23/05/2026
da Il Manifesto
Emiliano Brancaccio
Melonomics La narrazione del governo scricchiola ogni giorno di più
La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.
Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del Pnrr, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.
Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.
Non è lo scenario ideale per il governo, soprattutto in anno pre-elettorale. Meloni e soci provano allora a giocarsi una nuova carta con l’Europa. Visto che l’eredità dei due grandi motori macroeconomici è in esaurimento, Roma chiede una deroga ai vincoli del Patto di stabilità allo scopo di elargire qualche soldo in più per fronteggiare le nuove proteste contro il caro-carburanti. Del resto, gli autotrasportatori sono già sul piede di guerra e per molte famiglie il costo dell’energia fossile è tornato a mordere.
Certo, Meloni vorrebbe dare gli stessi spicci a chi si ferma alla pompa con un suv e a chi in utilitaria. Ma si sa, la destra di governo alla distribuzione non bada. Se le compensazioni andranno più ai ricchi che ai poveri, poco male. L’importante è avere margini per elargire.
Per quanto iniqua, la proposta italiana non è del tutto priva di fondamento legale. Approvato nel 2024, il nuovo patto di stabilità ha infatti ammesso deviazioni eccezionali dai vincoli di bilancio per categorie di spesa non specificate. Solo in seguito il Consiglio Ue ha interpretato la deroga in un’ottica puramente militarista, consentendo scostamenti solo per il riarmo. Nulla però impedisce di ammettere altri tipi di deroghe.
Il problema è che le autorità europee si stanno opponendo proprio alla specifica deroga proposta dall’Italia. Il primo a contestare è stato il solito Dombrovskis. Ma poi si è aggiunta anche la voce, ben più pesante, della presidente Bce Christine Lagarde. La loro diagnosi è che la crisi nasce da una restrizione dell’offerta globale di energia fossile che potrebbe anche durare a lungo. In una situazione del genere, con l’offerta di fossili che si contrae, non è saggio creare deficit per spingere ancora sulla domanda, perché si rischia di alimentare solo ulteriori pressioni inflazionistiche. L’unica risposta efficace alla crisi, dunque, è ridurre strutturalmente la dipendenza da petrolio e gas accelerando la transizione verso le fonti rinnovabili.
La ricetta ha senso. Almeno per una volta, Bruxelles e Francoforte non raccontano fandonie.
Ma per Meloni e soci non sarà facile uscire dal garbuglio. I dati Eurostat richiamati dalla Corte dei conti e gli ultimi rapporti di Ambiente Italia mostrano che l’Italia affronta la strozzatura dell’offerta globale di fossili in una situazione di grave ritardo. Dal 2019, la quota di rinnovabili sui consumi finali è aumentata in Europa del 27 percento, con picchi del 35 in Francia e del 42 percento in Spagna. In Italia, l’aumento è stato di appena il 7 percento. Dopo aver assecondato Trump e i petrolieri, non ci si poteva aspettare molto altro.
Il risultato è paradossale. La “Melonomics” era stata presentata come il miglior distillato economico del sovranismo. A quanto pare, invece, sta aumentando la vulnerabilità dell’Italia agli effetti del grande disordine mondiale.

