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Il governo mette all’indice i nemici. La lotta al dissenso si chiama Daspo

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Politica estera

14/1072026

da Il Manifesto

Giuliano Santoro

Vadi lei La via italiana alla repressione

Se la paura rossa di Donald Trump poggia sul maccartismo e sulla tradizione anticomunista delle agenzie federali, ora che la paranoia antifa si è ufficialmente internazionalizzata bisogna chiedersi come verrà declinata nei singoli contesti e dalle nostre parti. La campagna trumpiana ha già prodotto effetti nell’Europa che fino a pochissimo tempo fa considerava la discriminante antifascista non una postura estremista da attenzionare ma un requisito minimo di civiltà politica.

In Italia l’ondata poggia facilmente su rodati schemi di repressione del dissenso. La punta dell’iceberg sono, come accade fin da quando c’è un sovrano che ha paura della rivoluzione, gli anarchici. Vengono presentati come indifendibili e nei fatti sono poco strutturati, si può quindi costruire qualsiasi congettura affondando il coltello nel burro dello spontaneismo e della balcanizzazione delle strutture.

Ieri all’alba uno schieramento del tutto sproporzionato, con tanto di droni e bonifiche antibomba, ha sgomberato di nuovo il Bencivenga, spazio di area libertaria occupato a Roma che era stato chiuso dopo gli arresti di un mese fa. Sei persone erano state messe dentro, quattro erano finite in carceri ad alta sicurezza. Le accuse sono pesanti: associazione a delinquere con finalità di terrorismo. Ma giusto qualche giorno fa il tribunale del riesame ha liberato tutte e tutti. Da qui il tentativo di riprendersi lo spazio che affaccia sulla via Nomentana e che da tempo è parte del paesaggio delle occupazioni romane. Non solo le forze dell’ordine sono intervenute in maniera pesante, l’evento ha addirittura stimolato un’uscita della presidente del consiglio, che si è sentita in dovere di festeggiare l’operazione, come aveva fatto ormai quasi un anno fa per il Leoncavallo a Milano e poi per Askatasuna a Torino. «La rapida risposta dello stato alla nuova occupazione del centro sociale anarchico Bencivenga, già sgomberato lo scorso 15 giugno, dimostra che nessuno può pensare di imporre l’illegalità come fatto compiuto. Di fronte a occupazioni abusive, violenza e sopraffazione, lo stato non arretra».

L’obiettivo grosso sono i movimenti. Che nel corso della legislatura sono stati colpiti con i due decreti sicurezza e diverse misure ad hoc. Il grimaldello è sempre lo stesso: far passare le questioni sociali come problemi di ordine pubblico. Cui si aggiunge l’elemento che trae linfa dalle campagne repressive degli anni (e dei governi) precedenti, come insegna l’esperienza dei Daspo e dei fogli di via: utilizzare i provvedimenti amministrativi accanto al codice penale. Oggi il consiglio dei ministri rimetterà mano al dl sicurezza per dare la facoltà alla polizia locale di effettuare fermi preventivi. In questo modo si creano zone d’arbitrio, e si svincolano le misure dal controllo della magistratura. Per capire come il governo pensi di mettere tutto in un unico calderone basta guardare alle dichiarazioni rilasciate giusto ieri dal deputato della Lega Eugenio Zoffili: «Pensiamo al terrorista anarchico Cospito che ha gambizzato una persona e fatto un attentato alla scuola allievi carabinieri di Fossano, alle sistematiche e intollerabili violenze degli antagonisti dei centri sociali o agli anarchici che fabbricano ordigni esplosivi: sono pericolosi criminali che bisogna continuare a fermare, come sta facendo la Lega al governo. Il nostro obiettivo è mandarli in galera». «Dietro la formula della lotta al ‘terrorismo di estrema sinistra’ si nasconde un’operazione politica – sostiene Peppe De Cristofaro da Avs – Vogliono trasformare l’antifascismo, il dissenso e i movimenti sociali in un problema di ordine pubblico».

Se ne parlerà il 5 e 6 dicembre prossimi a Padova agli Stati generali contro la repressione e per la giustizia sociale annunciati l’altro giorno allo Sherwood festival: «Non un convegno accademico, ma un luogo di elaborazione politica dal basso, per costruire una nuova grammatica, una nuova prassi, dieci punti programmatici per diritti e libertà, a partire dalle esperienze di chi si organizza».

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