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Per il mancato accordo il problema di Trump non è l’Iran ma Israele

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Politica estera

25/05/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

L’ormai caricaturale ‘tira e molla’ dell’«intransigente Donald Trump» con la presidenza in bilico grazie all’Alleato ‘Amico per la pelle’. Alla Casa Bianca si fa teatro chiamandolo diplomazia. Teatro della ripresa dei bombardamenti o fantasy dell’attacco di terra. Mentre Netanyahu insegue la guerra ad oltranza per cercare di salvarsi alle elezioni e dalla galera.

Le carte perdenti in mano a Donald Trump

«Nella sua metafora preferita delle carte da giocare, quelle che ha in mano sembrano entrambe perdenti. La ripresa della guerra con scarse prospettive di ‘vittoria totale’ e un accordo che nella migliore delle ipotesi riprodurrebbe un facsimile del trattato siglato dieci anni fa dai diplomatici di Barack Obama con garanzie internazionali assai più solide». Nel frattempo, il conto alla rovescia verso le elezioni di midterm, favorisce chiaramente l’Iran, sottolinea Luca Celada, osservatore attento da Los Angeles delle cose americane per il Manifesto.

Alternativa tra il male e il peggio

Dilemma di Trump; accettare le condizioni di Teheran o patire le conseguenze economiche e politiche di una linea dura. Opzioni entrambe pessime per il presidente. Mentre la crisi interna monta. Le dimissioni improvvise di Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence che ha lasciato la carica venerdì scorso nel mezzo di un momento particolarmente delicato che oltre alla guerra mediorientale e un acuirsi della crisi cubana che potrebbe preludere a un colpo di mano statunitense. Prima Pam Bondi (giustizia), Kristi Noem (sicurezza) e Lori Chavez-DeRemer (Lavoro). La nave affonda? La settimana scorsa Trump ha chiesto il licenziamento di Elizabeth MacDonough, la “parlamentarian” (un arbitro su mozioni e procedure congressuali) che aveva decretato irregolare lo stanziamento dei fondi per la nuova sala ricevimenti-bunker della Casa Bianca necessari senza voto del Congresso. Molti lo definiscono «l’arco di trionfo autocelebrativo» di un personaggio sempre più al limite della ragionevolezza.

Fraseggio paranoico

‘Perdere o lasciare’. Ed esce fuori La difesa dei risarcimenti per gli assalitori di Capitol Hill, «vittime di abusi da parte di un’amministrazione Biden malvagia, corrotta e strumentalizzata». I golpisti armati di corna in testa che hanno assalito e invaso il parlamento e ucciso una manciata di poliziotti, tirati per decreto fuori fai carceri dove dovevano stare, che diventano martiri da indennizzare. Lo scalpore per il suo fondo di risarcimento di 1800 milioni di dollari per “perseguitati politici” ha attraversato entrambi i partiti. «Il fatto che l’indennizzo sembra indirizzato ad amici, associati e alleati politici dello stesso presidente ha suscitato proteste anche di esponenti repubblicani, al punto che la presidenza GOP del Senato ha preferito anticipare la chiusura feriale piuttosto che dibattere pubblicamente la questione». E la sua nota e favolosa generosità. Sul decreto risarcimenti (che potrebbero consegnare ad ogni assalitore di Capitol Hill indennizzi milionari pagati dall’erario) Trump ha affermato di aver rinunciato ad intascare una assoluta fortuna per aiutare –ripetiamo-, vittime di abusi da parte di un’amministrazione Biden malvagia, corrotta e strumentalizzata».

Netanyahu e Israele intanto

Escalation israeliana (oltre Gaza e Cisgiordania) in Libano. Oltre 3.100 uccisi dal 2 marzo. Con il «cessate il fuoco» Tel Aviv formalizza l’occupazione, denuncia ancora una volta Pasquale Porciello da Beirut. Per quanto Trump si sforzi di separare la questione iraniana da quella libanese. E eri pomeriggio il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi nell’ultima proposta agli Stati uniti, di voler «legare qualsiasi accordo ci sarà con gli Stati Uniti a un cessate il fuoco in Libano. Fin dal primissimo momento in cui alcuni paesi regionali sono intervenuti come mediatori con l’obiettivo di ridurre le tensioni tra Iran e Usa, abbiamo legato il cessate il fuoco in Libano a qualsiasi accordo». Peccato che il ‘cassate il fuoco’ sul Libano dovrebbe già essere in atto dal 17 aprile. Solo che Israele non lo ha mai rispettato, continuando a bombardare in particolar modo il sud del Libano, ma anche la valle della Beqa’a a est – come ieri -, e in un’occasione la periferia sud di Beirut, la Dahieh.

Dettagli ‘non strategici’ sulle vite umane stroncate

Un cessate il fuoco con cui Israele ha formalizzato l’occupazione militare della Linea Gialla, la fascia di una decina di chilometri lungo il confine sud e sud/est libanese, dove procede alla distruzione sistematica di interi villaggi, radendo al suolo infrastrutture, abitazioni civili e qualunque altra cosa incontri sul cammino, ‘modello Gaza’. Situazione drammatica. Il numero delle vittime sale ogni giorno. Ieri il ministero della salute ha contato 3.123 morti e 9.506 feriti dal 2 marzo. Save the Children e Unicef riportano una costante di circa quattro bambini al giorno uccisi o feriti dalla stessa data.

  • L’escalation israeliana in Libano pare non tenere alcun conto dei negoziati a Islamabad per un accordo. Ma forse, come da nostro titolo, quegli attacchi in Libano sono proprio mirati contro la possibilità di qualsiasi accordo che allenti la guerra permanente in Medio oriente, utile alle parti politiche più estremiste alla vigilia elezioni tese e decisive.
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