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«Per la Sanità territoriale il Pnrr è un’occasione persa»

«Per la Sanità territoriale il Pnrr è un’occasione persa»

Sanità

26/07/2026

da il Manifesto

Andrea Capocci

Sanità Intervista a Gavino Maciocco, ideatore delle Case della Salute a cui si ispira la riforma

Gavino Maciocco è stato chirurgo, medico di famiglia, dirigente Asl e docente universitario. È il padre nobile della riforma della sanità territoriale. Le «case di comunità» realizzate con il Pnrr si ispirano alle «case della salute» della Toscana, una fortunata sperimentazione a cui diede vita Maciocco nei primi anni Duemila per far fronte all’invecchiamento della popolazione e all’aumento delle malattie croniche. «Almeno sulla carta – spiega – la riforma conferma in molti aspetti il nostro modello di “sanità di iniziativa” fondato su un’equipe medica multidisciplinare».

Professore, cos’è la sanità di iniziativa?

Le malattie croniche si affrontano senza aspettare che il paziente arrivi dal medico o al pronto soccorso ma intervenendo precocemente. È la cosiddetta “presa in carico”. Se ad esempio un paziente è diabetico, viene inserito in un percorso di assistenza: la patologia viene tenuta sotto controllo da un infermiere che lo segue passo passo, programmando visite ed esami periodici senza passare dalle telefonate al Cup e dalle liste d’attesa, e ricordandogli anzi gli appuntamenti già prenotati.

È un modello praticabile?

In Toscana abbiamo applicato la sanità di iniziativa tra il 2010 e il 2014. In due patologie, il diabete e lo scompenso cardiaco, abbiamo osservato una riduzione della mortalità pari al 15% in chi era seguito con la sanità di iniziativa rispetto agli altri. In Germania, dove si fa da anni, si arriva al 50%.

L’Italia investe in sanità pubblica la metà della Germania.

All’epoca non si sentiva ancora l’effetto del blocco del turnover e i distretti disponevano di infermieri e personale. Molto però dipende dalla volontà politica e me lo insegnò proprio l’esperienza toscana. Inizialmente la regione assicurò le risorse per la formazione e gli incentivi per i medici di base e gli infermieri. Poi Enrico Rossi da assessore alla sanità divenne presidente regionale e la sanità di iniziativa è sparita dai radar. Sta succedendo anche col governo.

Secondo l’accordo firmato tra il sindacato dei medici di base Fimmg e il governo, ogni medico dovrà lavorare al massimo sei ore a settimana nelle Case di comunità.

Un’assurdità. Può servire al massimo a coprire l’orario per chi non trova un medico di turno, ma non ha nulla a che vedere con la sanità di iniziativa. La casa di comunità deve essere la sede abituale dell’attività del medico di base. Ma servono incentivi altrimenti vince l’altro modello, quello delle farmacie dei servizi che predilige le prestazioni a pagamento. I pazienti cronici devono essere seguiti nella casa di comunità anche se contrasta con il mercato delle visite specialistiche private. A questi pazienti non serve la visita di un luminare, meglio qualcuno che si faccia carico della sua patologia, ne conosca la storia.

Mille case di comunità «hub» realizzate grazie al Pnrr basteranno?

Una casa di comunità «hub» ogni 50 mila abitanti è troppo poco. Nella bozza iniziale del Pnrr l’investimento ammontava a 4 miliardi, poi due furono destinati all’assistenza domiciliare integrata gestita dai privati. Oltre alle case di comunità «hub» servono le case «spoke» di maggiore prossimità. In Emilia-Romagna e Toscana si stanno realizzando. In alcune zone ogni comune ha la sua casa di comunità. Nelle regioni che non hanno questa tradizione non succede.

Il ministro Schillaci aveva provato a riformare la professione del medico di base, ma ha fallito.

La proposta iniziale affrontava il nodo della formazione trasformandola in una vera specializzazione e quello della dipendenza pubblica dei medici di base, che oggi sono liberi professionisti. Mentre la formazione specialistica è affidata alle università, quella gestita dalle regioni per i medici di base è di basso livello e poco incentivante perché le borse di studio valgono la metà rispetto agli specializzandi. Così diventa una scelta di ripiego.

E la proposta di creare la figura del medico di famiglia dipendente del Servizio nazionale?

Molti giovani medici l’avrebbero apprezzata. L’esperienza spagnola, dove i medici di base sono dipendenti pubblici, mostra che questa modalità è più gradita. Mi stupisce che l’opposizione non abbia sostenuto la proposta.

Chi fa le spese di un sistema che si oppone al cambiamento?

La riduzione dei fondi, la mancanza di una strategia per le malattie croniche, il ricorso alla sanità privata e la moltiplicazione delle visite inappropriate ricadono soprattutto sui pazienti più poveri. La lotta alle disuguaglianze dovrebbe avere questi come principale obiettivo. Invece troppo spesso finiscono nelle Rsa.

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