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La Sumud fa paura, per terra e per mare

La Sumud fa paura, per terra e per mare

Editoriali

01/05/2026

da Il manifesto

Chiara Cruciati

Flotta e piazza La Sumud continua a scatenare sentimenti profondi, spontanei, immediatamente politici. È l’idea che, di fronte alla barbarie, ci sia spazio per azioni concrete, individuali e collettive, ponti fisici portati dal vento che scompiglia silenzi complici

Roma, Milano, Bologna, Trieste, Livorno, Genova: ieri sera le agenzie di stampa hanno iniziato a battere servizi dalle piazze italiane che, quasi in contemporanea, si sono iniziate a riempire a sostegno della Global Sumud Flotilla, aggredita dalla marina israeliana in acque internazionali la notte precedente. Una reazione attesa vista il precedente d’ottobre, così difficile da replicare. La Sumud continua a scatenare sentimenti profondi, spontanei, immediatamente politici.

È l’idea che, di fronte alla barbarie, ci sia spazio per azioni concrete, individuali e collettive, ponti fisici portati dal vento che scompiglia silenzi complici.

La Sumud è stata definita in tanti modi, spesso malevoli, insinuanti, sminuenti. Per tante, tantissime, persone in giro per il mondo è molto più semplice: significa esserci, schierarsi contro il genocidio del popolo palestinese, uscire dai margini, che si sia flotta di mare o flotta di terra.

Per Israele è la manifestazione plastica dell’esistenza di un fronte enorme, planetario, di rigetto delle sue politiche e delle sue pratiche di distruzione, deportazione e colonialismo. Per questo la Sumud fa paura. Dopotutto Israele investe miliardi – lo ha rifatto di recente – per campagne di contrasto ai movimenti pro-palestinesi e propaganda mediatica.

È anche la paura a spiegare l’atto di pirateria che nella notte tra il 29 e il 30 aprile ha avuto luogo a una manciata di miglia dalle coste europee: l’abbordaggio di barche pacifiche, piene di civili di ogni estrazione sociale e politica, disarmate e in viaggio in acque internazionali non è una sorpresa, Israele lo fa ormai da quasi due decenni contro tutte le missioni umanitarie e politiche che hanno sfidato l’assedio illegale imposto sulla Striscia di Gaza.

Stavolta però è andato oltre: senza che nessuno dei paesi costieri vicini intervenisse, le navi della marina israeliana hanno circondato le barche a vela di notte, gli hanno puntato addosso laser e mitra, le hanno inseguite e hanno rapito centinaia di attivisti a seicento miglia dalle coste palestinesi, in pieno Mar Mediterraneo. Alle porte d’Europa.

I messaggi sono tanti e inequivocabili. Il primo è che Israele non ha alcun timore delle reazioni dei paesi alleati perché decenni di impunità e di limiti superati hanno un effetto sulla psiche politica delle autorità di Tel Aviv. L’assenza di limitazioni, siano esse confini geografici o linee rosse legali, si espande a macchia d’olio, rende spavaldi. Arriva fin dentro le nostre società.

Il secondo è che Gaza deve restare isolata, sigillata, prigioniera, in entrata e in uscita, un luogo di mera sopravvivenza senza diritto al mondo, figurarsi a una vita libera. E poi c’è il terzo messaggio, e questo non lo manda Israele ma lo inviano le flotte di terra e di mare: Tel Aviv appare più spaventato da uno sciame di vele disarmate e pacifiche che dalla cosiddetta comunità internazionale e dagli strumenti condivisi del diritto internazionale.

Lo scorso settembre la prima missione della Global Sumud Flotilla durò un mese intero, oltre quattro settimane piene di attenzione mediatica crescente, di iniziative pubbliche, di moltitudini e movimenti diversi che si aggregavano intorno alla questione-simbolo della nostra epoca, la Palestina. Quel mese è stato uno stillicidio per Israele e per i governi alleati (qualcuno, come quello Meloni, ancora oggi paga il conto politico di quella mobilitazione).

Anche per questo, forse, Israele ha provato a giocare di anticipo: tentare di fermare la Flotilla a pochissimi giorni dalla sua partenza, con metodi pirateschi, pericolosi e intimidatori, dovrebbe servire a stroncare sul nascere la flotta di terra. E a stroncare il suo significato: un’azione concreta, collettiva e globale, capace di risvegliare passioni e immaginari, di farci sentire meno sole e soli e meno impotenti di fronte alla barbarie che avanza. Le piazze potrebbero di nuovo essere la luce che sfida le tenebre in cui si muovono le navi militari e l’oscurità che imprigiona la Palestina e la sua gente. Non le abbandoniamo.

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