18/10/2026
da Il Manifesto
Le piazze I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti
Dopo ogni mobilitazione in cui avvengono tafferugli, il più delle volte di modesta entità, siamo costretti ad assistere alla replica di uno stucchevole sceneggiato. La parte governativa, dopo aver doverosamente elogiato il diritto di manifestare in astratto, senza alcuna promessa di interlocuzione, ne condanna il concreto svolgersi per le forme violente che lo accompagnano, cui non farebbero seguito immediate prese di distanza da parte dei «manifestanti pacifici».
I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti. Meno subalterno alle retoriche di legge e ordine sarebbe stato ricordare che i giovani sono arrabbiati e se un corso d’acqua viene trascurato e soffocato per decenni poi non si può pretendere che non straripi.
Ad ogni buon conto questa miserevole caricatura della democrazia a cui partecipano tutte le parti politiche senza eccezione non ha ben chiara la distinzione tra lotta e mendicità. I movimenti non sono processioni di postulanti che reclamano garbatamente da chi li governa «pane, lavoro e sconti fiscali», come piacerebbe a una destra specializzata nell’elargizione mirata di aiutini e prebende. Le lotte partono piuttosto dalla presa di coscienza collettiva che qualcosa è stato sottratto, qualcos’altro negato o dirottato non per errore ma per scelta interessata. Che una collettività ha subito danni e trova di fronte a sé strade sbarrate da precise decisioni politiche.
Dunque perché la propria voce possa avere forza, e questa forza essere temibile, qualcosa deve essere almeno temporaneamente sottratto al normale svolgimento della vita del paese. Il rispetto delle regole deve essere aggirato, sospeso o reinterpretato, che si tratti di scioperi o di occupazioni (di edifici e di suolo pubblico), di sospensione di servizi, di blocco delle merci o altre forme di boicottaggio. Per mostrare concretamente, oltre che affermarlo, che «non si può andare avanti così».
Lo scriveva anche Machiavelli che senza tumulti la Repubblica degenera e i governanti inclinano verso l’arbitrio e la tirannia. E i tumulti, per dirla in cinese antico, «non sono un pranzo di gala». La società francese applica da sempre questa forma di correttivo alle politiche di governo e assai frequentemente con successo.
L’attuale movimento degli studenti non fa eccezione.
La destra, quella originale, così come quella subalterna dei partiti socialdemocratici, vedono la conflittualità sociale come il fumo negli occhi, come un assortimento di reati e di manipolazioni politiche da denunciare e perseguire. Tuttavia scontrarsi con questo principio d’ordine è il solo modo per smuovere rapporti sociali stagnanti e arrestare l’avanzata di forme sempre più autoritarie di governo.
Beninteso il conflitto e le forme di lotta possono essere interpretati in diversi modi e a diversi gradi di intensità, in alcuni casi discutibili se non proprio controproducenti. Così come anche la risposta delle forze dell’ordine, che va dal semplice presidio di luoghi sensibili fino alla Diaz e Bolzaneto, segue una modulazione politicamente guidata da governi che secondo le opportunità intendono intimorire o rassicurare, simulare un dialogo o sbandierare intransigenza. E che si sono dotati di strumenti repressivi sempre più mirati a colpire pesantemente proprio quelle forme di lotta che per amplificare la voce della protesta mirano a interrompere o turbare il normale svolgimento delle attività quotidiane.
Gli autotrasportatori e gli agricoltori, generalmente orientati a destra, sono stati risparmiati, ma cosa accadrà al primo blocco stradale degli studenti?

