02/02/2026
da Remocontro
Cosa accade davvero nelle strade di Teheran? Due pesi massimi a carcere di capire. Sabato Piero Orteca, oggi Alberto Negri dal manifesto. Tutti, gli analisti e noi, a chiederci cosa potrà accadere tra le inquietudini popolari iraniane con lo schieramento della flotta Usa nel Golfo Persico. Nella certezza generalizzata che non potrà essere alcun bis di Venezuela. E che qualsiasi intervento armato potrebbe innescare una catastrofe regionale sul già precario equilibrio energetico planetario.
«Asia occidentale Non c’è solo un Iran: il regime è indebolito ma non in liquidazione, c’è chi diffida degli Usa e di Reza Pahlevi. Da un cambio poco cruento fino al crollo nel caos, gli scenari sono molti», la premessa di Negri.
Dal poco che sappiamo della vita a Tehran
Le manifestazioni, nate dalla protesta economica del Bazar poi diventata politica, dalle grandi città alle provincie, sono state stroncate da una macabra repressione, in queste ore il traffico è calato, gli iraniani hanno cambiato abitudini, rientrano a casa il prima possibile per non essere sorpresi dagli eventi e dagli arresti, in corso senza sosta: nell’aria, oltre al lutto e alla depressione per i morti, c’è la speranza ma anche il timore di un attacco americano portato dall’Armada di Trump nel Golfo, che non è qui certo in gita turistica.
Sì al negoziato ma basta minacce
Ma non c’è un solo Iran: il regime pur indebolito non è in liquidazione, l’opposizione non ha veri leader né una piattaforma comune ed è infiltrata, come scrive il Financial Times, da movimenti come il Mek i Mujaheddin Khalq, legati a Usa e Israele. C’è chi diffida di Trump ma anche dell’invocato (da alcuni) figlio dello Shah Reza Palhevi che avevano illuso gli iraniani di un aiuto quando sono stati spinti di nuovo in piazza e massacrati, c’è chi teme nuove ondate di repressione dei pasdaran, chi un crollo verticale dello stato e poi il caos. E il potere della repubblica islamica, a parte le minacce e le mobilitazioni militari contro Trump e Israele, è già intervenuto.
Invasione e rivolta interna?
Il presidente Pezeshkian ha diramato l’ordine agli oltre 40 governatori delle provincie di saltare le procedure burocratiche per gli approvvigionamenti in caso di disarticolazione delle istituzioni centrali. Il segnale che il regime degli ayatollah prevede, come è avvenuto nella guerra dei ‘12 giorni’ a giugno, che vengano colpiti i vertici di pasdaran e basiji. Un esempio tra i tanti: allora fu fatto fuori, insieme alle difese antiaeree, il capo dell’aviazione Amir Ali Hajzadeh, sostituito da Majid Mousavi. E furono raggiunti alcuni capi militari nelle abitazioni private o dei parenti. Segno che c’è una rete di spie nel Paese.
- Un vecchio amico iraniano, che fece anche la rivoluzione, mi disse un giorno: «Quando qui decidiamo qualche cosa che riguarda Israele, Israele è sempre seduta al nostro tavolo». A buon intenditore…
Guida suprema ed eredi
Masoud Khamenei, terzo figlio della Guida suprema, ha intanto preso in carico l’ufficio del gran capo e gestisce direttamente una somma di 500 milioni di dollari, in gran parte delle Fondazioni (Bonyad), di cui un centinaio si trovano in conti esteri. Il fatto che Bruxelles abbia inserito i pasdaran tra i gruppi terroristici può infastidire assai il regime: i soldi degli ayatollah non stanno solo a Mosca o Pechino, alleati di Teheran, e nelle casse delle milizie filo-sciite ma anche nei conti bancari a Londra e a Ginevra (dove finora si è guardato poco o nulla). Così si moltiplicano gli scenari (in proposito leggere “L’Iran ai tempi di Trump” di Luciana Borsatti ex corrispondente Ansa da Teheran).
