da Remocontro
Nona notte di raid Usa contro l’Iran. Teheran colpisce due petroliere a Hormuz. Trump: ‘Abbiamo colpito duramente l’Iran in onore dei soldati caduti’. Rubio: ‘Altri Paesi devono fare di più. Il caos, in una escalation senza senso e fuori controllo. Nove giorni di raid su tutto l’Iran, mentre la risposta di Teheran infiamma il Golfo. Nella Repubblica islamica almeno 50 le vittime civili dalla tregua fallita, con due morti tra i soldati statunitensi. Cosa sta realmente accadendo e per arrivare a cosa? La crisi di direzione strategica e politica statunitense, mentre la tentazione armata rischia di coinvolgere altri protagonisti dell’area.
Iran, escalation fuori controllo
Da più di una settimana ormai Washington colpisce l’Iran in tutta la sua estensione territoriale, mentre Teheran risponde colpendo gli interessi Usa nei paesi limitrofi, mentre la comunità internazionale non balbetta neppure un tentativo di fermare l’escalation. Mondo inebetito di fronte al ‘mostro America versione Trump’ che nessuno capisce dove voglia e possa alla fine arrivare. Anche alla Casa Bianca, ormai, e più diffusamente al Congresso. Ed ogni ora che passa in questa escalation di gesti sconsiderati, avvicina le due parti a una guerra totale in Medio Oriente, un conflitto che, se non arginato, rischia di travolgere l’intero scacchiere internazionale. Il prezzo più alto lo pagheranno, come sempre, gli iraniani con la vita, i cittadini dei paesi più fragili con la povertà, e infine anche l’Occidente, alle prese con inflazione e carovita.
Sapore di follia umana
La cronaca di una guerra che ha il sapore amaro della follia umana. Tra venerdì e sabato l’offensiva statunitense si è intensificata, spingendosi ben oltre le coste del Golfo Persico fino a colpire obiettivi nell’entroterra iraniano, nella cronaca del Manifesto. Tra i raid più distruttivi, quello contro l’impianto di desalinizzazione Bunji, nella città portuale di Jask, dove sono stati colpiti una stazione di pompaggio e un trasformatore elettrico: circa 10.000 abitanti, distribuiti in una ventina di villaggi, sono rimasti senza acqua potabile. Nel mirino anche le infrastrutture di trasporto: danneggiati i tunnel gemelli Shahid Mirzaei e un ponte sull’autostrada settentrionale verso Bandar Abbas, mentre esplosioni sono state segnalate a Yazd, Ahvaz, Sirik e sull’isola di Qeshm. Pesante il bilancio sulle comunicazioni.
«La firma di Trump non vale niente»
La risposta iraniana di Mojtaba Khamene prima politica: «le ripetute violazioni da parte di Washington del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti dimostrano che la firma del presidente Trump è «completamente priva di valore e di credibilità». Sul piano militare, bersagli le installazioni militari statunitensi di Camp Arifjan e della base aerea di Ali Al Salem, oltre a un molo per il rifornimento di carburante nel porto di al-Ahmadi. Le autorità kuwaitiane hanno dovuto sospendere temporaneamente i voli dall’aeroporto internazionale. In Bahrain gli attacchi hanno preso di mira la base aerea di Sheikh Isa – dove sono schierati caccia americani – e un centro dati dell’intelligence gestito da Batelco.
Ora Giordania e Arabia Saudita
Ma è l’attacco contro la base statunitense di Al Azraq, in Giordania, a presentare il conto più salato: l’Iran ha sostenuto di aver abbattuto due caccia Usa, Amman ha parlato solo di dieci missili balistici iraniani diretti verso il proprio spazio aereo e intercettati. Ma il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) conferma che nell’attacco due militari statunitensi sono rimasti uccisi e un terzo risulta disperso. Infine, l’Iran ha esteso gli attacchi all’Arabia Saudita: allarmi antiaerei sono scattati alla base aerea Prince Sultan, ad Al-Kharj, e nei pressi delle infrastrutture di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso, segno di un’ulteriore escalation regionale.
Hormuz chiuso e il petrolio torna a salire
Hormuz resta di fatto chiuso. Il conflitto ha scatenato una violenta volatilità sui mercati del greggio, con il Brent salito oltre gli 88 dollari al barile. La Banca Mondiale stima un aumento dei prezzi energetici del 24% e prevede che, a lungo andare, le banche centrali saranno costrette ad alzare i tassi d’interesse, rendendo il debito pubblico più costoso. Per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz, le compagnie petrolifere statunitensi hanno firmato accordi da circa 60 miliardi di dollari con l’Iraq per sviluppare rotte di esportazione alternative, inclusa la riabilitazione dell’oleodotto Iraq-Siria. Goldman Sachs stima però che la costruzione delle nuove infrastrutture richieda almeno due anni e mezzo, un orizzonte che rende queste soluzioni inutili per la crisi attuale.
A rischio il mercato arabo Usa
Il sito della Casa Bianca ci ricorda che dal gennaio 2025 a oggi hanno già annunciato investimenti negli Usa: gli Emirati Arabi Uniti per 1.400 miliardi di dollari, il Qatar per 1.200, l’Arabia Saudita, più sobriamente, per 600. Ma dopo che la guerra all’Iran ha mostrato la fragilità delle garanzie di sicurezza americane? La Bbc segnala il tentativo di Trump di provare a porre fine alla guerra con mosse che possano lasciare agli Usa in mano un risultato tale da non essere qualificabile come sconfitta completa. Ma la vaghezza degli annunci si scontra con una realtà ineludibile, come insiste InsideOver.
- «L’America non controlla Hormuz e i suoi traffici, e il fatto che l’Iran lo abbia ricordato colpendo petroliere emiratine mostra quanto gli Stati del Golfo dovranno interrogarsi sul valore della garanzia americana per poi capire come proseguire i rapporti commerciali». Se la guerra si rinfocolerà, some sembra, saranno gli affari dell’intera regione a tornare a essere messi in discussione. Ad oggi gli accordi e i negoziati per implementarli esistono solo negli annunci della Casa Bianca e forse nei sogni confusi di Trump.

