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La rivoluzione stringe i ranghi e si fa dinastia

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05/03/2026

da il manifesto

Alberto Negri

Teheran La candidatura a Guida Suprema di Mojtaba, figlio di Alì Khamenei, è senza precedenti e anzi va anche contro i voleri dei fondatori, in primo luogo dell’imam Khomeini. La formula repubblicana era stata voluta dopo la caduta dello shah nel 1979 proprio per distinguersi dalla monarchia ereditaria dei Palhevi

Mezzo turbante e mezza corona. Chi pensa a una prossima svolta “moderata” forse non conosce le dinamiche del potere iraniano e quelle che si instaurano in tempo di guerra: in genere portano a una resa dei conti tra i duri e puri, non a discussioni in guanti bianchi. La famiglia rivoluzionaria iraniana stringe i ranghi, si fa dinastia ma perde anche legittimità nel pieno di una guerra che potrebbe esserle fatale. Anche di questo si tiene conto quando il New York Times scrive di possibili trattative dietro le quinte tra Washington e Teheran oppure, al contrario, di destabilizzare il regime usando la minoranza curda.

La candidatura a Guida Suprema di Mojtaba, figlio di Alì Khamenei, è senza precedenti e anzi va anche contro i voleri dei fondatori, in primo luogo dell’imam Khomeini. La formula repubblicana era stata voluta dopo la caduta dello shah nel 1979 proprio per distinguersi dalla monarchia ereditaria dei Palhevi: se è vero che il turbante sostituiva la corona come simbolo del potere questo potere doveva distinguersi nettamente – in apparenza oltre che nella sostanza – da una dinastia che dal popolo e dalle istituzioni non traeva nessuna legittimità.
Ecco il motivo che quasi sempre sfugge quando si parla del regime iraniano: ogni carica di questa repubblica islamica sciita è elettiva.

Il Parlamento, la presidenza le varie assemblee, tra cui quella degli Esperti che elegge sua volta la Guida Suprema, sono il risultato di un voto “popolare”. Poi, naturalmente, le elezioni sono sempre state guidate e pilotate dall’alto, non esistono ufficialmente i partiti e i candidati sono scelti escludendo sistematicamente coloro che contestano il regime, gli oppositori e anche quelli che pure facendo parte del sistema lo vogliono cambiare o soltanto riformare.

Nell’eventuale elezione di Mojtaba l’unico elemento di continuità con la tradizione repubblicana del passato è il turbante nero della Guida, segno distintivo dei seyed, i discendenti dalla famiglia di Maometto. Mentre nel mondo sunnita la legittimità del potere viene dai califfi successori del Profeta, in quello sciita la legittimità deriva dalla famiglia del Profeta. Lo sciisma tra questi due rami dell’Islam si consuma con la battaglia di Kerbala (Iraq) del 680, quando il califfo di Damasco Yazid uccide e fa tagliare la testa a Hussein, figlio di Alì e nipote di Maometto.

Questa separazione tra la Shia (che vuol dire partito) e il sunnismo ha avuto e continua ad avere un grande peso nel mondo musulmano e di riflesso anche in Occidente. Con una considerazione fondamentale: nel mondo sciita iraniano i religiosi non avevano mai avuto il potere politico e lo conquistano soltanto con la rivoluzione khomeinista del 1979.

Uno dei più grandi esperti di sciismo, Henry Corbin, pochi mesi prima della caduta dello shah scrisse su Le Monde che in Iran i religiosi non sarebbero mai andati al potere perché avrebbe prevalso l’ala più “quietista”, ovvero un clero che si era sempre messo d’accordo con il potere laico. Eppure proprio questo clero era stato tra i protagonisti della rivoluzione costituzionale del 1905 e poi si era pronunciato in parte come ostile al presidente laico Mossadeq, defenestrato nel 1953 da un colpo di stato anglo-americano dal forte sentore di petrolio. Queste brevi notazioni per dire che fare previsioni sull’Iran è difficile, anche i più informati rischiano errori marchiani, un monito forse a chi pensa che caduto eventualmente questo regime la strada sia spianata al ritorno di Reza Palhevi o a qualche soluzione all’occidentale.

E qui veniamo al punto essenziale. La candidatura del figlio di Khamenei, la Guida Suprema uccisa sabato, è esattamente il contrario di quanto voluto dalla rivoluzione e dalla repubblica ma è pure assai lontana dalle ali più moderate del potere degli ayatollah. E quando parliamo di moderati in Iran sarebbe più corretto definirli “pragmatici”: la repubblica islamica non è mai stata governata da moderati o da quelli che noi chiamavano riformisti come l’ex presidente Mohammed Khatami, un religioso colto e poliglotta che andò anche in Vaticano da papa Wojtila. I riformisti nella nomenklatura erano comunque coloro che avevano fatto la rivoluzione (oltre che la guerra contro l’Iraq), una rivoluzione che aveva divorato sanguinosamente i suoi figli: dai liberal-nazionalisti al partito comunista Tudeh (un milione di iscritti e che era stato pure al governo con Khomeini), alle varie declinazioni della sinistra religiosa.

E forse saremmo qui a scrivere un storia molto diversa dell’Iran se Saddam Hussein non avesse attaccato, nel settembre 1980, la repubblica islamica. Fu questa guerra, durata otto anni con un milione di morti, a determinare la tenuta della rivoluzione sotto pressione del nemico esterno e a fare leva sul nazionalismo iraniano della popolazione tradizionalmente ostile agli arabi.

Mojtaba è anche il figlio di questa storia, assai vicino ai pasdaran e ai basiji, ovvero all’ala militare e allo stesso tempo ai seminari di Qom ultra conservatori dai quali sarebbe uscita la sua qualifica di ayatollah dalla dubbia solidità accademica. Non ci sono dubbi invece sulla sua immersione totale nei vertici attuali in gran parte in mano alle Guardie della Rivoluzione: quel potere che potrebbe essere più pragmatico del precedente ma forse non meno inflessibile, perché i padroni della repubblica sanno di essere al capitolo decisivo della loro lotta per la sopravvivenza.

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