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La frenata di Trump: combattimenti finiti, scorta navale fermata

La frenata di Trump: combattimenti finiti, scorta navale fermata

Politica estera

07/05/2026

da il Manifesto Trump |

Francesca Luci

La guerra grande Stop al fallimentare Project Freedom dopo sole 48 ore: c’è il testo di accordo tra Usa e Iran. Che riporta tutti a prima della guerra

Il presidente americano Donald Trump annuncia la sospensione del Project Freedom, il piano di scortare le navi fuori dallo Stretto di Hormuz, con il rituale messaggio su Truth Social. Trump scrive che, su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, il progetto viene sospeso temporaneamente. La sospensione, afferma il presidente americano, è finalizzata a verificare se l’accordo completo con l’Iran possa essere concluso, mantenendo il blocco in vigore. E un accordo ci sarebbe, ne riferisce l’informatissimo Axios: una paginetta di memorandum of understanding, proposto dagli Usa e ora all’esame dell’Iran. Poche ore dopo, il presidente americano torna alla carica, sempre attraverso il suo social: «Se l’Iran accetta l’accordo, la campagna militare terminerà e lo Stretto di Hormuz verrà aperto a tutti i Paesi, compreso l’Iran. In caso di rifiuto, riprenderanno i bombardamenti, ma a un livello superiore».

Trump ha fatto dichiarazioni simili oltre 40 volte dall’inizio del conflitto, e si sono sempre rivelate affermazioni unilaterali senza una vera accettazione dell’altra parte, un rito tristemente usuale dei poteri occidentali sulla pelle dei Paesi mediorientali.

A PRESCINDERE dalla veridicità delle affermazioni e dai contenuti del possibile accordo, si può affermare che il Project Freedom americano, concepito in tutta fretta per forzare il traffico navale nello Stretto di Hormuz, si è rapidamente rivelato un banco di prova fallimentare per l’amministrazione di Donald Trump. Non tanto per mancanza di mezzi quanto per l’incapacità di tradurre la superiorità militare in controllo del terreno. Scortare due navi bloccate su duemila in tre giorni (c’è chi dice 6, ma non cambia molto) non è una dimostrazione di forza ma l’ammissione di impotenza operativa.

La posizione americana è diventata ancora più fragile a causa della continuità degli attacchi iraniani. Lo Stretto di Hormuz è stato indicato come una linea rossa, non negoziabile, e il messaggio dell’Iran è apparso chiaro e coerente. Questa determinazione su un punto strategico vitale ha rischiato di trasformare l’azione americana in un gioco a somma negativa. Washington ha scoperto, forse troppo tardi, che la deterrenza non funziona quando l’avversario è disposto ad accettare l’escalation.

MA IL VERO NODO non è militare, è politico. Sembra evidente che la crisi del Golfo Persico è diventata anche un problema domestico immediato negli Stati Uniti. L’aumento dei prezzi del carburante ha eroso rapidamente il consenso del presidente e con esso la sua capacità di sostenere un’operazione lunga e incerta.

L’ACCORDO PROPOSTO dagli americani, come lo descrive Axios, sembra prevedere l’accettazione da parte dell’Iran di una moratoria sull’arricchimento nucleare (12-15 anni), la revoca delle sanzioni e il rilascio dei fondi congelati dagli Stati uniti, nonché la rimozione delle restrizioni di entrata nello Stretto di Hormuz. Dopo 30 giorni di negoziati, le parti si incontreranno per un accordo finale.

Rimangono profonde incertezze ma i segnali odierni potrebbero essere incoraggianti e lo stesso Trump alla Pbs americana dice: «potremmo firmare prima del mio viaggio in Cina». La scelta di «mettere in pausa« l’azione di scorta militare alle navi, giustificata ufficialmente con i progressi diplomatici, appare quindi meno come un atto strategico e più come una necessità. Il ricorso alla narrativa negoziale serve a coprire una ritirata politica, resa inevitabile da un intreccio di inefficacia sul campo e di pressione interna. L’ostacolo principale dei negoziati consiste nell’atteggiamento americano, che fino a ora (forse anche adesso) è stato quello di imporre le proprie soluzioni senza compromessi, in virtù di una posizione di forza. Ma alcuni equilibri non possono essere forzati con le portaerei.

IL MINISTERO degli esteri dell’Iran ha affermato che Teheran sta valutando la proposta statunitense e che la sua risposta verrà comunicata tramite mediatori pakistani una volta raggiunta una «conclusione». La guerra ha rafforzato la posizione delle frange più intransigenti iraniane, contrarie a un accordo con gli americani. Secondo queste posizioni, non esiste alcuna garanzia che possa impedire agli Stati uniti di attaccare nuovamente il Paese dopo un eventuale accordo. Per questo, sostengono che l’Iran non debba consegnare il proprio uranio arricchito né dare il consenso a un’apertura incontrollata di Hormuz. Tuttavia l’appello all’unità nazionale sembra reggere almeno tra i decisori di alto livello.

NON È MENO IMPORTANTE la richiesta del ministro degli esteri cinese Wang Yi che, durante l’incontro di ieri a Pechino con il suo omologo iraniano Araghchi, ha chiesto all’Iran la riapertura immediata dello Stretto, sottolineando che un cessate il fuoco duraturo è una «priorità urgente» e che Pechino è disponibile a contribuire a ridurre le tensioni.

Nonostante la pausa del Project Freedom, la situazione resta critica. Circa 2.000 navi risultano ancora bloccate nel Golfo Persico, mettendo a rischio il transito di circa un quarto del commercio mondiale di petrolio, ingenti volumi di fertilizzanti e carburante e l’incolumità di 20mila marittimi. La nave portacontainer della compagnia francese Cma Cgm San Antonio è stata colpita nello Stretto di Hormuz da un proiettile non identificato, provocando tre feriti tra i membri dell’equipaggio e danni all’imbarcazione. Si parlerà anche di negoziato, ma nel Golfo ancora si spara. Ma dopo le notizie di sospensione degli scontri il prezzo del Brent è precipitato dell’8,5%, attestandosi a 101 dollari.

IL FALLIMENTO del Progetto Freedom in definitiva non è solo quello di un’operazione, ma di un approccio. La crisi dimostra che, senza un accordo politico credibile, ogni soluzione militare resta fragile, costosa e, soprattutto, temporanea.

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