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La guerra impossibile tra Centrasia e Golfo Persico

La guerra impossibile tra Centrasia e Golfo Persico

Racconti di vita vissuta

19/04/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Forse dovremmo iniziare a chiamarla, la guerra impossibile. Senza lanciarsi in particolari speculazioni geopolitiche, basta venire qui per capirlo. Abbiamo percorso da nord a sud tutta la parte di Afghanistan controllata dagli alleati mujihaidin. Una avventura di pochi centimetri, misurata sulle mappe di questa area enorme dall’Himalaya al Golfo Persico.

L’illusione che quello era il peggio

L’Afghanistan è una sorta di magica macchina del tempo: più lo percorri al suo interno, più torni indietro nei secoli. Un paese che ignora cosa sia l’energia elettrica, un paese che non ha strade ma piste, un paese che si muove a dorso di asinello, un paese la cui gente contende alla sabbia ed ai sassi un campo arato con gli stessi strumenti di duemila anni addietro. Attraversi l’Afghanistan e ti scopri protagonista del ‘Nome della rosa’, in viaggio lungo il medioevo descritto da Umberto Eco. Dalla capitale tajika Dushanbe, a Kabul talebana saranno forse 800 chilometri, ma in mezzo ci sono gli ostacoli del mondo.

Montagne e deserti tra Centrasia e Golfo Persico

Quattro, cinque giorni di piste impossibili lungo il corso del Dary-ye, un sali e scendi continuo con il vuoto che sembra risucchiarti verso le acque del fiume che percorri sino alle sue sorgenti. Ogni giorno speri che la pista migliori, che il peggio sia passato, ed il peggio te lo ritrovi al mattino dopo. La muraglia da superare per arrivare al Panshir raggiunge i 6 mila metri.

Da qui all’Iran la conquista impossibile

Il passo di Anjuman scavalca quelle vette a quota 4 mila 430: più o meno il nostro Monte Rosa. Lo superi a scendere verso la prima linea e ti chiedi se e quando potrai mai ritornare indietro, con l’inverno alle porte. Fra qualche settimana, la sola via d’uscita dalla valle del Panshir sara’ Kabul, al seguito delle truppe mujihaidin o americane che dovranno prima o poi conquistarla.

Esiste una via d’uscita?

Gli unici segni di guerra che trovi attorno, sono le carcasse di vecchi carri armati sovietici sparse lungo la interminabile sterrata che accompagna il corso del Panshir verso la piana di Kabul. Più scendi, più gli scheletri della vecchia guerra di infittiscono: T62 sovietici con la stella rossa sulla corazza, corrosa anch’essa dalla ruggine, trasporto truppe, artiglieria: ferraglia che fa da parco giochi ai ragazzini dei villaggi che da quelle botole sventrate entrano ed escono, nella versione locale ed eterna del ‘rimpiattino’. Chi sa se l’intelligence americana ha mandato mai qualche sua spia lungo queste piste? Quanti Osama bin Laden possono nascondersi qui attorno, al sicuro da ogni possibile attacco? E quanta politica simile?

Tra Dario il persiano e Alessandro il Macedone

L’avventura Afghanistan propone problemi di geografia, ma anche di storia. Le tracce che trovi oggi sono quelle della ingloriosa ritirata sovietica, ma lo scenario che ti circonda non dovrebbe essere molto diverso da quello trovato millenni prima dagli eserciti di Dario il Persiano o di Alessandro il Macedone. Qualche esercito è riuscito ad entrare, qualcuno persino ad uscirne. Nessuno è mai riuscito a fermarsi. Le guerre importate, in Afghanistan e dintorni, sono guerre impossibili.

 

 

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