26/02/2026
da Remocontro
Se la Casa Bianca sembra ancora tentennare (ma il tempo sta scadendo) in Israele, invece, sono molto più propensi a credere che Trump attaccherà l’Iran. I media dello Stato ebraico lo ribadiscono, affermando che un accordo sul nucleare (e non solo) tra Washington e Teheran sarebbe una vera sorpresa. Probabilmente, a Tel Aviv hanno delle buone fonti di informazione.

Channel 12: nessun accordo
Oggi a Ginevra riprendono i colloqui, mediati dal Qatar, tra i rappresentanti americani e i diplomatici degli ayatollah, per cercare di trovare un accordo sull’annoso problema riguardante lo sviluppo del programma nucleare iraniano. Secondo il Times of Israel, il network tv Canale 12 «ha riferito che il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ricevuto l’approvazione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, per presentare ai negoziatori Usa, Steva Witkoff e Jarod Kushner, una bozza di controproposta», che naturalmente possa servire da piattaforma per una nuova intesa. Tuttavia, per capire quante possibilità esistano che la diplomazia faccia il suo corso, evitando un’escalation verso la guerra, basta annusare l’aria che tira a Tel Aviv. Perché gli israeliani sono dentro fino al collo ai preparativi per un eventuale intervento che, come già abbiamo anticipato, sembrerebbe essere stato programmato in due fasi. Ecco cosa scrive ancora il Times of Israel: «Secondo Channel 12, i funzionari politici e militari israeliani non sembrano dare molto peso ai colloqui e ritengono che un attacco statunitense all’Iran sia ‘inevitabile’. Il servizio afferma che stanno mettendo in guardia le controparti americane dal permettere che i colloqui con l’Iran si trascinino troppo a lungo o che si concludano con un accordo insoddisfacente. ‘Sarà la sorpresa dell’anno se l’Iran accetterà una vera soluzione diplomatica’, ha affermato un alto funzionario israeliano citato dalla rete ebraica, aggiungendo che ‘se l’Iran si sottometterà alle richieste degli Stati Uniti nei colloqui sul nucleare, andrà contro l’intero spirito di questo regime. Ma non sarà meno sorprendente se gli americani accetteranno un accordo dilatorio e ingannevole».
Si vuole la testa del regime
Il problema, a questo punto, è di capire cosa si voglia veramente ottenere dagli ayatollah. Perché, proprio recentemente (dopo la visita di Netanyahu) il Presidente Trump è tornato a ribadire l’esigenza che un nuovo trattato con Teheran contempli altre severe condizioni. Nel dettaglio si chiede il blocco del programma missilistico e il taglio di qualsiasi collegamento con l’Asse della Resistenza, cioè le milizie islamiche armate, sparse a macchia di leopardo tra Irak, Yemen, Libano e Siria. E su questi punti, gli ‘intransigenti’ raccolti intorno alle Guardie Rivoluzionarie non intendono demordere. Temono che, in effetti, dietro le richieste americane di completa denuclearizzazione, si celi un altro disegno: quello israeliano, di sfruttare la crisi diplomatica scatenata dalla presunta volontà dell’Iran di fabbricarsi una bomba atomica, per attaccarlo militarmente e dare una spallata definitiva al regime teocratico. In ogni caso, ‘leggere’ l’articolata mappa del potere iraniano, soprattutto quella dello zoccolo duro nazionalistico, per prevedere la portata di una possibile reazione del regime, è una cosa assai complessa. Non è detto che il crollo della teocrazia sciita rappresenti una svolta in senso filo-occidentale. Basti vedere l’inchiesta del Jerusalem Post sulla ipotizzata successione alla Guida Suprema iraniana, Alì Khamenei, che una sofisticata proiezione, elaborata al computer, prevede possa ricadere su un generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Tutto questo mentre Haaretz dedica un lunghissimo report di Dahlia Scheindlin allo studiato sostegno che Netanyahu, già da anni, rivolge al figlio dell’ex scià di Persia, Reza Pahlavi, giudicandolo un buon candidato per dirigere l’Iran post-teocratico. Gli ayatollah lo sanno e vigilano. Sono consapevoli che l’attuale governo di Israele, più di qualsiasi altro in precedenza, mira ad abbatterli senza pietà. ‘Bibi’ sta solo cercando di convincere Trump del fatto che questo gioco valga la candela.
Tutti i segnali
Diciamocelo francamente: per usare una terminologia sportiva, siamo proprio ai tempi supplementari. Si moltiplicano infatti i segnali di una palese insofferenza da parte di Trump, frustrato da altri contemporanei insuccessi in politica estera. Dall’Ucraina ai tormentati rapporti con la Cina, dalle tensioni con gli alleati europei, fino all’affaire tragicomico della Groenlandia, è tutto un rosario di rovesci che sconfinano nella disfatta. Possibile, dunque, che ‘il comandante’ voglia cercare rivincite ad altre latitudini. Anche se quella del Golfo Persico, a nostro giudizio, sarebbe forse la meno salutare. In ogni caso, pure gli ayatollah non se la passano bene. Il regime, scosso dai massicci attacchi subiti l’anno scorso da israeliani e statunitensi, ha poi barcollato per le sommosse popolari scatenate dalla devastante inflazione, che successivamente si sono trasformate in una vera rivoluzione sociale e politica. Per questo, ciò che adesso preme innanzitutto alla leadership teocratica sciita è la salvaguardia del regime. Anche a costo di fare concessioni su altri tavoli. Basterà? La ‘bozza Khamenei’ (ma è sicuramente elaborata da Larijani), a quanto pare, non è ancora stata visionata dalla squadra statunitense. Intanto, il tritacarne bellico si va schierando in tutta la sua potenza. Il Maggior Generale Eliezer Marom, ex vice comandante della Marina israeliana ha detto al Jerusalem Post che potremmo essere alla vigilia di un intervento epocale, fatto in stretta coordinazione tra Washington e Tel Aviv. In zona è arrivato un altro sofisticato squadrone di F-22, l’aereo più prezioso, che si muove solo per agire. Così come l’EC-130H, un velivolo per la guerra elettronica che in genere viene schierato in zona di operazioni quando bisogna tracciare i missili in partenza ed eventualmente quelli in arrivo, per abbatterli. Intanto, il gruppo d’attacco della portaerei Gerald Ford, ora di base a Creta, salperà nelle prossime ore per prendere posizione davanti alle coste di Israele.
Diritti umani allo specchio
- E finiamo con l’amara riflessione di Zvi Bar’el, sul quotidiano di Tel Aviv Haaretz, che si chiede chi abbia veramente violato i patti. «In Israele – scrive – la parola stessa ‘accordo’ suscita nausea e scherno, e per una buona ragione: quando Israele si guarda allo specchio, vede uno Stato che ha violato ogni accordo di cessate il fuoco che abbia mai firmato, calpestato il diritto internazionale, calpestato i diritti umani e commesso atrocità sospettate di essere crimini di guerra. L’Iran, d’altro canto, anche secondo alti funzionari della difesa israeliani, ha effettivamente rispettato pienamente l’accordo nucleare originale e ha persino atteso un anno intero dopo che Trump, con l’incoraggiamento di Israele, aveva ritirato unilateralmente gli Stati Uniti, prima di iniziare gradualmente a violarne i termini. Un nuovo accordo con l’Iran avrà un costo, ma sarà molto più chiaro e certo di qualsiasi scenario di guerra». Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

