28/01/2026
da il Manifesto
Dissenso unico. Le attiviste bloccate dalle forze dell’ordine con un doppio cordone di sicurezza hanno chiamato le parlamentari: «Tutelateci»
All’ora indicata, davanti al Senato, ci sono una quarantina di donne (e qualche uomo) in presidio mentre in commissione Giustizia a Palazzo Madama si discute del testo base del ddl consenso contro gli stupri, modificato dalle destre fino a far sparire la parola che dava senso e indirizzo al testo: «Consenso», appunto. Ma un altro decreto, quello sulla sicurezza (ora legge in attesa di modifiche ancora più repressive) aleggiava sopra la manifestazione pacifica convocata da un’ampia rete di attiviste per i diritti delle donne e esperte dei centri anti violenza, tra le quali L’Associazione Casa delle Donne, Di.Re, Differenza donna, Lucha y Siesta, Be free, Non una di Meno.

LO SPAZIO IN CUI le forze dell’ordine hanno ristretto il presidio è piccolissimo anche rispetto alla partecipazione, non vastissima a causa di una convocazione avvenuta in tutta fretta, subito dopo la proposta di “mediazione” avanzata dalla presidente della commissione Giustizia al Senato, la leghista Giulia Bongiorno. Nel nuovo testo base, votato ieri, il consenso viene eliminato, nonostante le indicazioni della Convenzione di Istanbul. «La proposta è di gran lunga peggiorativa, non solo rispetto a quella approvata all’unanimità alla Camera ma anche rispetto all’esistente – spiegano dalla Rete Dire – perché introduce la valutazione della situazione e del contesto, una doppia definizione ambigua: o non ha senso oppure mira ad allargare le possibilità di giustificazione della violenza».
LE MANIFESTANTI, ragazze dei movimenti e anziane esponenti del femminismo capitolino, sono marcate strette da un doppio cordone di uomini in divisa. Il presidio tenta di allargarsi sul marciapiede. Le sigle che hanno chiesto l’autorizzazione a manifestare non hanno specificato di volersi spostare e la reazione delle forze dell’ordine è immediata: non si passa, neanche sul marciapiede. Parte un respingimento piuttosto rude: una donna casca a terra, altre vengono strattonate con risolutezza. A una manifestante viene torto il braccio, un’altra viene sbattuta contro una transenna. Succede tutto in una manciata di minuti e senza alcuna provocazione. Diventa evidente a quel punto che il presidio si è trasformato in una trappola: nessuna può uscirne. Quando un’attivista di Nudm tenta di attraversare sulle strisce pedonali viene inseguita e bloccata da cinque poliziotti. Sorte che non tocca alle persone che si trovano in zona per shopping: per loro la libera mobilità è garantita. Il clima si surriscalda. E anche chi passa per caso davanti al Senato lo percepisce. Due signore con pelliccia e buste domandano alle forze dell’ordine: «Ma perché le bloccate? Sui cartelli hanno scritto “Senza consenso è stupro”, mica non è vero, è giusto, fatele passare».
INVECE IL CORDONE si stringe ancora di più. «Vergogna – gridano dal megafono – siamo armate solo di rabbia e ci impedite di manifestare». Si avvicina un questurino, chiede di poter parlare con un referente, al maschile. Le donne sollecitano invece le senatrici a scendere in strada per tutela. Quando arrivano i dem Francesco Boccia, Valeria Valente e Cecilia D’Elia la tensione è alta: il presidio è accerchiato. «Le forze dell’ordine che in teoria ci dovrebbero tutelare ci stanno colpendo», urlano le manifestanti.
LE PARLAMENTARI raccontano quanto successo in commissione: «C’è stato un colpo di mano della destra ma faremo ostruzionismo come possiamo», assicurano. Ma a quel punto è evidente che l’urgenza è diventata altra: difendere il diritto a manifestare pacificamente. «È stato votato un testo ignominioso e in più dobbiamo sopportare questa scena metaforica di come il governo Meloni tratta il consenso, attaccando noi dei centri antiviolenza che tutti i giorni siamo sul campo», spiegano le manifestanti. La situazione è palese, arrivano quindi altri parlamentari: Ilaria Cucchi e Tito Magni di Avs, le dem Roberta Mori e Laura Boldrini, Dafne Musolino e Ivan Scalfarotto di Iv. Riescono a ottenere prima l’allargamento del perimetro del presidio, poi si mettono in testa a un piccolo corteo improvvisato che si muove per 100 metri, fino all’incrocio con corso Vittorio Emanuele, preceduto e seguito da un dispiegamento militare imponente, considerate le dimensioni. La protesta si scioglie lanciando un fitto calendario di manifestazioni transfemministe: il 15 e il 28 febbraio, poi 8 e 9 marzo. Mentre alcuni dei parlamentari accorsi al presidio vengono bloccati dalle forze dell’ordine rientrando in aula. Solo un equivoco.

