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Il nodo delle armi all’Ucraina e la coalizione

Il nodo delle armi all’Ucraina e la coalizione

Politica italiana

27/09/2026

da Il Manifesto

Giuliano Santoro

L'onere delle armi Il sostegno militare incombe sui progressisti. Conte pone il tema come discriminante, ma ha il mandato di trovare un accordo. L’ex premier dopo Nova promette di tenere il punto, ma al centro alcuni lo apprezzano per la sua duttilità

                                                

È passata una settimana da quando il Movimento 5 Stelle ha approvato e diffuso i suoi venti temi chiave, la base di discussione per il programma del campo progressista che dovrebbe condurre alle primarie. In quella sede, Giuseppe Conte ha detto in ogni modo che la pre-condizione che regge tutte le altre è legata alla guerra e al riarmo. Non, genericamente, al piano Nato e a Rearm Ue, sui quali con Partito democratico e Alleanza Verdi Sinistra le distanze non sembrano incolmabili, ma esattamente sul punto controverso del sostegno militare all’Ucraina.

LA POLARIZZAZIONE attorno alle armi a Kiev serve ai 5 Stelle ma sembra fare il gioco di chi, da dentro e fuori il Partito democratico, si oppone a Elly Schlein rimproverandole eccessi di radicalità. Il tema è particolarmente scivoloso perché, al di là del largo consenso nel nucleo fondante della coalizione attorno alla necessità di rafforzare il profilo negoziale dell’Europa, non si sa bene di cosa si parli, visto che la lista del materiale bellico che l’Italia manda al fronte russo-ucraino sulla base di una votazione cui aderì anche il M5S ai tempi del governo Draghi è notoriamente secretata. Si sussurra della possibilità che quel sostegno, insomma, sia più simbolico che concreto e che quelle armi non siano determinanti per la resistenza a Putin. Ecco allora che nelle scorse settimane si è parlato del possibile punto di caduta: l’Italia lavorerebbe per dare una svolta diplomatica al conflitto e nel frattempo continuerebbe a sostenere l’Ucraina soltanto sul piano civile.

Sono messaggi che arrivano dai partiti tra le righe, ragionamenti a taccuino chiuso, scenari tenuti coperti perché attorno alle armi all’Ucraina si gioca una partita simbolica, meta-politica verrebbe da dire, più grande della sua incidenza reale: Conte usa la vicenda specifica per accreditarsi più in generale sul fronte pacifista, Avs lavora per tessere fili comuni ma tiene il punto perché è l’unica forza politica a non aver mai votato il decreto sulle armi, il Pd deve trovare prima la quadra al suo interno ed Elly Schlein si limita a dire che si troverà un accordo. Del resto, non è un mistero che Conte abbia sostenitori anche tra i moderati e che alcuni lo appoggino proprio per la sua capacità di adattarsi alle situazioni in evoluzione, come gli è successo nei due governi della scorsa legislatura.

IERI CONTE è apparso in un’arena storica della sinistra: l’assemblea triennale del Centro per la riforma dello stato ospitata dalla Casa internazionale delle donne. Qui è stato costretto a volare alto e ragionare dei massimi sistemi più che delle polemiche quotidiane. «Stiamo rotolando nella guerra senza una reale consapevolezza della situazione complessiva», ha esordito il leader pentastellato.

DESCRIVE una situazione in cui le democrazie arrancano e le autocrazie dilagano sulle debolezze delle prime. «Eravamo attrezzati per fronteggiare ogni degenerazione del capitalismo», afferma prima di descrivere un sistema in cui dominano gli oligarchi digitali. Eppure, rassicura, «i cittadini sono maturi e cercano un’alternativa. Molti dei 17 mila che hanno partecipato al processo di Nova sul programma, ad esempio, ci hanno chiesto una nuova Helsinki», cioè una conferenza internazionale che costruisca la pace non sulla deterrenza militare ma sul disarmo e la convivenza. Poi parla della «scompostezza di Trump» che è «legata al debito pubblico mostruoso alla necessità di accaparrarsi le risorse fondamentali, domattina se i Brics dovessero decidere di non usare il dollaro piegherebbero gli usa ma anche dall’Italia possono partire iniziative che possono essere contagiose, mentre meloni sulla scena internazionale è completamente sparita perché non è tempo di stare nel mezzo e traccheggiare».

C’ERA ANCHE il senatore Michele Fina, tesoriere del Partito democratico. All’interno di una relazione più ampia su crisi della democrazia e neocostituzionalismo parla della differenza tra leadership democratica e leaderismo. «La prima nasce dal basso – sostiene Fina – La seconda cala dall’alto, promette immediatezza ma costruisce una relazione povera con i cittadini». Nel frattempo stanno davvero nascendo i comitati Alleanza per la Costituzione promossi da Conte in vista delle primarie? Dal M5S spiegano che stanno raccogliendo tanto entusiasmo e tanta voglia di dare una mano, registrano che ci sono tante persone della società civile che si vogliono organizzare. Poco dopo, lasciando l’assemblea di via della Lungara, Conte concede parole ecumeniche sul programma del campo progressista: «Confido che troveremo delle soluzioni unitarie, coraggiose e all’altezza delle sfide dei nostri tempi».

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