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Israele tiene chiuso il corridorio medico con Gaza. I malati gravi non saranno trasferiti in Cisgiordania

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Politica estera

22/07/2026

da Pagine esteri

Michele Giorgio

La Corte suprema israeliana ha respinto l’appello presentato da cinque Ong volto a garantire cure immediate a migliaia di palestinesi in condizioni critiche. Tra di essi 4mila bambini.

La chiusura del corridoio medico tra Gaza e la Cisgiordania continua a trasformarsi, giorno dopo giorno, in una condanna per migliaia di malati che avrebbero la possibilità di essere curati a pochi chilometri di distanza. Domenica la Corte suprema israeliana ha respinto la petizione presentata da cinque organizzazioni israeliane, Gisha, HaMoked, Medici per i Diritti Umani, Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Adalah, che chiedevano la riapertura del corridoio medico tra Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Dal 7 ottobre 2023 Israele ha infatti bloccato i trasferimenti dei pazienti palestinesi verso gli ospedali della Cisgiordania occupata, interrompendo un sistema che per anni aveva consentito migliaia di cure specialistiche impossibili da effettuare nella Striscia.

La decisione dei giudici conferma la chiusura del corridoio e lascia senza prospettive di cure mediche migliaia di persone. La Corte ha inoltre “suggerito” che i pazienti vengano trasferiti in altri Paesi, una soluzione che le ong definiscono irresponsabile nonché irrealistica rispetto all’entità dell’emergenza.

Secondo i dati diffusi dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono almeno 18.500 i palestinesi di Gaza che necessitano di cure mediche urgenti fuori dalla Striscia, tra i quali 4.000 bambini. Molti soffrono di tumori, gravi patologie cardiache, malattie rare o hanno riportato ferite gravissime durante la guerra che richiedono interventi specialistici impossibili da effettuare negli ospedali ormai al collasso. Si stima inoltre che almeno 1.500 pazienti siano già morti mentre attendevano l’autorizzazione al trasferimento. Oggi il numero delle evacuazioni mediche rappresenta appena il dieci per cento di quello registrato prima dell’ottobre 2023.

«La Corte suprema ha risposto in modo politico a una questione di carattere giuridico», ha dichiarato Milena Ansari, direttrice per i Territori occupati di Medici per i Diritti Umani. «Abbiamo esposto gli obblighi legali di Israele, l’urgente realtà umanitaria sul campo e le vite già perse in attesa di cure mediche. Nessuno di questi argomenti è stato confutato. Invece di affrontarli, la Corte ha scelto di scaricare la responsabilità su Stati terzi. In ogni caso, ciò non esonera Israele dai suoi obblighi».

Le organizzazioni ricorrenti ricordano che, in base al diritto internazionale umanitario e alla Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante ha il dovere di garantire alla popolazione civile sotto il proprio controllo l’accesso alle cure mediche. Israele respinge questa interpretazione sostenendo di non esercitare più un’occupazione diretta della Striscia dopo il ritiro del 2005, una posizione contestata dalla gran parte degli organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite, che continuano invece a considerare Gaza un territorio occupato per il controllo esercitato sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque territoriali.

Prima della guerra, centinaia di malati oncologici, cardiopatici e pazienti pediatrici attraversavano non senza difficoltà il valico di Erez per essere ricoverati negli ospedali di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e in qualche caso anche in Israele. Quel sistema è stato completamente interrotto dopo il 7 ottobre 2023. I trasferimenti verso Egitto, Giordania o altri Paesi, organizzati con il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità e di altri organismi internazionali, riguardano soltanto un numero limitato di casi e restano largamente insufficienti rispetto ai bisogni della popolazione.

La decisione dei giudici della Corte Suprema è stata accompagnata da forti proteste anche da parte di alcuni medici israeliani. Michal Feldon, pediatra del Centro medico Yitzhak Shamir, ha definito l’udienza «una farsa di un regime fascista». In un intervento pubblicato sui social ha denunciato la presenza nell’aula del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir accanto agli avvocati dello Stato e il rifiuto della Corte di ascoltare le testimonianze di cinque specialisti degli ospedali Shaare Zedek, Ichilov, Hadassah, Kaplan e Sheba.

I giudici hanno inoltre disposto la rimozione della relazione presentata dalla ginecologa statunitense Ambreen Sleemi, che ha lavorato per sei settimane nell’ospedale Nasser di Khan Younis. La dottoressa aveva documentato casi diffusi di malnutrizione tra le donne incinte, la cronica carenza di medicinali, antibiotici e sangue, neonati affetti da gravi malformazioni non curabili a Gaza, pazienti oncologici in attesa da mesi di un trasferimento e ferite infette che conducevano alla morte. Secondo le organizzazioni ricorrenti, invece di valutare il contenuto della perizia, la Corte si è concentrata sulle critiche espresse dalla medica sui social nei confronti di Israele e delle sue forze armate.

Il sistema sanitario di Gaza continua intanto a collassare. La maggior parte degli ospedali è stata distrutta o gravemente danneggiata e quelli ancora funzionanti operano solo parzialmente, tra carenze croniche di elettricità, carburante, anestetici, farmaci essenziali e materiale chirurgico. Le équipe mediche denunciano da mesi l’impossibilità di garantire non solo le cure specialistiche, ma spesso anche gli interventi d’urgenza. Per migliaia di pazienti, la possibilità di lasciare Gaza per essere curati rappresenta ormai l’unica speranza di sopravvivenza.

Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta salvare i malati. «Le conseguenze della decisione del tribunale si misurano nella vita dei pazienti di Gaza in attesa di cure mediche urgenti», avverte Milena Ansari. «Ogni giorno che il corridoio rimane chiuso, altri pazienti perdono la speranza di sopravvivere. Una potenza occupante è obbligata a garantire alla popolazione sotto il suo controllo l’accesso all’assistenza medica».

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