13/03/2026
da Remocontro
A sette mesi dalle elezioni di novembre, il midterm condiziona e amplifica tutta la politica interna e internazionale statunitense. «Trucco e slogan -avverte Luca Celada sul manifesto-, la guerra di Trump è come una campagna elettorale» dove è vero tutto e il contrario di tutto: «È quasi finita», «è appena iniziata». E diventa impossibile prevedere quale sarà la possibile verità

Rassicurazioni e allarmi solo se utili
Allerta diramata Fbi sul pericolo di rappresaglie iraniane sulla California la propaganda su di un nemico infido e pericoloso. Ma la narrazione dell’agenzia guidata dal fedelissimo Maga, non sembra aver avuto l’effetto di avvicinare all’opinione pubblica una guerra che rimane psicologicamente lontana da molta opinione pubblica americana. Allarme che fotografa l’interesse dell’amministrazione Trump ad alimentare la paura per giustificare l’attacco e a ‘normalizzare’ il conflitto. Segnali parzialmente rassicurante per Trump. Il sondaggio del Washington Post rilevava ieri un 42% a favore della guerra e solo 40% contrari (17% senza opinione). Una settimana prima erano contrari 52%-39% con 9% senza opinione. «La volatilità dell’opinione pubblica nei confronti di una guerra non solo lontana ma isolata dalla penuria ed inaffidabilità delle informazioni».
Giornalismo indipendente addio
«Come accade nelle guerre del presente, il giornalismo indipendente è quasi del tutto escluso dai teatri delle operazioni». Questa settimana anche due società di satellitari, Planet Labs e Vantor hanno smesso di fornire immagini del Medioriente). «Il vuoto è riempito da una mole senza precedente di fake creati con l’Intelligenza artificiale e dalla comunicazione ufficiale». Su Truth Social e sui canali di Casa bianca e ministeri scorre un torrente di spot e slogan, video montaggi ed elenchi inverificabili di trionfi. La Casa bianca rende nota la «eliminazione di 5.500 obbiettivi, il controllo dei cieli, più di 60 navi da guerra distrutte e quattro catturate». Più sintetico il messaggio del canale ufficiale del Pentagono. Mentre lo stesso governo ammette ora una «apparente responsabilità nel bombardamento della scuola di Minab, il «ministero per la guerra» pubblica l’immagine di un missile Tomahawk e la dicitura No Mercy (nessuna pietà)».
La guerra del ministro come al cinema
Per Pete Hegseth in particolare le operazioni militari sembrano riflettere un film d’azione in replica nella sua testa, un’operazione d’immagine in cui nulla deve stonare». Ieri la notizia dell’esclusione dei fotografi dalle conferenze stampa (lo avevano ritratto in modo poco lusinghiero). Per chiarire le priorità del ministro che al Pentagono ha istallato una postazione per ‘trucco e peluicco’, ma decimato proprio l’ufficio preposto a minimizzare le vittime civili. Incompetenza crudeltà le cifre dell’amministrazione che gioca con la terza guerra globale come un videogame, «senza stupide regole di ingaggio» (sempre Hegseth). «E se la guerra vista da casa sembra una campagna elettorale, a sette mesi dalle elezioni di novembre, i midterm elettorali per Camera e Senato condizioneranno ed amplificheranno ormai tutta la politica interna e internazionale Usa
A Tehran bersaglio, basta ‘non perdere’
- «Mentre al regime di Tehran basta ‘non perdere’, Trump ha bisogno della disfatta. Da cui la paradossale dichiarazione della portavoce Karoline Leavitt: a valutare la resa incondizionata dell’Iran sarà il presidente Trump, a prescindere che il nemico lo dichiari o meno». Israele-Usa, obiettivi e ‘vittorie’ diverse. Per Israele ‘vince’ la destabilizzazione del nemico, l’Iran in un caos ‘siriano’ è un obbiettivo che corona il ‘sogno quarantennale’ di Netanyahu. Mentre per Trump, serve poter inventare una bugia verosimile per una delle sue ‘vittorie assolute’ e a breve termine tenuta in piedi da proclami e videoclip.