Previsioni BBC, sei possibilità
Il primo prevede attacchi mirati, vittime civili minime e una transizione verso la democrazia. Eventualità definita «estremamente ottimistica» in quanto gli interventi militari occidentali in Iraq e Libia hanno messo fine ai regimi ma li hanno poi sprofondati in anni di guerre civili, caos e terrorismo. In una seconda ipotesi della Bbc il regime di Teheran potrebbe sopravvivere ma le sue politiche diventerebbero in qualche modo più moderate. Questa opzione è definita come «modello venezuelano». Ed è forse questa la soluzione cui lavora la mediazione del sultano turco Erdogan e in parte i Paesi del Golfo come sauditi ed Emirati che non hanno concesso il loro spazio aereo agli Usa. L’Iran dovrebbe rinunciare al nucleare e ai missili balistici, riducendo il suo sostegno alle milizie in Medio Oriente e allentando la repressione delle proteste.
Crollo del regime e via estremizzando
La terza possibilità prevede il crollo del regime, sostituito da un governo militare. Si tratta dello scenario che molti analisti pensano possa essere «il più probabile». Nella confusione che seguirebbe a eventuali attacchi, è possibile che l’Iran finisca per essere sottoposto a un governo militare, composto da esponenti dei pasdaran. La quarta possibilità è quella di una reazione dell’Iran con attacchi alle forze americane, a Israele e ai Paesi vicini. Nel Golfo questa eventualità ha fatto salire il nervosismo a fior di pelle.
Ultime due ipotesi
Un quinto scenario prevede la reazione dell’Iran tramite il posizionamento da parte di Teheran di mine nel Golfo e in particolare nello Stretto di Hormuz dove ogni anno passano circa il 20% delle esportazioni mondiali di gas liquefatto e il 25% del petrolio. Una mossa che avrebbe un impatto notevole al rialzo sulle quotazioni del barile.L’ultimo scenario, definito «molto concreto» è quello del crollo del regime seguito dal caos. Questa sarebbe la soluzione che spaventa di più i Paesi vicini, dal Qatar all’Arabia Saudita agli Emirati. Nessuno sarebbe felice di vedere la nazione più grande della regione (93 milioni di abitanti su 1,6 milioni di kmq) sprofondare innescando una crisi umanitaria e di rifugiati, assai temuta pure dalla Turchia.
Sulle poche certezze
Ma proviamo a stare sulle certezze. La strategia di fondo Usa in Medio Oriente non cambia mai nei decenni e con ogni presidente: Israele deve restare unica superpotenza. Gli Stati uniti hanno appena varato una fornitura di armi a Israele da 6,7 miliardi di dollari, neppure un cent per Gaza dove Tel Aviv continua a uccidere i civili. Per l’Iran non è prevista la democrazia ma la disgregazione dello stato come in Iraq, Siria e Libia: Israele deve essere l’unica superpotenza dotata di atomica e dominante in ogni aspetto militare.
Come dimostrano Gaza, il Venezuela o Cuba, dei popoli e della democrazia a Trump non importa nulla, se non a parole. Altro che valori comuni.
La stretta attualità nota
L’elenco di 2.986 persone uccise nelle proteste
L’ufficio presidenziale dell’Iran ha pubblicato oggi sui media statali un elenco di 2.986 persone uccise nelle proteste, con il loro nome, cognome, nome del padre e parte del loro codice nazionale. «La pubblicazione dell’elenco, fornito dalla Polizia Scientifica dello Stato, è avvenuta su ordine del presidente Masoud Pezeshkian, in base ai principi di trasparenza, responsabilità e rendicontazione», ha dichiarato l’ufficio, citato dall’agenzia Irna.
Gli eserciti europei come ‘terroristi’
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf ha dichiarato che gli eserciti dei Paesi europei sono ufficialmente considerati terroristi dall’Iran, in una mossa di ritorsione contro la designazione delle Guardie della Rivoluzione islamica come organizzazione terroristica da parte dell’Unione europea. Nei giorni scorsi, il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran Ali Larijani aveva annunciato che «sulla base di una risoluzione dell’assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione Ue contro i pasdaran sono considerati terroristi da Teheran».
Khamenei, ‘attacco Usa guerra regionale’
La guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha lanciato l’allarme su una ‘guerra regionale’ in caso di attacco da parte degli Usa. «Gli Stati Uniti devono essere consapevoli che qualsiasi attacco contro l’Iran porterà sicuramente a una guerra nella regione», ha affermato.



