petrolio. O sui fertilizzanti dove le pressioni inflazionistiche si sono estese rapidamente, colpendo anche questi mercati, ha ricordato Panetta. Per capire l’«inflazione da profitti», o «inflazione da avidità», basta vedere i record macinati dalle borse e confrontarli con lo stato dei salari oggi.
NELLA RELAZIONE di Bankitalia c’è un passaggio sul rapporto tra la crescita dell’occupazione in Italia e i salari reali. Alla fine dello scorso anno era oltre 2 punti percentuali sotto i livelli dell’ultimo trimestre 2019. Si viene pagati molto meno e tra l’altro non è stata recuperata l’inflazione cumulata dal 2022. La nuova rialza la testa.

