07/11/2026
da Valigia Blu
Sarah Parenzo
Dieci giorni dopo il voto del 27 ottobre, Israele non ha ancora un governo. Il blocco di Netanyahu si è fermato a 53 seggi, l'opposizione ebraica a 48, mentre i partiti a guida araba hanno ottenuto un record di 19 seggi. Nessuno dei due campi arriva da solo ai 61 necessari.
Giovedì sera si sono chiuse le consultazioni al palazzo presidenziale in cui 67 deputati hanno indicato Gadi Eisenkot e 46 Benjamin Netanyahu, e il presidente Isaac Herzog deve scegliere a chi affidare il mandato. Ma il numero delle raccomandazioni non equivale a una maggioranza di governo, e la partita è ancora tutta da giocare.
Benché l'esito delle consultazioni sembri chiaro, infatti, Herzog, ha rinviato la decisione a domenica per incontrare ancora i leader dei partiti e valutare chi può davvero formare un governo. La pausa dice molto sulle intenzioni del presidente, che ha chiesto ai Democratici di Golan se tutto debba ridursi a un sì o a un no a Netanyahu, continuando a spingere per un governo di unità. Non a caso l’editoriale di Haaretz di oggi, intitolato “Herzog, basta” gli rinfaccia il lapsus, diventato celebre nella campagna del 2015 quando, candidato contro Netanyahu, gridò: «Manterremo Netanyahu unita», per poi correggersi subito con «Gerusalemme unita».
Il Likud, dal canto suo, chiede a parole un «ampio governo nazionale» dei partiti sionisti, senza quelli arabi, ma quando il presidente ha domandato al ministro dell'Istruzione, Yoav Kisch, che cosa fosse disposto a sacrificare per ottenerlo, la risposta è stata che non lo sapeva. Dall'altra parte Yashar, il partito di Eisenkot, esclude una coalizione con Netanyahu. Diffidente è anche Beyachad, la lista di Naftali Bennett e Yair Lapid: la deputata Merav Cohen ha ricordato il governo di unità tra Netanyahu e Benny Gantz, in cui, ha affermato, gli accordi furono violati uno dopo l'altro.
In un post di venerdì pomeriggio Eisenkot ha ribadito di portare avanti il piano per istituire un governo nazionale di emergenza rivolgendosi a tutte le fazioni in Parlamento e invitando i loro membri a diventare partner, purché disposti a sottoscrivere quattro principi:
1. Il riconoscimento dello Stato di Israele come Stato ebraico democratico.
2. L’accettazione dei valori della Dichiarazione di Indipendenza.
3. Il dovere di servizio per tutti – militari, cittadini e civili – al fine di rafforzare le Forze di Difesa Israeliane e incrementarne gli effettivi.
4. Il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e impegno a smantellare il suo potere militare-governativo.
Se riceverà il mandato, Eisenkot disporrà al massimo di 42 giorni per riuscire nella sfida che non si prospetta affatto semplice. Il suo punto debole è che i suoi 67 seggi, composti da 48 deputati dei partiti ebraici e 19 dei partiti arabi, non formano una coalizione. Se i partiti arabi lo hanno indicato senza impegnarsi a entrare nel governo - Ahmad Tibi, della Lista Comune, ha parlato al massimo di un appoggio esterno - Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu, partito di destra laica, esclude un governo di minoranza che dipenda dal sostegno arabo.
La novità della settimana è piuttosto la frattura tra Netanyahu e una parte del mondo ultraortodosso. I sette deputati di Yahadut HaTorah, ovvero la componente ashkenazita, non lo hanno infatti raccomandato, facendo scendere il suo blocco da 53 a 46 seggi. Non hanno scelto Eisenkot, ma si sono tenuti le mani libere e sembrano avere tutto l'interesse a far credere a ciascun campo di essere vicini all'altro. Secondo Canale 12, inoltre, lo stesso Liberman, che per anni ha rifiutato di sedere con i charedim, sarebbe ora disposto a farlo, pur di mandare a casa Netanyahu. Lo scenario riportato prevede una rotazione alla guida del governo con Eisenkot e un'intesa sulla leva rappresenterebbe una svolta notevole, considerando che quello dell’obbligo di leva per gli ultraortodossi è stato finora la sua principale bandiera. Anche con Yahadut HaTorah, tuttavia, l'opposizione ebraica arriverebbe solo a 55 seggi, mentre per raggiungere i 61 servirebbero anche Shas o l’appoggio di almeno un partito arabo. Le fonti citate dal Jerusalem Post giudicano basse le probabilità che i rabbini autorizzino un governo con la sinistra, soprattutto per Shas, che continua a ribadire la sua collocazione a destra. Eppure l'alleanza con la sinistra ha una lunga storia, i partiti charedim hanno a lungo trattato con i governi laburisti e nel 1992 Shas entrò nel governo Rabin.
