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Iran: come Trump si sta suicidando politicamente

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Dopo la decisione di scatenare la Terza guerra del Golfo, l’America comincia a sgretolarsi sotto i piedi di Trump. Mezzo Paese è in rivolta, bipartisan, perché oltre ai Democratici, anche una buona fetta dell’ala ‘Maga’ repubblicana è contraria a quella che ritiene un’avventura ad altissimo rischio. E mentre la comunità dell’Intelligence si smarca, il Presidente batte cassa. Chiedendo, nel suo delirio di onnipotenza, un astronomico finanziamento aggiuntivo. In pratica, così, ha già perso le elezioni di Medio termine.

Dilettanti allo sbaraglio

Possiamo discutere, quanto vogliamo, di pianificazione strategica “insufficiente” nel caso dell’attacco Usa all’Iran. Certo, tutto è opinabile e ognuno può difendere (partigianamente) le proprie scelte. Ma abbiamo già imparato che i numeri sono come pietre, lasciano il segno e mettono, forzatamente, tutti d’accordo. Bene, proprio in base a questa premessa, ci sentiamo di accusare la prima superpotenza del pianeta di essere gestita da una banda di dilettanti allo sbaraglio. O di “yes-men”, pronti a inchinarsi fantozzianamente, alle strampalate logiche del “capo”. Anche uno studentello, al primo anno di università, penserebbe la stessa cosa, sentendo che la Casa Bianca, per proseguire la guerra contro gli ayatollah, ha intenzione di chiedere al Congresso, un finanziamento aggiuntivo di 200 miliardi di dollari. Cioè, in pratica, l’equivalente del 20-25% di tutto il bilancio della Difesa degli Stati Uniti. Se nella Situation Room di Pennsylvania Avenue non sono pazzi, poco ci manca. Anche perché, dopo la (bruttissima) piega presa dai giochi di guerra tra Hormuz e il Mediterraneo, non sono solo gli ayatollah ad avere l’acqua alla gola, ma pure Mr. President non se la passa affatto bene, visti i sondaggi e i prezzi dell’energia che stanno esplodendo. E, allora, viene facile pensare che forse Trump (sbagliando clamorosamente) immaginava che bombardare l’Iran fosse come celebrare la festa del 4 luglio. Certo, solo dei congressisti idioti seguirebbero a occhi chiusi il pifferaio di Hamelin, per cadere in mare con tutte le scarpe. È vero che i Repubblicani hanno una risicata maggioranza, sia alla Camera che al Senato. Ma l’aria che tira non è tra le più favorevoli e, come vedremo, i venti di fronda, nel partito dell’Elefante, stanno diventando sempre più impetuosi. Difficile che tutta l’America si trasformi in un manicomio a cielo aperto.

L’inquietudine dei Repubblicani

Come campagna elettorale per le Mid term non c’è male. Direbbero i Democratici. In un Paese che già vede impennarsi il prezzo dei carburanti, il costo dei mutui (e degli affitti) oltre all’inflazione riguardante il carrello della spesa, annunciare un potenziale esborso di 200 miliardi di dollari, per una guerra che la stessa Intelligence americana ha definito “inutile”, rappresenta un suicidio politico. Infatti, il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha dichiarato che Trump dovrà chiarire nel dettaglio la richiesta di spesa supplementare, avvertendo che resta da vedere se la proposta potrà essere approvata dalla Camera. “Secondo lui – riporta la CNN – una misura del genere avrebbe probabilmente bisogno di diversi voti democratici per superare l’ostruzionismo. Alla domanda se le nuove spese debbano essere compensate ora che il debito statunitense ha superato la cifra astronomica di 39 trilioni di dollari, Thune ha risposto: ‘Sono tutte ottime domande, e a tutte queste domande dovremo rispondere’. Informato poi che la senatrice repubblicana dell’Alaska, Lisa Murkowski, si era lamentata di aver bisogno di molti più dettagli sulla richiesta prima di poterla appoggiare, Thune ha concordato sulla necessità di trasparenza. ‘Penso che dovranno mostrarci come intendono utilizzarlo’ ha detto” .

Hegseth conferma il salasso

  • Sempre rimanendo sul tema di questo scottante e stratosferico finanziamento, la CNN ha poi voluto ricordare che, in precedenza, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth si era ben guardato dallo smentire la notizia secondo cui il Pentagono avrebbe chiesto alla Casa Bianca di approvare la richiesta di finanziamento aggiuntivo al Congresso per oltre 200 miliardi di dollari. Uno stanziamento indispensabile per continuare a finanziare la guerra contro l’Iran, che evidentemente non si pensa di finire così presto e che, invece, dimostra di essere stata sottovalutata. “Credo che quella cifra possa variare. Ci vogliono soldi per uccidere i criminali”, ha detto Hegseth ai giornalisti.

