10/10/2026
da Il Manifesto
Nobel alla sbarra Il premio a Navi Pillay non è solo un riconoscimento a una giurista straordinaria, è anche un omaggio al ruolo della giustizia internazionale e all’importanza della lotta contro l’impunità per i crimini più gravi
Il premio Nobel per la pace a Navi Pillay non è solo un riconoscimento a una giurista straordinaria, è anche un omaggio al ruolo della giustizia internazionale e all’importanza della lotta contro l’impunità per i crimini più gravi.
Un segnale importante in un momento in cui il diritto internazionale è messo in discussione e le istituzioni internazionali sono sottoposte ad attacchi sempre più espliciti da parte di alcuni degli Stati più potenti.
Nella motivazione del Nobel, il Comitato ricorda che, fin dalla prima assegnazione del premio, 125 anni fa, il diritto internazionale è stato considerato uno strumento fondamentale per la risoluzione pacifica dei conflitti. Soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, si è affermata la convinzione che una pace duratura debba fondarsi su principi giuridici, anziché sulla volontà dei più forti o su fragili equilibri di potere.
Il Comitato non nasconde i limiti di questo percorso: le grandi potenze sono spesso riuscite a sottrarsi alle proprie responsabilità e le regole sono state applicate selettivamente a seconda dell’identità dei responsabili e delle vittime. Ma di fronte al ritorno di una politica fondata sui rapporti di forza, riafferma che il diritto internazionale è oggi una necessità assoluta. «La pace richiede giustizia», si legge nella motivazione.
La scelta del Comitato Nobel contiene dunque un messaggio preciso: la pace e la giustizia non sono esigenze contrapposte e l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali non rappresenta un ostacolo alla pace, ma uno degli strumenti per perseguirla. È una prospettiva alla quale Navi Pillay ha dato un contributo fondamentale, soprattutto nella repressione del genocidio e nello sviluppo della relativa giurisprudenza internazionale. Giudice e poi presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, partecipò alla storica sentenza Akayesu del 1998, che riconobbe per la prima volta che lo stupro e le altre forme di violenza sessuale possono integrare atti di genocidio. Il suo percorso è legato anche all’affermazione della responsabilità penale per l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio attraverso la propaganda: un tema di straordinaria attualità.
L’impegno di Pillay nell’accertamento delle responsabilità per il crimine di genocidio prosegue ancora oggi. È giudice ad hoc, designata dal Gambia nel procedimento promosso da quest’ultimo contro il Myanmar di fronte alla Corte internazionale di giustizia per atti di genocidio commessi ai danni della minoranza Rohingya. Più recentemente, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sui territori palestinesi occupati, che nel settembre 2025, sulla base di un’ampia e rigorosa raccolta di elementi probatori, ha concluso che le autorità israeliane stanno commettendo un genocidio a Gaza.
Nella motivazione del Nobel si ricorda che i giudici custodiscono una sottile linea rossa tra ordine e caos. Poche ore dopo l’annuncio del premio, a voler sfidare apertamente quel messaggio, l’amministrazione Trump ha annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale (Cpi), questa volta colpendo l’istituzione nel suo complesso, dopo aver già sanzionato singoli giudici e procuratori. Le misure erano in preparazione da tempo, ma la coincidenza è impressionante: mentre con il Nobel si rende omaggio a chi ha dedicato la propria vita alla lotta contro l’impunità, Washington intensifica l’offensiva contro l’istituzione che cerca di renderla effettiva.
I mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant hanno mostrato quanto possa risultare scomoda una giustizia capace di raggiungere anche i potenti e i loro alleati. Ma gli attacchi alla Cpi non vengono soltanto da Washington: dopo il mandato di arresto contro Putin, la Russia ha avviato procedimenti penali contro i suoi magistrati e nel dicembre 2025 ha condannato in contumacia il procuratore e otto giudici a pene fino a 15 anni di reclusione. Queste reazioni mostrano quanto l’esercizio di una giurisdizione indipendente risulti intollerabile quando investe i vertici degli Stati che si ritengono intoccabili. E quanto sia temuta, in definitiva, la possibilità stessa che la giustizia internazionale funzioni.
Al riconoscimento tributato a Pillay dovrebbe ora accompagnarsi un’assunzione di responsabilità da parte dell’Unione europea e dei suoi Stati membri. Occorre passare dalle dichiarazioni di sostegno alla Cpi a misure concrete per proteggerne l’indipendenza e il funzionamento, a cominciare dal contrasto agli effetti delle sanzioni statunitensi. Perché la lotta contro l’impunità non può essere affidata soltanto al coraggio dei giudici: richiede l’impegno concreto degli Stati che affermano di credere nel rispetto del diritto internazionale.