Gli scenari restano forse quattro: un governo Eisenkot con una parte dei charedim, un esecutivo sostenuto dall'esterno dai partiti arabi, un governo di unità o un ritorno alle urne. Nella cerchia di Netanyahu, c'è chi non vedrebbe male nuove elezioni, contando anche su un'affluenza araba più bassa e meno voti a sinistra dei residenti all’estero. Il 10 novembre, comunque, è previsto il giuramento della nuova Knesset e l'opposizione, insieme ai partiti arabi, si prefigge di sostituire subito il presidente della Knesset, Amir Ohana del Likud, che controlla l’agenda dei lavori parlamentari.
Mentre i partiti trattano, inoltre, si è aperto il fronte che molti temevano già prima del voto, ovvero la contestazione del risultato, che i critici leggono come un tentativo di invalidare le elezioni. Netanyahu sostiene, senza presentare prove, che l'elezione sia stata "rubata", puntando sull'altissima affluenza nelle comunità arabe. La Commissione elettorale centrale ha però certificato i risultati senza riscontrare frodi, e il suo presidente, il giudice Noam Sohlberg, ha definito un pericolo reale per la democrazia mettere in dubbio il voto. Al centro dello scontro c'è David Zini, capo dello Shin Bet nominato da Netanyahu, che vuole interrogare quattro politici arabi in un'indagine su presunte interferenze straniere. La posta in gioco va ben oltre il singolo caso poichè anche se le accuse restassero senza fondamento, avrebbero comunque prodotto il risultato politico di delegittimare i 19 deputati eletti in partiti che Netanyahu definisce già islamisti e sostenitori del terrorismo.
La settimana scorsa circa 2.000 persone hanno manifestato a Tel Aviv per un governo ebraico-arabo, mentre questo sabato si torna in piazza Habima contro il tentativo attribuito a Netanyahu e a Zini di invalidare il voto.
Nel frattempo, il 3 novembre, Trump ha annunciato improvvisamente il taglio degli aiuti militari a Israele, corrispondenti a circa 4 miliardi di dollari l'anno, nonostante l’intesa in vigore scada nel 2028. Il presidente USA ha sostenuto che Netanyahu fosse d'accordo, ma gli israeliani sono stati colti di sorpresa in un momento già estremamente instabile. Un cambio di rotta nei rapporti tra Stati Uniti e Israele ha trovato conferma anche nella vittoria dei democratici alle elezioni di metà mandato che il vicepresidente Vance ha attribuito proprio alla sconfitta alla guerra con l'Iran il cui cessate il fuoco regge a fatica, minato dallo stallo delle trattative nonchè, forse, dagli interessi politici di Netanyahu.
Da fuori Israele sembra un paese in guerra con se stesso: piazze contrapposte, accuse di brogli, il capo dello Shin Bet contro la procuratrice generale. Eppure il rischio più concreto delle prossime settimane potrebbe essere che tutto si ricomponga in nome dell'unità. Una nuova guerra e la pressione di Herzog possono spingere verso un governo ampio che rinvii ogni scelta di fondo, come accadde dopo il 7 ottobre, quando Benny Gantz entrò nel gabinetto di guerra di Netanyahu. Nello Stato ebraico l'appello all'unità è difficile da respingere, perché chi lo rifiuta rischia di passare per traditore. E quel timore agisce anche su chi dovrebbe guidare il cambiamento, come è accaduto a Eisenkot, insultato da un sostenitore di Netanyahu.
Il giornalista charedì Israel Frey ha trasformato questo problema in una provocazione. Nel suo libro Oyev ha-am (“Nemico del popolo”) sostiene che il male di Israele è proprio l'eccesso di unità e che, se mai dovesse fondare un partito, lo chiamerebbe Rikhuk levavot, “Allontanamento dei cuori”, rovesciando il logoro kiruv levavot, l'avvicinamento dei cuori che soffoca l'opposizione necessaria per porre fine all’occupazione. Frey conosce a sue spese il prezzo del “tradimento” dopo che, in seguito a dei post decisamente “contro corrente”, è stato licenziato da Democrat TV, arrestato, inseguito da attivisti di destra e infine costretto a nascondersi finendo per lasciare casa e famiglia.
Il voto ha sottratto a Netanyahu la maggioranza, ma non ha ancora prodotto un'alternativa. Per costruirla non basterà la concordia poiché un cambiamento vero richiede la disponibilità a dividersi su ciò che conta e soprattutto a sedersi con i 19 eletti arabi, quasi sempre tenuti fuori dal governo, perché l'unità invocata in questi giorni non è quella di tutti i cittadini, bensì la fedeltà tra ebrei, tenuta insieme dal sospetto verso l'altro sviluppato come anticorpo nella lunga e faticosa esperienza diasporica. Eppure, come ricorda David Calef su Lucy, la tradizione ebraica conosce bene la strada del dissenso, e il Talmud conserva sulla carta anche le opinioni di minoranza. Forse è da quella pagina che dovrebbe ripartire chi cerca un’alternativa.

