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Israele, le conseguenze planetarie di un voto in bilico

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Editoriali

28/10/2026

da Il Manifesto

Alberto Negri

Tutti ostaggi Oltre sette milioni di israeliani, con un’affluenza record, hanno scelto ieri il loro destino, quello dei palestinesi ma anche il nostro

Ci sono appuntamenti elettorali lontani che decidono anche per noi. Siamo un po’ ostaggi altrui. Oltre sette milioni di israeliani, con un’affluenza record, hanno scelto ieri il loro destino, quello dei palestinesi ma anche il nostro, visto che da questo risultato elettorale – una sorta di un referendum su Netanyahu – e dalle elezioni di medio termine in Usa si stabilirà il corso della guerra e della pace in Medio Oriente, quindi anche del conflitto contro l’Iran con tutte le sue conseguenze planetarie. Si tratta di elezioni tra le più importanti nella storia dello stato ebraico proclamato nel 1948. Per almeno tre motivi. Sono le prime che seguono il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 (1.200 morti, 250 ostaggi), una tragedia che ha traumatizzato la società israeliana e ha spinto l’opposizione, che invoca una commissione d’inchiesta, a concentrare la sua campagna sulle responsabilità di Netanyahu prima e dopo l’attacco di Hamas. Il paese è andato al voto nel pieno della guerra lanciata il 28 febbraio contro l’Iran insieme agli Stati uniti: al momento il conflitto è in pausa ma il premier Benjamin Netanyahu avrebbe voluto riaprirlo in questi giorni per usare ancora una volta l’emergenza bellica a fini elettorali.

Un’altra ragione che rende cruciale l’appuntamento è il rapido cambiamento demografico: la popolazione ebraica ultraortodossa, e di tendenze conservatrici, cresce a un ritmo esponenziale. Secondo lo storico Ilan Pappé è in ascesa un movimento che fonde il sionismo religioso con l’ebraismo ortodosso – sia pure così diversi come sottolineava giustamente sul manifesto Widad Tamimi – i cui sostenitori puntano a uno stato teocratico o quanto meno a liquidare il sionismo laico: negli ultimi tre anni se ne sono andati da Israele quasi 300mila esponenti della borghesia laica e progressista.

Gli exit poll dopo la chiusura delle urne, pur divergendo, facevano ritenere, salvo sorprese, che né il blocco dell’attuale premier Netanyahu né quello dell’opposizione capeggiata da Gadi Eisenkot – per altro data in testa rispetto al premier – otterranno la maggioranza di 61 seggi nella Knesset, composta da 120 membri, necessaria per formare un governo.

Non è possibile prevedere, mentre scriviamo, se si verificherà una situazione di stallo, se si formerà un governo di opposizione – magari con il voto dei partiti arabi in forte ascesa – oppure, per quanto improbabile, un governo di unità nazionale.

Se verrà confermata una situazione di stallo nei prossimi giorni o settimane – mentre il presidente Herzog darà l’incarico per formare un governo – Netanyahu potrebbe avere colto l’obiettivo di restare in sella con un governo di transizione: anche ad interim nessun governo israeliano è privo di poteri di guerra. In sintesi la notte elettorale trascorsa potrebbe non essere la fine della storia.

Non può sfuggire e induce a riflettere che un paese così piccolo sia così strategico per gli equilibri mondiali come nessun altro nella storia contemporanea. E allo stesso tempo sia completamente fuori dal controllo internazionale, come nota in un podcast su Maariv l’ex capo del Mossad Tamir Pardo: «È inconcepibile che dopo mesi di guerra condotti insieme alla più grande potenza del mondo ci si venga a dire che l’Iran, un paese senza neppure un’aviazione, rappresenti ancora una minaccia: o qualcuno sta mentendo oppure qualcuno ha fallito in modo catastrofico».

Molti, pure qui, esagerano e ritengono Israele un «avamposto della civiltà occidentale», ma anche la stessa definizione di “unica democrazia” della regione è quanto meno dubbia. Rileva lo storico israeliano Omer Bartov: «Sette milioni di cittadini ebrei israeliani esercitano di fatto il proprio dominio su sette milioni di palestinesi, due dei quali cittadini israeliani i cui diritti vengono limitati in mille modi dallo stato, mentre tre milioni in Cisgiordania e due nella Striscia di Gaza non godono di alcun diritto». Anzi, secondo la Commissione indipendente dell’Onu sui diritti umani il genocidio continua: tra il cessate il fuoco annunciato il 10 ottobre 2025 e la fine di settembre 2026, i raid hanno ucciso 1.431 palestinesi a Gaza, tra cui 300 bambini.

Mentre si aprivano le urne, in questo incensato “avamposto di civiltà” si andava avanti ad applicare in Cisgiordania la stessa distruzione di Gaza dove la violenza dei militari affianca quella dei coloni: secondo il rapporto delle Nazioni unite, Israele prende di mira deliberatamente i bambini palestinesi e ricorre a torture e stupri, con un piano volto a sfollare e soggiogare la popolazione palestinese.

Cosa pensa dei palestinesi Netanyahu, per altro sotto processo per corruzione, con un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra, lo sappiamo. Il suo avversario, l’ex generale Eisenkot, che propone soltanto revisioni cosmetiche e una maggiore apertura internazionale, non ha comunque pronunciato una parola di condanna per la distruzione di Gaza e le condizioni dei suoi abitanti, come sottolineava sul manifesto Michele Giorgio. E neppure si è dichiarato contro le violenze dei coloni nella West Bank.

Ormai nessun leader dell’opposizione parla più di Palestina. L’uso di questa parola è riservato a Netanyahu uno dei cui slogan è «La Destra o la Palestina!». Netanyahu, che sembrava spacciato dopo gli attentati del 7 ottobre, ha rilanciato la sua popolarità grazie alle guerre e all’assassinio dei leader di Hamas, Hezbollah e dell’Iran, schierandosi con l’estrema destra globale in nome di quella che definisce un’«alleanza di civiltà contro l’Islam». A qualcuno forse fischiano le orecchie pure qui.

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