12/04/2026
da Il Manifesto
Visto da Palazzo Chigi Mentre l’Ungheria è chiamata a scegliere fra una destra europeista e la disintegrazione dell’Ue, Meloni non ha trovato di meglio che chiedere in prestito a Elly Schlein la formula del «resto testardamente unitaria»
Non sono passati neanche tre mesi dal videopronunciamento in favore di Victor Orbán che Giorgia Meloni divulgò a metà gennaio al fianco di alcuni leader delle estreme destre europee, con l’aggiunta di Benjamin Netanyahu.
Nello spot mancava Vladimir Putin, ovviamente, ma pareva di vederlo sogghignare sullo sfondo.
Dicono che Meloni sia pentita di essere comparsa in tale compagnia, a cui in extremis ha voluto aggiungersi il vicepresidente americano Vance di passaggio a Budapest prima di incontrare i vertici del sanguinario regime iraniano che gli Usa davano per distrutto.
Dati gli accadimenti, Meloni ha smesso anche di ripetere la formuletta pro-riarmo – Si vis pacem para bellum – con la quale sosteneva che «solo una forza militare credibile allontana la guerra». Come gli altri esponenti nazionalisti ostili alla Commissione di Bruxelles, schierati con lei a sostegno di Orbán, e anzi giunta in ritardo alle timide prese di distanza da Trump espresse con maggior chiarezza dai francesi di Rn e dai tedeschi di Afd. Oggi Meloni fa tesoro della propria irrilevanza nella contesa internazionale e si astiene da qualsivoglia proposito bellicoso. D’un colpo, le destre europee hanno scoperto la propria debolezza e sbandano, invano richiamate all’ordine dalla Casa bianca e dal suo maggiordomo segretario della Nato, Mark Rutte.
Dobbiamo pur chiedercelo perché una professionista del calibro di Meloni, maestra di tempismo in politica e nella comunicazione, di fronte alla guerra abbia commesso l’errore grossolano di quel «non condivido e non condanno». Pagato caro anche sul fronte interno con la sconfitta nel referendum. Mentre l’Ungheria è chiamata a scegliere fra una destra europeista (Magyar) e la disintegrazione dell’Ue (Orbán), lei non ha trovato di meglio che chiedere in prestito a Elly Schlein la formula del «resto testardamente unitaria». Peggio, mentre appare evidente che la guerra scatenata da Trump e Netanyahu provoca danni gravi, dal Golfo all’Europa, proprio a quelli che in teoria sarebbero gli alleati di Usa e Israele, testardamente lei evita di riconoscerne le criminali responsabilità.
Perché Giorgia Meloni, orgogliosa donna di destra, non riesce a dare nome e cognome a chi ferisce il senso di umanità dei suoi concittadini, danneggia l’interesse nazionale, minaccia la pace mondiale, trasforma le relazioni diplomatiche in gare di turpiloquio? Eppure le converrebbe farlo.
L’affinità culturale e il mito della coerenza sono le prime risposte che vengono in mente. Ma non bastano, avendo a che fare con una leader pragmatica che ha saputo farsi benvolere da Joe Biden e Ursula von der Leyen. Il 19 febbraio scorso non aveva resistito alla tentazione di salire da osservatrice sul carro del Board of Peace di Gaza, a costo di eludere i nostri vincoli costituzionali; pochi giorni dopo, il 28 febbraio, si è lasciata irretire dai cultori della forza – espressione del nuovo fascismo mondiale – che scatenavano la «guerra preventiva» all’Iran e in Libano. Non so se le sia venuta l’acquolina in bocca udendo Netanyahu parlare di occasione storica, rivoluzione del Medio oriente, insurrezione a Teheran; o se l’abbia incantata la «Furia epica» con cui Trump annunciava che ci prendiamo il petrolio e faremo un mucchio di soldi.
Di certo l’omicidio mirato nel primo giorno di combattimenti della Guida suprema Ali Khamenei l’avrà indotta a pensare che – magari, chissà – quei due criminali ce l’avrebbero fatta a ridisegnare il mondo a vantaggio pure dei loro cortigiani.
È in quel preciso momento che Giorgia Meloni si è ritirata in provincia. Ha perso l’attimo, ha rivelato di non essere una statista. Ridimensionata dagli stessi elettori – essendo tornati alle urne quelli che non avevano provato un’infatuazione per lei – ora le tocca fare i conti con le beghe interne di FdI; con gli interessi rappresentati nel vertice di Cologno Monzese da una Forza Italia tornata partito-azienda; e competere in xenofobia con la Lega, fra «blocco navale» e «remigrazione».
Resta da sperare che a sinistra inizino a occuparsi di riforma dell’Unione europea, superamento della Nato, Green Deal, pressioni efficaci su Israele, anziché di primarie.

