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Il Giappone torna Impero armato e la Cina guarda con sospetto

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Da non dimenticare

17/05/2026

da Remocontro

Giovanni Punzo

Le grandi trasformazioni del Giappone risalgono alla metà dell’Ottocento cui seguì un periodo di forte espansione, soprattutto approfittando della debolezza della Cina e della Russia e di uno stretto rapporto con l’impero britannico. All’inizio del XX secolo il Giappone possedeva colonie in Cina e Corea e prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale aveva occupato militarmente una parte consistente della Cina

O compri, o ti bombardo …

A metà dell’Ottocento il Giappone era chiuso ad ogni contatto con gli occidentali, ad eccezione di una serie di limitati accordi commerciali con l’Olanda che, sebbene datassero dal XVII secolo, non potevano comunque definirsi continui o istituzionalizzati. Probabilmente a causa del sospetto nutrito dai giapponesi nel confronti di tutti gli stranieri, ai quali non era consentito nemmeno l’ingresso nel paese, la stessa presenza olandese era ridotta a una piccola isola davanti al porto di Nagasaki. Inoltre, agli stessi giapponesi non era consentito di recarsi fuori del paese per alcun motivo, né di costruire navi di grandi dimensioni. La situazione interna era del resto molto complessa in quanto, oltre alla politica di isolamento chiamata ‘Sakoku’ (paese incatenato), un’altra grande difficoltà era rappresentata dall’instabilità del Giappone in assenza di un forte potere centrale e quindi in balia di diversi signori locali. Nel frattempo in Estremo Oriente l’impero britannico aveva sconfitto la Cina con le guerre dell’oppio (1842) e rafforzato la sua presenza sulle coste asiatiche ad Hong Kong (occupata nel 1841) e a Singapore (1824). Dopo un paio di tentativi condotti nel 1846 e nel 1848 gli Stati Uniti forzarono la situazione inviando una piccola flotta al comando del commodoro Matthew Perry che consegnò una sorta di ultimatum: si richiedeva in pratica di negoziare un trattato commerciale minacciando di tornare con altre navi se la risposta fosse stata negativa. Indubbiamente il timore di un bombardamento navale e la presenza davanti alle coste di navi di dimensioni mai viste fino a quel momento, e che divennero nella fantasia dei giapponesi le ‘navi nere’, ammorbidì le posizioni; nel 1854, dopo la seconda visita di Perry con il doppio delle navi, fu firmato un primo trattato al quale si aggiunse ben presto anche la Gran Bretagna.

Conquiste coloniali

Dopo meno di mezzo secolo dai trattati di apertura, sui quali indubbiamente era stata esercita una certa forzatura tanto che furono chiamati ‘trattati ineguali’, il Giappone vantava di essere la principale potenza dell’Estremo Oriente ed effettivamente, tralasciando la presenza europea, lo era diventata, anche grazie alla presenza di istruttori militari occidentali e a robusti acquisti di armi e navi da guerra in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1876 il Giappone, dando prova di aver imparato molto dai metodi del colonialismo, costrinse la Corea a sottoscrivere un trattato commerciale. Nel 1894, adducendo come casus belli l’assassinio di un politico coreano filo-giapponese e lo scoppio di una rivolta contadina favorevole invece all’intervento cinese, il Giappone scatenò una guerra contro la Cina avendone ragione in poco tempo e obbligandola a rinunciare ai propri diritti sulla Corea. Poiché in precedenza la Corea aveva anche assunto impegni con l’impero russo riguardo la concessione di basi, la pretese giapponesi finirono per creare quell’instabilità che avrebbe condotto ad un conflitto di più vasta portata quale fu la guerra russo-giapponese (1904-1905) alla fine della quale la Russia fu sconfitta dimostrando di essere un colosso dai piedi di argilla. A completare questa prima fase di consolidamento giapponese a scapito della Cina venne infine la Prima Guerra mondiale: il Giappone, schierato con l’Inghilterra e la Francia, fornì un aiuto determinate nelle operazioni che portarono alla caduta della colonia tedesca di Tsingtao (oggi Quingdao, sulla costa meridionale della Cina) e degli altri possedimenti tedeschi nel Pacifico. Con questo intervento il disegno giapponese di assoggettare la Cina e rivestire una maggiore influenza nel Pacifico si fece sempre più chiaro.

I massacri in Cina

Fu soprattutto prima e durante la Seconda Guerra mondiale che la politica di aggressione giapponese nei confronti della Cina divenne estrema e brutale. Una prima fase che iniziò negli anni Trenta, fu la costituzione in Manciuria di uno stato fantoccio che si protrasse fino al 1945 per sfruttarne sistematicamente tutte le risorse a favore del Giappone. Per assicurare la parvenza di uno stato autonomo, il titolo imperiale fu conferito al cinese Pu Yi, che era effettivamente l’ultimo discendente della dinastia Qing, ma la cui sovranità si rivelò del tutto fittizia e ogni aspetto controllato minuziosamente dagli occupanti. La seconda guerra cino-giapponese scoppiò nel 1937: inizialmente l’esercito cinese riuscì a rallentare l’avanzata nemica fino al mese di agosto, ma nell’autunno ogni difesa fu travolta. Non si trattava affatto però di colonne militari che avanzavano ordinatamente occupando il paese, ma una massa travolgente che lungo il percorso si abbandonava ad violenza possibile ed immaginabile contro i prigionieri e soprattutto la popolazione civile. Una delle pagine più orribili fu il massacro di Nanchino: la città era al momento la capitale delle repubblica cinese e al suoi interno per sei interminabili settimane i giapponesi uccisero con crudeltà almeno trecentomila cinesi, tra quali donne e bambini in numero non determinabile. Terribili sono le testimonianze dei numerosi occidentali presenti in città. Ancora oggi il massacro di Nanchino è motivo di frequenti e roventi polemiche tra Cina e Giappone il fatto che alcuni manuali scolastici giapponesi lo abbiano minimizzato a cominciare dal numero delle vittime. Ancora una volta il negazionismo si è affacciato nella sua mimetizzazione più frequente, la contestazione del numero dei morti. 

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