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Intelligenza artificiale e disfatta elettorale, titoli tech nella bufera

Intelligenza artificiale e disfatta elettorale, titoli tech nella bufera

Economia

07/11/2026

da Il Manifesto

Luigi Pandolfi

Errore di sistema Da Wall Street all’Europa passando per il Nikkei, i mercati fiutano una stretta normativa e bruciano migliaia di miliardi

La disfatta elettorale di Trump ha portato il conto anche a Wall Street. Giovedì, in una sola seduta, la Borsa di New York ha bruciato 3.200 miliardi di dollari, azzerando i guadagni del dopo elezioni. Il Dow Jones ha perso il 3,44%, l’S&P 500 il 4,3%, il Nasdaq il 5,52%. Nel mirino i titoli tecnologici.

LA STESSA ONDATA DI VENDITE ha investito, a ruota, i mercati asiatici. A Tokyo il Nikkei ha ceduto fino al 7%, con Tokyo Electron in calo del 9%. A Seul il Kospi è precipitato dell’8,8%, costringendo le autorità a chiudere le contrattazioni. Samsung ha perso fino al 10%, SK Hynix oltre l’11%. Taipei ha lasciato sul terreno più dell’8%, trascinata dal tonfo di TSMC, leader mondiale dei chip avanzati. In forte calo anche la holding finanziaria giapponese SoftBank, esposta all’hi tech, in calo di quasi l’11%.

Ieri la bufera è arrivata in Europa, mentre Wall Street ha goduto degli acquisti a prezzo scontato delle azioni svendute il giorno prima, nonostante i buoni dati sull’occupazione (165mila nuovi occupati ad ottobre) abbiano rinfocolato le speculazioni su un possibile aumento dei tassi da parte della Fed a dicembre. Pesante il bilancio a Francoforte (-2%), rosso a Londra, Parigi e Milano (-1%), zavorrata anche dalle banche.

Per Trump è tutta «colpa dei Dem». Certo, il segnale delle urne è stato chiaro. Laddove si concentrano i grandi data center, i democratici hanno ottenuto risultati notevoli. In Texas la vittoria di Gina Hinojosa, contraria all’espansione incontrollata delle infrastrutture ed agli aiuti fiscali al settore, ha segnato una svolta. Dinamiche analoghe si sono registrate in Ohio, Georgia e Iowa. Ha pesato il malcontento delle comunità locali per i consumi idrici ed energetici e l’aumento delle bollette. Una reazione che i mercati hanno interpretato come l’anticamera di una stretta normativa, capace di frenare la corsa all’AI. Non a caso, i produttori di chip sono stati tra i più colpiti. Nvidia, con un -9,26%, ha perso 447 miliardi di dollari in un solo giorno.

MA LA CORREZIONE DEI LISTINI segnala anche una crescente diffidenza verso un modello di sviluppo che, dopo mesi di euforia, comincia a fare i conti con una domanda secca: quanto renderanno davvero questi investimenti? È il freddo «interesse» di Adam Smith a prevalere sulle narrazioni avveniristiche alla Elon Musk. Oggi, però, l’«interesse» viaggia attraverso «fondi sistematici», guidati da algoritmi e orientati al rendimento rapido, che trasformano le oscillazioni delle aspettative in perdite di migliaia di miliardi.

I numeri della corsa sono impressionanti. La spesa globale per le infrastrutture AI potrebbe toccare i mille miliardi di dollari nel 2026. I cinque principali «hyperscaler», colossi dei servizi digitali, si preparano a investire circa 828 miliardi: 220 Amazon, 205 Alphabet, 170 Microsoft, 145 Meta e 88 SpaceX/xAI. Da qui al 2030, la spesa cumulata potrebbe arrivare a 5.500 miliardi. Investimenti finanziati a debito, facendo concorrenza ai titoli del Tesoro.

A FRONTE DI INVESTIMENTI smisurati, i ricavi dell’intelligenza artificiale restano però limitati. Per questo si parla di «bolla», forse più grande di quella delle dot-com degli anni Novanta.

Scendendo sul terreno, non si può trascurare, poi, che i data center sono industrie ad alta intensità energetica e fortemente impattanti. I campus possono superare i 100mila metri quadrati e richiedere, per ogni ettaro occupato dai server, altri quattro o cinque ettari di infrastrutture di supporto: sottostazioni elettriche, generatori diesel, batterie, impianti di raffreddamento, cisterne e sistemi di sicurezza. Un campus da un gigawatt può occupare tra 200 e 400 ettari.

Dal punto di vista energetico, invece, secondo le stime di Gartner, nel 2026 i data center consumeranno globalmente 565 terawattora, il 26,4% in più rispetto all’anno precedente. Entro il 2030 la domanda potrebbe superare i 1.200 TWh. I server AI, insomma, sono sempre più energivori. Un esempio: una richiesta complessa a un sistema AI può consumare da 1,1 fino a 50 Wh, contro gli 0,3 Wh di una normale ricerca su Google.

TERRITORI, reti elettriche e risorse idriche diventano così, insieme a una montagna di valori finanziari, variabili decisive di un’espansione che nondimeno produce pochissimi posti di lavoro diretti. Non sorprende, perciò, che le comunità locali comincino a opporsi.

L’intelligenza artificiale può modificare profondamente la produzione, la sanità, la ricerca, la comunicazione e la guerra. In una parola, la vita. Ma il controllo delle sue infrastrutture e dei suoi profitti è concentrato nelle mani di una ristretta oligarchia: signori del denaro che invocano il «laissez-faire» assoluto e vanno in crisi al solo sentore di interventi regolativi. Viene in mente l’economista marxista Claudio Napoleoni, che parlava di «scissione tra produzione e bisogni».

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