19/06/2026
da il Manifesto
La prova del fuoco Salta una raffineria, paura tra gli abitanti della capitale russa I leader europei spingono l’Ucraina: ora non sta più perdendo. Subito Zelensky rivendica: se Kiev brucia, bruciate anche voi. A picco l’economia russa
Piove petrolio sulla regione di Mosca e i russi ora sanno che la guerra è arrivata a casa loro. Per strada ci sono pozzanghere nerastre, sui balconi patine di olio nero, i media hanno coniato l’espressione «pioggia di petrolio» e i residenti si chiedono: «L’aria sarà ancora buona da respirare?».

Succede a Kapotnya, appena fuori dalla capitale, dove ieri il tetto di una raffineria è saltato in seguito al più grande attacco di droni dall’inizio della guerra. Non di una delle parti, ma in generale. Il record precedente era del 24 marzo 2026: 948 droni russi sull’Ucraina. Nelle scorse 24 ore le forze armate di Kiev ne hanno lanciati 992, più 4 missili da crociera a lungo raggio e 10 bombe guidate. «Se Kiev brucia, brucerà anche Mosca» ha rivendicato Volodymyr Zelensky dopo l’attacco. E i leader europei lo appoggiano, del resto al G7 di Evian hanno inaugurato una nuova fase mediatica del conflitto, quella in cui l’Ucraina non sta più perdendo.
L’aggressività dei toni di Macron, Merz e Starmer contro la Russia è diventata direttamente proporzionale al successo degli attacchi ucraini. Consci del fatto che il trattato tra Mosca e Kiev sancirà gli equilibri strategici del Vecchio continente nel futuro prossimo, i tre ora sentono che è il momento di insistere. Ora arriverà la risposta russa, presumibilmente su Kiev, e poi di nuovo la rappresaglia ucraina. Fino a quando? Finché Putin non si fermerà, rispondono i tre insieme a molti altri.
Ma ribaltiamo la domanda: Putin può fermarsi qui?
PER IL CONSIGLIERE per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov, è «categoricamente sbagliato» ritenere che gli equilibri al fronte siano mutati a favore dell’Ucraina. Anzi, questi attacchi non fanno che «prolungare la guerra» allontanando la pace. La quale, Mosca l’ha ribadito più volte, si potrebbe raggiungere in fretta accettando di risolvere le «cause profonde del conflitto». Formula vaga che ruota essenzialmente intorno al Donbass e alle altre regioni occupate. La Nato, la lingua russa, la chiesa ortodossa e altre questioni che periodicamente riemergono, come la denazificazione, sono accessorie e l’hanno dimostrato i russi stessi.
Putin non può fare come Donald Trump in Iran e dichiarare di aver vinto a dispetto dei fatti. Senza quel 18% del territorio del Donetsk che manca per la conquista dell’intero Donbass, come si giustificheranno le centinaia di migliaia di morti e feriti? O meglio, come si spiegherà che la grandezza della madre patria è stata salvata scacciando il mostro occidentale? Non si può. Putin ha le spalle al muro: vincere o vincere. Tutte le altre opzioni al momento sono fantasie, ma facilmente immaginabili. Nel baratro, se si dovesse arrivare a quel punto, verranno trascinati tutti: innanzitutto i russi.
INTANTO I CIVILI che abitano vicino Mosca hanno iniziato ad avere paura. Alla fine la guerra che vedevano in televisione come cavalcata trionfante è esplosa vicino agli asili, agli uffici e ai supermercati. A Kotelniki alcuni residenti hanno chiesto alle autorità locali dove fossero i rifugi anti-aerei e la risposta – pubblicata dal canale Telegram russo filo-Cremlino Daily Storm – è stata degna del miglior racconto distopico: «L’ubicazione delle strutture di protezione civile all’interno del distretto urbano verrà comunicata alla popolazione durante la mobilitazione o in tempo di guerra». È ancora la spetziál’naja voénnaja operátzija, l’operazione militare speciale, non la guerra.
EPPURE LE AUTORITÀ della regione di Mosca hanno dovuto dichiarare che non si è verificata alcuna «pioggia di petrolio», ma hanno consigliato di non uscire di casa a causa del «deposito di fuliggine». Gli aeroporti tutti chiusi, i canali Telegram “Z”, ovvero quelli schierati a favore dell’invasione, schiumano di rabbia e invitano a cancellare Kiev dalla faccia della terra insieme a Zelensky, le immagini di Mosca sovrastata da una coltre nera e minacciosa su tutti i telegiornali del mondo. Mentre la Corte dei Conti della Federazione russa dice che le regioni con un deficit di bilancio preoccupante sono passate da 6 nel 2022 a 56 nel 2026 e a inizio mese Putin ha dovuto strigliare la Banca Centrale, il ministero delle Finanze e quello dello Sviluppo economico perché le previsioni di crescita si sono abbassate dall’1,3% (le più basse dall’inizio della guerra) allo 0,4%. Bloomberg dice che il rapporto deficit/pil quest’anno è salito a livelli record: 5,9mila miliardi di rubli nel primo quadrimestre del 2026, «pari al 2,5% del Pil, circa il 50% in più rispetto al piano annuale».
Ciò non vuol dire che i soldi per la guerra non ci sono più, ma che bisogna prenderli da altre parti. L’Iva è già salita, i prezzi della benzina e dei generi di prima necessità anche e a ruota, progressivamente, sta aumentando il costo della vita. Non solo per la classe media e per i meno abbienti, ma anche per gli oligarchi miliardari che lamentano le difficoltà di fare affari in un Paese in cui tutto gira intorno ai sogni imperialisti del capo supremo.
LA SCOMMESSA di Zelensky, riportata ancora da Bloomberg, è che «Kiev punta a trasformare i raid sulle raffinerie in una crisi dei carburanti». Ma è basata su un sillogismo che non considera il rovescio della medaglia: gli alleati con il tempo ti abbandonano e si interessano solo a sfruttarti. L’indipendenza non è solo una bandiera gialloblu a piazza Maidan, ma la possibilità di decidere da soli senza Usa e Ue. E il futuro, che come la verità è la prima vittima di un conflitto, di un popolo che ha vissuto solo di guerra già per quattro anni e mezzo.