Si cercano colpevoli

Quando le cose vanno male, comincia lo scaricabarile e si cerca di addossare le colpe di scelte sbagliate “agli altri”. In questo caso, più passano i giorni e più si aprono crepe nei ranghi dell’Amministrazione Trump, specie nella comunità dell’Intelligence, in possesso di informazioni di prima mano sulla crisi. E che, dunque, non può essere fuorviata propagandisticamente come accade con il resto del Paese o parti dell’establishment. In queste ore, al centro di una tempesta mediatica che sta scuotendo la Casa Bianca, c’è proprio il Direttorato che coordina tutte le 16 Agenzie di intelligence che operano sotto il Governo federale. E il motivo è semplice: sono venute clamorosamente a galla le divergenze tra la narrativa ufficiale sull’origine della guerra, e quella, invece, sulle cause reali, che ancora sfuggono alla maggior parte degli analisti. Ecco cosa scrive, per esempio, il Washington Post: “La Direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, ha dichiarato ai legislatori del Congresso, che il regime in Iran ‘sembra essere intatto ma ampiamente indebolito dopo quasi tre settimane di guerra in Medio Oriente’. La Gabbard, però, è stata oggetto di intense critiche per la preparazione dell’Amministrazione Trump al conflitto e per come ha consigliato il Presidente sui rischi che esso comportava”.

Gabbard cambia versione

Ma la cosa più significativa delle due audizioni che la Direttrice generale dell’Intelligence ha fatto, davanti alla Camera e al Senato di Washington, è una specie di giro di valzer rispetto alle posizioni che aveva assunto (ufficialmente) in precedenza. Ma lo ha fatto male, arrampicandosi sugli specchi e, tutto sommato, finendo per dare indirettamente ragione al suo braccio destro, Joe Kent (capo dell’Antiterrorismo), dimessosi per protestare contro la guerra all’Iran qualche giorno fa. Questa è la versione del Washington Post: “Nella sua dichiarazione iniziale, Tulsi Gabbard si è discostata dal discorso preparato – pubblicato prima dell’udienza di mercoledì – che delineava la valutazione della comunità dell’Intelligence sulle capacità nucleari dell’Iran. Rivolgendosi ai parlamentari, Gabbard ha affermato che, dopo i bombardamenti militari statunitensi sui siti nucleari iraniani avvenuti durante l’estate, Teheran stava ‘cercando di riprendersi dai gravi danni’ causati dall’operazione’. Ma secondo la sua dichiarazione scritta – prosegue il WPB- Gabbard avrebbe dovuto affermare che gli iraniani ‘non avevano fatto alcun tentativo dopo i bombardamenti statunitensi sui loro impianti nucleari, per cercare di ricostruire la loro capacità di arricchimento’. Tale dichiarazione sembrava smentire le affermazioni dell’Amministrazione, che aveva citato il programma nucleare iraniano come una delle ragioni per cui il Presidente Donald Trump si era sentito in dovere di iniziare la guerra”. Magia! Come mai Tulsi Gabbard ha cambiato opinione in un paio di giorni?

Indagato Joe Kent

Beh, un cattivo pensiero a caso ci fa credere che le abbiano “consigliato” qualche rilettura delle carte. Anche perché, proprio ieri, Axios ha fatto sapere che Joe Kent “è sotto indagine dell’FBI da mesi, con l’accusa di aver divulgato informazioni classificate, secondo quanto riferito da tre fonti a conoscenza del caso”. Axios ricorda (per i pochi che ancora non lo sapessero) “che Kent si è ritrovato al centro dell’attenzione nazionale, quando si è dimesso dal suo incarico (di Direttore dell’Antiterrorismo) e ha accusato Israele di aver ingannato il Presidente Trump, spingendolo a lanciare la guerra contro l’Iran, nonostante quest’ultima non rappresentasse ‘alcuna minaccia imminente’ per gli Stati Uniti”.

Per la cronaca. Kash Patel, attuale capo dell’FBI, è l’ex avvocato di Trump, già incaricato, in ogni epoca, di tirarlo fuori da tutte le rogne. John Ratcliffe, il boss della CIA (un’Agenzia di intelligence che continua a essere un corpo estraneo dello Stato) è invece una specie di “compare d’anello” del Presidente. Basta?

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