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Israele «rinvia» il negoziato tra Iran e Usa. Solo Trump lo può sbloccare

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Politica estera

20/06/2026

da Il Manifesto

Francesca Luci

Orizzonte di fuoco L’incontro posposto di «qualche giorno». Ma solo se Washington riuscirà davvero a fermare l’alleato. JD Vance lo ha fatto capire: due terzi delle armi israeliane arrivano dagli Stati uniti

Che Israele facesse di tutto per far saltare l’accordo tra Iran e Stati uniti era una previsione ovvia, al limite della banalità. Ma se il «king» Trump andrà oltre uno scontro personale del «no fucking judgment» con Bibi Netanyahu rimane ancora un’incognita. La sfida è in corso e altre scene devono essere viste. Ma, gli osservatori avvertono, chi aspetta la resa dell’ultradestra israeliana alla prima pressione molto probabilmente rimarrà deluso.

Il piano israeliano sembra chiaro: rendere la situazione in Libano così critica e insostenibile che l’ala ultraconservatrice e quella militare più intransigente dell’Iran non riescano più a tollerarla e finiscano per far saltare l’intero accordo. Ma anche se l’Iran decidesse di ignorare gli attacchi e non reagire, Israele otterrebbe comunque il suo obiettivo di mano libera in Libano.

GLI ISRAELIANI continuano a colpire il Libano meridionale. Solo ieri sono stati colpiti 80 obiettivi tra Nabatieh, uno dei principali centri urbani del sud, e la Valle della Beka’a, provocando 47 vittime. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha sottolineato la responsabilità diretta degli Stati uniti, richiamando il primo articolo del Memorandum d’intesa sulla fine della guerra che prevede esplicitamente la cessazione delle ostilità in Libano.

E intanto sono stati rinviati i colloqui tecnici tra le due delegazioni che avrebbero dovuto iniziare ieri a Bürgenstock, sopra Lucerna, dove era stato predisposto un dispositivo di sicurezza con duemila agenti e la chiusura dello spazio aereo.

Baghaei ha minimizzato: «Poiché la firma del memorandum d’intesa è avvenuta digitalmente, lo svolgimento dell’incontro in Svizzera non riveste più carattere di urgenza. Stiamo pianificando l’organizzazione di una riunione nei prossimi giorni».

È ARRIVATA anche una lettera della Guida suprema Mojtaba Khamenei alla popolazione, che sembra chiudere definitivamente lo spazio agli ultraconservatori contrari all’accordo. Khamenei afferma che, in linea di principio, aveva un’opinione diversa sul percorso intrapreso; tuttavia ha autorizzato il processo sulla base dell’impegno assunto dal presidente Pezeshkian, che si è preso la responsabilità della salvaguardia dei diritti della nazione e del «Fronte della Resistenza». Di fatto il leader si deresponsabilizza nel caso in cui le cose vadano male.

Nella lettera si sostiene che il presidente Usa abbia cercato l’accordo mosso dalla disperazione e si precisa che, d’ora in avanti, sia lui sia la nazione attenderanno la realizzazione delle condizioni concordate. Khamenei chiarisce che l’eventuale approdo a futuri negoziati diretti non comporta in alcun modo l’accettazione delle posizioni del «nemico». In questo modo supera un tabù politico che aveva segnato per anni i rapporti con Washington. La risposta di Trump si commenta da sola: «Non ci siamo incontrati per disperazione, è stato l’Iran a farlo. Per loro è FINITA! Noi giocheremo per 60 giorni. Non riceveranno un soldo, neanche dieci centesimi!».

Nella scala delle priorità della Casa bianca, il successo dell’intesa con Teheran e la riapertura dello Stretto di Hormuz sembrano contare più della questione libanese. È un cambio di prospettiva non scontato per un’amministrazione che si è sempre presentata come alleata incondizionata di Israele. Il timore di Trump è che le operazioni militari israeliane in Libano possano far deragliare l’accordo. Il presidente statunitense avrebbe gli strumenti per imporre a Israele un cessate il fuoco o un ritiro. La leva più concreta resta quella militare.

LO STESSO JD VANCE lo ha ricordato: gli Stati uniti sono l’unico alleato di peso rimasto a Israele in una fase di isolamento internazionale senza precedenti e due terzi delle armi israeliane sono prodotte o finanziate dagli americani. Un modo elegante per ricordare che la forza militare, da sola, non basta a risolvere ogni problema di sicurezza nazionale. Per alcuni analisti, questa dipendenza equivale a un vero e proprio potere di veto di Washington sulle scelte di Tel Aviv.

Israele, dal canto suo, ha diffuso una mappa che mostra una zona di controllo militare ampliata, estesa per circa dieci chilometri oltre il confine precedente e fino ad aree a nord del fiume Litani. Netanyahu ha ribadito pubblicamente che le truppe israeliane resteranno nel sud del Libano «per tutto il tempo necessario», a tempo indeterminato. Una posizione che rappresenta una sfida diretta ai termini dell’accordo Usa-Iran sul rispetto della sovranità libanese.

I ministri di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich chiedono di proseguire la guerra in Libano. Ben Gvir ha parlato apertamente della volontà di far «bruciare» tutto il Libano, rifiutando qualsiasi compromesso sulla sicurezza nazionale.

Secondo alcune fonti, nel tardo pomeriggio di ieri Israele e Hezbollah avrebbero concordato di rinnovare il cessate il fuoco, ma è del tutto improbabile che le ostilità si fermino senza le garanzie formali che l’Iran chiede per proseguire i colloqui.

RESTA DA CAPIRE se Trump sia davvero disposto a usare la leva economica e militare per costringere Netanyahu a fermarsi. È questa la domanda destinata a dominare le prossime settimane. Il Libano resta la pietra di paragone su cui si misura l’intesa che, sulla carta, è già nata, ma che nella realtà attende ancora di respirare.

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