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L’assalto al cuore di Milano: «Finalmente ci hanno visti»

L’assalto al cuore di Milano: «Finalmente ci hanno visti»

Politica italiana

20/10/2026

da Il Manifesto

Mario Di Vito

Prova a prenderli Dopo gli scontri, i dubbi sui motivi della rabbia. C’è solo una certezza: torneranno ancora

Quello che vedi è quello che hai. Alcuni ragazzi hanno un sorriso irresistibile, altri devono farsi una reputazione. I marginalizzati, i criminalizzati, i razzializzati. Loro: i maranza.

                 

Due giorni di riot a Milano: sabato a margine di una manifestazione completamente autorizzata e domenica senza nemmeno bisogno di trovare un pretesto. La verità, al netto di tutto, è talmente semplice che si può riassumere con le due frasi scritte in rosso su un muro vicino al liceo scientifico Leonardo da Vinci, davanti al tribunale. Dice: «Picchia lo sbirro, ruba al padrone». Alla domanda su chi sia stato a fare tutto questo la risposta è sfuggente. Se poi si chiede il perché entriamo nel campo minato della sovrainterpretazione. Ma l’odore del Napalm si sente forte e quello va seguito per cercare di capirci qualcosa. Un espertissimo agente della digos sostiene che questo sia il primo vero pericolo per l’ordine pubblico da tanti anni a questa parte. Almeno a Milano.

GLI AVVOCATI specializzati in certe cose si affannano tra il palazzo di giustizia e la questura, ma hanno pochi clienti. I difensori degli arrestati sono per lo più quelli d’ufficio e i familiari di chi si è messo nei guai hanno l’aria spaesata. In via Fatebenefratelli ancora all’ora di pranzo di ieri c’era chi aspettava di poter rivedere proprio figlio. Preoccupazione e stanchezza hanno lo stesso volto. Esce un ragazzo, avrà sì e no sedici anni. Un poliziotto gli fa: «Ma come sei vestito?». La madre lo porta via senza mai alzare lo sguardo dal marciapiede.

Parla chi ha una denuncia ma è a piede libero. «Non ci vedono mai, ora finalmente lo hanno fatto», dice un ragazzo appena maggiorenne. E quindi? «Che ne so? Io non ho fatto niente». Ovviamente. Molti fermi sono stati effettuati sulla base del colore della pelle e dell’abbigliamento. Chi tutela l’ordine non è incline all’osservazione delle sfumature. Allora si pone un problema semantico: maranza è termine etnico o generazionale? Non c’erano solo le famose seconde generazioni a fare a botte con la polizia e a sfondare i negozi per sfregio e per saccheggiarli. Molti erano italiani con genitori, nonni e anche bisnonni italiani. Comunque ci tengono molto ad autodefinirsi così: maranza. Venivano da Milano (non solo periferia) e dai suoi dintorni. Ma anche da un po’ più lontano: Padova, Verona, Alessandria. Avevano letto dell’appuntamento in piazza del Duomo su Telegram. Non avevano aspettative particolari, dicono. Poi però le cose sono andate come sono andate e allora eccoci qui a brigare con avvocati e poliziotti, giudici e pubblici ministeri.

LUIS HA 21 ANNI, studia beni culturali alla Statale ed è «l’organizzatore», cioè quello che materialmente ha chiesto l’autorizzazione per la manifestazione di sabato a nome di «Milano in piazza». Tutto è nato parlando di quanto sia difficile la vita – pochi soldi, tante spese – con i suoi amici. Poi hanno fatto un gruppo su Whatsapp che in breve ha raggiunto il limite massimo di iscritti, oltre 2000. Così tutti si sono spostati su Telegram e lì hanno deciso di scendere in piazza. «Con chi ha fatto gli scontri noi non c’entriamo niente», sottolinea. Dice che la colpa è tutta dei maranza. «Sono arrivati e da subito hanno cominciato a creare problemi». Non se lo aspettava Luis. Non c’era servizio d’ordine in piazza del Duomo, che, a proposito di ordine pubblico, sarebbe una «zona rossa». Non c’era niente. All’inizio quasi neanche la polizia. Troppo indaffarata a gestire male la situazione: hanno fatto partire il corteo troppo presto e poi lo hanno spezzato in tre tronconi. Dopo ancora lo hanno chiuso senza lasciargli via d’uscita. Così è partita la prima sassaiola. Il resto è noto.

IN QUESTURA pensano di sapere cosa sia successo. C’era un gruppo di Telegram chiamato «17 ottobre civile» dentro il quale i maranza si sarebbero organizzati al puro e semplice scopo di scontrarsi con la celere e prendere a mazzate le vetrine. Con una tattica particolare: mandare avanti chi in ogni caso di «custodia» se ne fa poca, cioè i minorenni. Magari con precedenti, già avvezzi ad avere a che fare con la polizia. Di provocazione in provocazione, quando il minore in questione viene preso, si va a liberarlo. Cioè a scontrarsi. Una, due, tre, dieci volte. Senza piattaforme, senza rivendicazioni. La rabbia non è solo cieca, è anche sorda e muta. È un fatto esistenziale. Per questo è inutile dire che «bisogna ascoltare». Quel tempo, in realtà, è già finito.

«LA QUESTIONE è sia pre-politica sia post-politica», ragiona Carlotta Cossutta. «Alla base sembra esserci una forte insoddisfazione per la propria vita. Dal covid alla guerra, passando per il genocidio di Gaza: questo sono stati gli ultimi anni. E le prospettive sono tremende. D’altra parte non si cerca alcuna mediazione, quindi è difficile anche capire di preciso cosa si dovrebbe ascoltare». Nessuno lo sa. Il sindaco Sala chiede più polizia. Il governo è pronto a varare nuovi pacchetti sicurezza. I protagonisti degli scontri, tutti ne sono sicuri, torneranno. Pare ci siano già delle date: il prossimo weekend. E quello dopo ancora. Ieri, nel primo pomeriggio, a un certo punto pareva fosse scattata di nuovo l’ora del tafferuglio. Paranoia? Intorno a piazza del Duomo camionette della polizia e dei carabinieri. Fuori dai negozi guardie private con cui sembra meglio non litigare.

TUTTI pensano che ci saranno altri pomeriggi di tafferugli nel ricchissimo cuore di quella che continua a ritenersi capitale morale, nonostante tutto. Uno strano risveglio civile: gli scacciati sono qui. E sono proprio quello che sembrano. Vogliono ridare indietro un po’ di quello che ricevono ogni giorno della loro vita.

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