06/03/2026
da Remocontro
Per Donald Trump il campo di battaglia non è solo il Medio Oriente: è il carrello della spesa del mondo. Di peso politico decisivo quello degli americani, alla vigilia del voto di metà mandato della presidenza. Gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale di petrolio, ma non sono affatto immuni agli shock che arrivano dal Golfo.

I dati che molti vorrebbero nascondere
Un’indagine di Reuters ha rilevato che con il Brent sopra gli 83 dollari al barile, i consumatori americani stanno già pagando il conto. La benzina è salita a 3,20 dollari al gallone in pochi giorni. Il diesel ha superato i 4 dollari al gallone per la prima volta in quasi due anni, registrando il maggiore aumento giornaliero dai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina. E proprio il diesel è il vero detonatore dell’effetto domino: alimenta camion, agricoltura, logistica. Quando il suo prezzo sale, si alza il costo di trasporto di qualsiasi bene. Dagli alimentari agli elettrodomestici, ogni prodotto incorpora energia. Se gli agricoltori riducono le semine per i costi più alti e i trasportatori aumentano le tariffe, l’inflazione si diffonde come un’onda lunga nell’economia reale. Insomma, l’elettore medio non segue le dinamiche geopolitiche nello Stretto di Hormuz: guarda lo scontrino del supermercato e il prezzo alla pompa.
Non solo caro energia
La pressione inflazionistica non si limita all’energia. La Silicon Valley sta già affrontando un aumento dei costi dei chip di memoria, fondamentali per data center, smartphone, laptop e automobili. La Corea del Sud, principale fornitore globale, dipende dal Medio Oriente per petrolio, gas ed elementi strategici come l’elio. Un’escalation energetica colpirebbe duramente anche Giappone, India e Cina, economie maggiormente dipendenti di Usa ed Europa dalle importazioni di greggio mediorientale. Non a caso le borse asiatiche hanno subito cali più forti di quelli statunitensi ed europei dall’inizio delle ostilità. Se l’inflazione energetica si salda con quella tecnologica e alimentare, il rischio è un nuovo ciclo di rialzi dei prezzi
Europa sempre bersaglio Trump
In Europa la situazione è altrettanto fragile: le scorte di gas sono state erose da un inverno rigido e servono circa 700 carichi di GNL per riempire gli stoccaggi estivi, molti più rispetto allo scorso anno. Con i prezzi in aumento di quasi il 50% in una settimana, il costo dell’operazione è salito di miliardi di dollari. Infine, last but not least, la Russia. Un petrolio stabilmente sopra gli 80 dollari al barile rappresenta per il Cremlino un’ancora di stabilità fiscale: maggiori entrate in valuta pregiata, deficit sotto controllo e capacità di finanziare sia la spesa militare sia fornire un sostegno all’economia interna già provata dallo sbilancio dell’industria bellica che ha riportato il Pil sotto l’1%. Per un Paese senza influenze elettorali e con un’inflazione che viaggia a velocità quadrupla di quella europea e tripla di quella americana, gli aumenti del gas potrebbero essere ben sostenuti.
Le scommesse a rischio di Donald Trump
Lo scenario inquietante dell’inflazione globale sembra però non incidere sui mercati che, invece, scommettono sulla normalizzazione. Gli investitori, per ora, puntano su un conflitto circoscritto e fissano già una fine entro l’estate. La curva dei ‘futures’ sul Brent, che rappresenta quanto il mercato oggi è disposto-scommette di pagare per il petrolio consegnato in momenti futuri (tra un mese, tre mesi, un anno, ecc.), indica un ritorno dei prezzi verso i livelli pre-crisi entro fine anno. Anche il gas naturale viene visto in calo graduale nel medio termine. Ma questa, appunto, è una scommessa. Come quella di Donald Trump.

