25/03/2026
da Il Manifesto
Strage di Stato Ministri e vice alla porta. Ma pensare di recuperare credibilità facendo fuori mezzo governo dopo tre anni e mezzo è sintomo più che altro di disperazione
Lunedì sera la premier deve essersi addormentata sotto la siepe che ha fatto da sfondo al video della sconfitta, facendo perdere le sue tracce. Ieri all’ora di pranzo il suo staff ha infatti diramato un comunicato che suonava come un sospiro di sollievo: «La presidente del consiglio Giorgia Meloni è a palazzo Chigi». Sotto la siepe, svegliata dal cinguettio dei pappagallini che accompagnava la sua breve e ancora confusa riflessione social sul referendum, Meloni deve aver a lungo meditato sui suoi errori e deciso di cambiare tutto.
I frutti si sono visti immediatamente: nel comunicato di palazzo Chigi si dice «la presidente», non più «il». Sotto le siepi si possono fare scoperte sorprendenti.
Tornata a palazzo Chigi, lontana dai festosi pappagallini, la premier ha abbandonato i toni soft degli ultimi giorni prima del voto e impugnato la scimitarra: il problema – avrà pensato – non sono le mie scelte, ma le cattive compagnie, quelli che non sanno stare in società, figurarsi in un ministero e sporcano la mia immagine splendente. E la scimitarra ha cominciato a roteare sulle teste degli indegni. Certo, al ministero di via Arenula l’aria era diventata assai pesante. Il sottosegretario Delmastro era in effetti indifendibile.
Ma da tempo, prima dello scoop sulle bistecche. Possibile chiedere un voto ai cittadini in nome del garantismo e sistemare al vertice del ministero della giustizia, settore carcere, un dirigente politico che gode a «non far respirare» i detenuti trasportati nelle auto della penitenziaria? Possibile, perché quel dirigente è un uomo della cerchia strettissima con cui Meloni condivide ideali, proposte e progetti politici. Ed è proprio Delmastro, più di Giusi Bartolozzi, che per Meloni era diventata prima del voto soprattutto un “memento” e più dello stesso Nordio, colpevole di parlare troppo ma sempre ubbidiente, il buco nero dal quale Meloni non può – e non vuole – uscire nemmeno facendo tabula rasa. Al di là del guaio della bisteccheria, la sua dimensione è quella di una destra identitaria, settaria, che non ha niente di liberale. Lo ha confermato il fidato sottosegretario Fazzolari, uno del clan ristretto, la cui prima reazione alla risposta democratica delle urne è stata quella di sfoderare i canini contro i magistrati.
Nell’«establishment» del paese per quieto vivere o per attrazione nei confronti del potere o per opportunismo, in tanti hanno preferito non vedere. Ma lo ha visto la maggioranza degli elettori, i giovani ansiosi di futuro e di cambiamento e per questo vittime di un accanimento mai visto da parte di un governo, i lavoratori costretti a scioperare per salari da fame e trattati da fannulloni e gitanti del weekend, i disoccupati senza reddito oltraggiati come aspiranti parassiti. I milioni presi in giro con finti tagli delle tasse e finti record occupazionali e che si credeva di portare alle urne ad approvare convintamente la riforma naufragata spaventandoli con storielle di boschi, lupi cattivi e cacciatori buoni. Un offesa all’intelligenza di donne e uomini consapevoli, respinta seccamente al mittente.
Il sottosegretario Delmastro è sembrato alla premier il capro espiatorio più facile da scegliere, in nome dell’onore e del patto di sangue tra antichi camerati. Quello da dare in pasto a un’opinione pubblica che però non chiede vittime sacrificali. Il duello inedito perché alla luce del sole tra la presidente del consiglio e una sua ministra, Daniela Santanchè, dice ancora più chiaramente quanto suona falso il ritornello di una leader capace e competente circondata da una classe dirigente non alla sua altezza. La ministra del turismo non fa parte del clan Meloni, ma di quello La Russa. Famiglia allargata, ma sempre famiglia. Difficile a questo punto per la premier non bruciarsi, dopo l’incendio che ha appiccato nella sua stessa casa e con la ministra pronta a vendere cara la pelle.
Se accanto alla siepe, nel parco dove ha registrato il suo video, ci fosse stato un laghetto, Meloni avrebbe fatto meglio a guardarsi allo specchio. Pensare di recuperare credibilità facendo fuori mezzo governo dopo tre anni e mezzo è sintomo più che altro di disperazione.
Legittimo che tenti di andare avanti. Ma agli esponenti politici o gli opinionisti che lanciano appelli per il ritorno, dopo lo scontro referendario, a un confronto pacato, al dialogo, ai toni bassi, bisognerebbe chiedere dove hanno vissuto finora. Forse anche loro si erano addormentati sotto la siepe.

