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Il pallone gonfiato per Trump mentre il mondo va in fiamme

Il pallone gonfiato per Trump mentre il mondo va in fiamme

Politica estera

11/06/2026

da Il Manifesto

Luca Celada

Casa Trump I mondiali che iniziano oggi in Messico, sul lato Usa ripropongono i paradossi già in evidenza nel 1994

In un parcheggio non lontano da SoFi Stadium, lo stadio che ospiterà le otto partite mondiali che si disputeranno a Los Angeles, qualche giorno fa si giocava una partitella di calcetto. Attivisti e ragazzi divisi per pettorali colorati rincorrevano un pallone fra l’incitamento del pubblico.

L’evento era stato organizzato dalla Community Self-defense Coalition, gruppo che promuove il boicottaggio del torneo Fifa.

I mondiali, aveva spiegato al megafono un attivista prima della partita, come il Superbowl del 2027 e le Olimpiadi che seguiranno nel 2028, sono megaeventi usati dal regime politico come distrazioni di massa e strumenti per ammassare profitti dai grandi interessi che li promuovono sulla pelle delle comunità precarie disagiate, distogliendo fondi pubblici delle città ospiti.

I MONDIALI CHE INIZIANO oggi in Messico, sul lato Usa ripropongono i paradossi già in evidenza nel 1994, inerenti al trapiantato dell’evento sportivo più seguito al mondo in un paese dove il calcio non è autoctono. Come disse l’attore e tifoso messicano Diego Luna quando negli anni 2000 gli statunitensi avevano preso a dominare i rivali meridionali: «La cosa peggiore è che ci battono e non gliene frega niente a nessuno».

L’indifferenza è, in parte, cosa del passato. Nei trent’anni intercorsi negli Stati uniti lo sport ha continuato a crescere grazie a decenni di campagna nelle scuole primarie e medie, al dominio della nazionale femminile e all’emergere di giocatori di livello mondiale. Dieci selezionati della nazionale a stelle e strisce di quest’anno giocano nei massimi campionati europei, a partire da Christian Pulisic e Weston McKennie. Il “soccer’ si gioca oggi il terzo posto testa a testa col baseball dietro a football e basket fra gli sport più seguiti.

Sarebbe tuttavia stato difficile prevedere ai tempi di Bebeto e (sigh) Baggio che 32 anni dopo la finale di Pasadena, i mondiali sarebbero tornati su suolo americano (13 partite in Messico, 13 in Canada e 78 negli Stati uniti) sotto il segno di Trump. Come il resto della geopolitica, i Mondiali 2026 precipitano nel pieno del vortice che sta stravolgendo i rapporti globali sul pianeta.

Sì perché il paese ospite è oggi governato da un regime che ha fatto di autarchia e dominio i pilastri di una dottrina fondata sull’ostilità diffusa – velata, minacciata o armata – verso il resto del mondo, nel mezzo di una guerra di aggressione e una campagna di remigrazione forzata di 14 milioni di persone.

I mondiali negli Stati uniti sono sempre stati la festa delle comunità immigrate, massimo momento di coesione fra minoranze emarginate attorno a una cosa che eludeva la cultura dominante, colorata quindi inevitabilmente di simbolica rivalsa culturale e solidarietà identitaria.

Nel momento in cui proprio le comunità ispaniche erano sotto attacco, Fifa e Homeland Security hanno annunciato che Ice avrebbe effettuato ronde negli stadi. L’annuncio fatto nel mezzo della “battaglia di Minneapolis” e dopo le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti da parte degli sgherri armati e mascherati anti immigrati è sembrato parte della guerra psicologica del regime proprio contro le comunità più tifose.

LA RIMOZIONE degli agenti federali è diventata richiesta principale di proteste e boicottaggi e perfino dello sciopero minacciato dai lavoratori degli stadi (ora sventato da un accordo sugli aumenti dei salari annunciato ieri). La presenza degli agenti sarebbe confermata ma lo sceriffo di Los Angels ha detto di aver ricevuto assicurazioni che non vi saranno rastrellamenti attorno alle partite.

L’ostilità che trasuda dalla retorica ufficiale sembra tuttavia confermarsi dai primi episodi “di frontiera”. Il respingimento dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan rimesso su un aereo all’arrivo, le lungaggini per i visti di molte delegazioni, quelli non concessi a tifosi che avevano già acquistato biglietti per partite ed aerei, la perquisizione delle squadre senegalesi e uzbeche, i giocatori trattenuti in lunghi interrogatori (dall’iracheno Aymen Hussein allo svizzero Embolo).

Tutto sembra comprovare timori riguardo un anfitrione non solo disinteressato ma non esattamente ospitale e confermare le impressioni di una America xenofoba, ipernazionalista e ostile – niente dice «benvenuti» come uno sblocco obbligatorio del telefonino alla frontiera. E come se non bastassero le politiche, al centro c’è sempre lui, il presidentissimo mitomane affetto da presenzialismo galoppante e patologicamente narciso che ha appena rimediato bordate di fischi e improperi da ospite sgradito nella terza partita delle finali Nba (non ha aiutato che alla sua presenza si sia interrotta la serie di 13 vittorie consecutive dei Knicks).

SU QUESTA COPPA ALEGGIA poi il rapporto morboso rapporto fra Trump e Gianni Infantino. Dopo aver presenziato alla cerimonia di insediamento, il presidente della Fifa è stato ospite allo studio ovale più frequentemente che qualunque dignitario mondiale. I due sono stati assieme in stadi e cerimonie pubbliche, in viaggi di stato, Infantino era perfino seduto per una qualche ragione alla seduta inaugurale del Board of Peace per Gaza.

Quando il Chelsea ha vinto i mondiali per club al Met Life Stadium in New Jersey l’anno scorso, Trump ha intascato una delle medaglie d’oro dei giocatori ed è rimasto sul palco mentre la squadra, in imbarazzo, sollevava la coppa per la fotografia di rito.

Quando Infantino gli ha portato da vedere la coppa dei vincitori, Trump ha (semi) scherzato che se la sarebbe tenuta nello studio ovale. Con rara piaggeria Infantino ha poi provveduto a consegnargli un’immaginaria “coppa della pace” (un mese prima del rapimento di Maduro, tre prima dell’aggressione all’Iran).

Ogni siparietto ha finito per rafforzare l’immagine di un mondiale strumentalizzato, un giocattolo di plutocrati e propaganda politica. Non sorprendono dunque i paragoni subito affiorati con i giochi di Berlino nel 1936. Una festa blindata da un potere capace di risucchiare tutta la gioia e lasciare al suo posto un vago senso di disagio nel seguire partite di calcio mentre il mondo va in fiamme.

A SOTTOLINEARLO questo mondiale sarà il primo in cui un paese avrà inviato una rappresentanza sul suolo di una nazione con cui è in guerra attiva. Dopo molto tergiversare gli Iraniani hanno avuto i visti (meno 15 membri della delegazione), ma poi sono stati invitati a sloggiare dal campo base previsto in Arizona, e ad accomodarsi a Tijuana, la città di frontiera in vista del muro contro gli immigrati. Nei giorni delle partite dovranno attraversare il confine e raggiungere Los Angeles, 200 chilometri più a nord, per poi tornare a dormire all’estero. Potrebbero anche, se si allineano gli astri (entrambe le formazioni dovrebbero piazzarsi seconde nei rispettivi gironi) giocare contro gli Usa agli ottavi.

Un mondiale dei nostri tempi. Non c’è che dire.

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