25/09/2026
da Remocontro
A cinque settimane dalle elezioni la commissione a maggioranza governativa, toglie dalla scheda Ra’am e Lista unita, i partiti di 1,25 milioni di cittadini arabi, circa un quinto dei cittadini israeliani. La Corte suprema, nel 2019, aveva già annullato una decisione identica. La Commissione elettorale centrale israeliana ha votato lo stesso esibendo la prova di forza
La commissione di Netanyahu
Il collegio composto quasi interamente da deputati e dominato dalla maggioranza che sostiene il premier Netanyahu, ha votato anche l’esclusione di due candidati: il deputato di Hadash Ofer Cassi e il leader di Balad Sami Abu Shehadeh (31 a 4). Il centro legale Adalah, che difende le due liste e i due candidati, ha annunciato il ricorso. La Corte suprema esaminerà i casi la prossima settimana e, riferisce il Times of Israel, dovrebbe annullare le decisioni sulle liste. Il voto per la Knesset, il parlamento, è tra cinque settimane.
L’estrema destra senza ritegno
I ricorsi venivano dal Likud di Netanyahu, da Otzma Yehudit — «Potere ebraico», il partito di estrema destra del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir — e da un forum che rappresenta le vittime del terrorismo. La base è l’articolo della Legge fondamentale sulla Knesset, che vieta la candidatura a chi nega Israele come Stato «ebraico e democratico», incita al razzismo o sostiene la lotta armata di uno Stato nemico o di un’organizzazione terroristica. Né Netanyahu né Ben Gvir hanno commentato il voto.
Perché la corte suprema
La legge prevede che l’esclusione di un singolo candidato debba essere confermata dai giudici, mentre quella di una lista è impugnabile; e la Corte ha sempre letto l’articolo in senso stretto, chiedendo prove «chiare, convincenti e univoche» che l’obiettivo vietato sia dominante nell’attività del partito. Su questa soglia si erano fermati anche la procuratrice generale Gali Baharav-Miara e il procuratore dello Stato Amit Aisman, secondo cui non c’erano elementi sufficienti contro le associazioni citate, scrive il Jerusalem Post.
Il caso Abu Shehadeh
Contro Abu Shehadeh, che aveva definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre «un importante evento storico dal punto di vista militare, politico e strategico», hanno votato per l’esclusione tutte le opposizioni — il partito Yashar dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, principale sfidante di Netanyahu, quello dell’ex premier Naftali Bennett, i Democratici di Yair Golan, Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman — e persino il presidente della commissione. Abu Shehadeh ha replicato al Times of Israel: «Non ho mai invocato violenza o terrorismo. Sono contrario alla lotta armata».
Operazione politica
Ra’am definisce l’esclusione «politica e inaccettabile», intesa a impedirle di pesare sugli equilibri e cambiare il governo. Il leader della Lista unita, Yousef Jabareen, accusa Netanyahu e Ben Gvir di voler scoraggiare il voto arabo «perché temono la nostra capacità di far cadere il governo del genocidio e del razzismo»; Adalah denuncia un «processo arbitrario, istigatore e razzista». Cassif, uscendo dall’aula, ha parlato di un’operazione «fascista» contro la partnership politica ebraico-araba. Comunque decida la Corte, il segnale agli elettori arabi è arrivato prima della scheda.
Non è un episodio isolato
- In questa campagna elettorale sono in calendario sette udienze di esclusione, due su candidati e cinque su liste. Oggi la commissione esamina i ricorsi contro Otzma Yehudit, contro la lista Sionismo religioso-Zehut e contro i Democratici di Golan. Ra’am aveva ottenuto 5 seggi nel 2022 e i sondaggi gliene assegnano

