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La guerra costa e Trump impone dazi a mezzo mondo

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Politica estera

25/07/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Matto o disperato? Il 20 febbraio, la Corte Suprema aveva stabilito che il potere di imporre dazi spetta al Congresso e non al presidente. E da mesi Washington rimborsa miliardi riscossi illecitamente. Ma Trump, col bilancio federale sconquassato dalla  guerra perdente in Iran, ci riprova. con l’acqua alla gola ci riprova ora riprenderà a accumulare entrate fiscali. Lui spera. Fino alla prossima sentenza. Da pochi giorni, 60 paesi, dall’Europa alla Cina all’India, sono soggetti a nuovi dazi tra il 10 e il 12,5% sulla quasi totalità delle merci che esportano negli Stati Uniti

Matto o disperato?

Trump aveva accolto con rabbia la sentenza di febbraio, e per non restare senza dazi aveva usato la finestra temporale che la legge gli concedeva su un’altra base normativa: un sovrapprezzo doganale fino al 15% per un massimo di 150 giorni, in caso di squilibri nella bilancia dei pagamenti. Allo scadere dei 150 giorni previsti dalla legge il problema si è ripresentato, e per poterli ripristinare, questa volta Trump ne ha inventato un’altra, contro i paesi giudicati ‘responsabili di pratiche commerciali sleali’. Ogni vincolo di legge come scappatoia è buono. Secondo Trump, i paesi colpiti non avrebbero fatto abbastanza per impedire l’ingresso negli Stati Uniti di merci prodotte con ‘lavoro forzato’, anche se il divieto è in vigore da sempre e se gli stessi Stati Uniti praticano la ‘schiavitù moderna’ nelle loro carceri, come rileva Marina Catucci dagli States.

Frottola presidenziale

Trump ha sempre presentato i dazi come la soluzione miracolosa a ogni problema economico degli Stati Uniti, ma i numeri, però, raccontano un’altra storia. I dati del Dipartimento del Tesoro Usa mostrano che a giugno le entrate doganali hanno registrato un saldo negativo di 25,6 miliardi di dollari, perché i rimborsi dovuti dopo la sentenza della Corte Suprema hanno superato le nuove entrate tariffarie del mese. Il conto totale, per le stime del Tax Foundation, è di 166 miliardi di dollari da restituire alle aziende importatrici, in gran parte statunitensi, che avevano versato per dazi poi dichiarati illegali. Si tratta di una cifra pari a circa tre quarti di quanto incassato tra l’aprile del 2025, il cosiddetto Liberation day in cui tutto ha avuto inizio, e febbraio 2026. 

Tradimento fiscale in casa e ‘alleati’

Intanto i dazi imposti nel 2025 sono già costati alle famiglie americane in media 1.000 dollari a testa, e le proiezioni indicano un calo dello 0,6% del Pil e la perdita di circa 450mila posti di lavoro a tempo pieno nel lungo periodo. Ai 1.000 dollari a famiglia già dovuti ai dazi si somma il rincaro della benzina, arrivata giovedì a 4,09 dollari al gallone. L’obiettivo dichiarato dalla Casa bianca di riportare la manifattura negli Stati Unitisi è rivelato l’ennesima favola, e gli investimenti in costruzioni manifatturiere continuano a calare. Ai nuovi dazi si sommano tariffe specifiche: il 25% sui prodotti brasiliani, il 50% su una lista di importazioni canadesi, in arrivo ad agosto. Verso quindici paesi e Unione europea, presto a ulteriori tariffe, che si aggiungeranno alle altre senza sostituirle.

La guerra e l’agricoltura

Secondo il Dipartimento dell’Agricoltura, costo dei carburanti 95% in più in un anno, per le tensioni nello stretto di Hormuz legate alla linea dell’amministrazione in Iran. Ed è un costo che pesa in modo particolare proprio in quelle aree rurali e agricole che hanno votato Trump con più convinzione, e che sono anche quelle che consumano più carburante per necessità quotidiana, tra automobili, camion e trattori. Per la banca agricola CoBank la guerra in Iran potrebbe costare fino a 2.000 dollari in più a ogni agricoltore solo in carburante, a cui si sommano i 1.000 dollari a famiglia già dovuti ai dazi. E nel partito di Trump cresce il timore di un aumento del costo della vita proprio alla vigilia delle elezioni di midterm. Oltra all’incertezza del quadro giuridico e le possibili bocciature dei tribunali.

Dazi ‘trumpmania’ a perdere

  • Secondo un sondaggio, una maggioranza consistente di americani è convinto che i dazi di Trump hanno un impatto negativo sulla loro vita. Il 67% pensava che non fossero la soluzione per rilanciare l’economia. Difficile che, nel giro di qualche mese gli americani abbiano cambiato idea e che le nuove tariffe siano accolte con entusiasmo. In effetti, tutti gli studi mostrano che alzare le tasse sui prodotti di importazione incrementa i costi delle materie prime e della produzione, facendo aumentare i prezzi al dettaglio e alimentando l’inflazione. Una ricerca della Federal Reserve ha rilevato che quasi il 90% dei dazi già imposti da Trump è stato pagato da consumatori e imprese statunitensi, piuttosto che dagli esportatori esteri, e che ciò ha ridotto la spesa degli americani.
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