11/07/2026
da Remocontro
«Trump “incagliato” a Hormuz. Ma avrà un “piano C” per uscire dal pantano Iran?», si chiede Avvenire. Tra gli analisti c’è il sospetto che il presidente Usa si sia infilato in un ‘cul-de-sac’, segnala Angela Napoletano. Mentre ora spunta anche un presunto piano di Teheran per ucciderlo. Più utile politicamente che verosimile.
Le contraddizioni che esplodono
Perché, dopo neppure tre settimane di tregua, Stati Uniti e Iran sono tornati a farsi la guerra? È la domanda che sta interrogando il mondo intero, sostiene Avvenire. Per poi ammettere che «Risposte certe non ce sono». La cronaca del fuoco incrociato scoppiato in seguito gli attacchi sferrati dai pasdaran alle navi che transitavano nello Stretto di Hormuz lungo la rotta omanita, non iraniana, come seguito delle questioni rimaste irrisolte nell’intesa del 17 giugno. Con Washington e Teheran che lo avevano formalmente adottato perché entrambe avevano disperatamente bisogno di una pausa nei combattimenti. Scoperta nei fatti dopo le trombonate trumpiane di vittoria diplomatica, il fatto che i nodi chiave del conflitto sono ancora tutti irrisolti.
Stretto di Hormuz irrisolto
Il New York Times segnala, tra l’altro, l’ambiguità sullo Stretto di Hormuz. Il ‘memorandum’: «La Repubblica Islamica dell’Iran adotterà tutte le misure possibili per garantire, con il massimo impegno, il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza alcun addebito per un periodo limitato di soli 60 giorni, dal Golfo Persico al Mare di Oman e viceversa». Gli americani lo hanno interpretato come uno strumento per attribuire all’Iran la responsabilità di garantire la sicurezza dei traffici nel passaggio. Gli iraniani che lo hanno visto come un riconoscimento del loro diritto a controllarlo. NYT: «Il caso è emblematico di ciò che accade quando le parti attenuano le loro divergenze senza risolverle».
L’opinione pubblica americana
L’opinione pubblica americana si chiede se Trump, dopo il fallimento dell’operazione “Epic Fury” e il crollo della “pace provvisoria” sancita dal Memorandum, abbia un “piano C” per provare a tirare fuori il Paese fuori dal pantano mediorientale. Ma anche in questo caso, per ora, non ci sono risposte. Quello che negli Stati Uniti in pochi osano ammettere con chiarezza è proprio che il presidente si è infilato in un “cul de sac”, denuncia Avvenire. «Potremmo averla combinata davvero grossa andando in Iran», ha commentato un podcaster conservatore molto seguito dal popolo Maga. «I sostenitori di Israele sono gli unici a pensare che sia stata una buona idea».
Solo Israele all’incasso
Secondo la Cnn , il premier israeliano Netanyahu «vorrebbe veramente partecipare ai raid Usa contro l’Iran, proprio come ha fatto agli inizi della guerra, ma l’Amministrazione non vuole perché teme di perdere il controllo del conflitto». L’intelligence israeliana sostiene l’esistenza di un piano iraniano per uccidere Trump. Evitando il sospetto che fosse una strategia di Israele per influenzare le sue decisioni. Nelle ultime settimane i rapporti tra Trump e Netanyahu si sono incrinati proprio sull’opportunità di proseguire o meno la guerra contro l’Iran: il primo ha cercato una via d’uscita; il secondo ha fortemente sostenuto la necessità di continuarla.
La vittima di comodo
Trump ieri: «Sono nella lista iraniana delle persone da eliminare da molto tempo. Se dovesse succedere qualcosa, bisognerebbe bombardarli con una potenza mai vista, ho già lasciato istruzioni». Testamento politico specchio del personaggio. Sui fatti. Axios ha anticipato (ma il regime ha smentito) che un nuovo giro di trattative potrebbe tenersi la prossima settimana in Svizzera. I mediatori del Qatar, ieri, sono volati a Teheran proprio per incoraggiare la ripresa del dialogo. Funzionerà? I bombardamenti Usa di mercoledì e giovedì sull’Iran (ieri non ce ne sono stati) e la retorica sulla fine della tregua di certo non conciliano il confronto che, pure, Trump sta cercando.
Il dico e poi smentisco di Trump
«C’è chi tra le dichiarazioni contraddittorie del tycoon legge il tentativo di parlare, contemporaneamente, alle due anime dell’intellighenzia iraniana spaccata tra gli oltranzisti della guerra al nemico e i moderati in cerca di una soluzione alla crisi», sottolinea Avvenire. La frattura è emersa con particolare evidenza durante le esequie di Ali Khamenei. I video delle cerimonie funebri hanno registrato contestazioni rivolte ai principali negoziatori: il presidente Masoud Pezeshkian è stato messo in salvo dalla scorta che lo ha sottratto alla furia della folla; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato insultato e colpito da una pietra al motto “morte a chi scende a compromessi”.
Ogni giorno è tregua presa in prestito
Il traffico marittimo a Hormuz intanto è crollato: dalle oltre 100 navi al giorno del periodo pre-bellico ai 22 transiti verificati giovedì scorso. Funzionari statunitensi hanno confermato che l’esercito sta colpendo e poi «mettendo in pausa» deliberatamente le operazioni, per lasciare spazio ai negoziatori. Qatar e Pakistan mediano per riportare Washington e Teheran al tavolo, anche se per ora non ci sono segnali concreti di un’intesa. A complicare il quadro arriva il messaggio di Donald Trump sul suo social Truth: «L’Iran ci ha chiesto di proseguire i colloqui. Abbiamo accettato di farlo, ma gli Stati uniti hanno chiarito, senza mezzi termini, che il cessate il fuoco è terminato».

