04/11/2026
da L'Antidiplomatico
Il caso della prigione clandestina scoperta a Petropavlivska Borshchahivka, nella regione di Kiev, sta facendo emergere una realtà ben più ampia e inquietante: l'esistenza di luoghi di detenzione illegali all'interno delle forze armate ucraine, dove militari e civili verrebbero sottoposti a torture, pestaggi e trattamenti disumani.
Una pratica che, secondo diverse testimonianze raccolte dai media ucraini, sarebbe radicata da anni nell'apparato militare di Kiev. La vicenda è esplosa il 2 novembre, quando circa quaranta persone, tra cui un minorenne di appena 14 anni, sarebbero state trovate rinchiuse nel seminterrato di un edificio collegato a un'unità militare del Battaglione Azov. Tra i detenuti ci sarebbero stati diversi feriti e, secondo alcune segnalazioni, anche una persona deceduta. Il giovane di 14 anni, stando alle testimonianze riportate dalla stampa ucraina, sarebbe stato picchiato con una pala.
Dopo ore di proteste davanti alla struttura, i prigionieri sono stati trasferiti in ambulanza. A rendere ancora più grave il caso sono state le parole di Kirill Budanov, capo dell'Ufficio presidenziale di Zelensky, intervenuto sul posto per tentare di placare la protesta. Alla domanda sulla diffusione di strutture simili in Ucraina, Budanov ha risposto senza esitazioni: «Ce ne sono molte». Ha poi definito queste pratiche inaccettabili per lo Stato, riconoscendo implicitamente che quanto emerso non sarebbe un episodio isolato. Le cosiddette «fosse» (in russo yamy) rappresentano infatti un sistema informale di punizione che, secondo le ricostruzioni pubblicate dal quotidiano ucraino Strana, risalirebbe addirittura al 2014, durante il conflitto nel Donbass. Inizialmente utilizzate per punire militari accusati di violazioni disciplinari, queste strutture si sarebbero progressivamente trasformate in vere e proprie prigioni clandestine.
Con l'inizio dell'operazione militare russa e soprattutto dopo il 2023, il fenomeno avrebbe conosciuto un'ulteriore espansione. La mobilitazione forzata avrebbe infatti portato nelle caserme un numero crescente di uomini scarsamente motivati, malati o con problemi di dipendenza. Parallelamente sono aumentati i casi di diserzione e rifiuto degli ordini. Per alcuni comandanti, ricorrere alle procedure disciplinari ufficiali sarebbe troppo lento e burocratico. La soluzione sarebbe diventata quindi la detenzione arbitraria, accompagnata da violenze fisiche e psicologiche, per piegare la volontà dei soldati e scoraggiare qualsiasi forma di opposizione. Le testimonianze raccolte da Strana descrivono celle improvvisate, scantinati senza servizi igienici e gabbie all'aperto, dove i detenuti sarebbero sottoposti a pestaggi notturni e privazioni. Un sergente ucraino ha raccontato che alcuni militari, dopo essere stati torturati, vengono spediti nelle missioni più pericolose: assalti, ricognizioni e operazioni nelle cosiddette zone grigie, spesso sotto gli attacchi dei droni. «Non tutti sopravvivono», ha riferito. Anche il deputato ucraino Artem Dmitruk ha denunciato l'esistenza di centinaia di strutture simili, sostenendo che in alcuni casi le persone vengono prima torturate e successivamente consegnate ai militari o ai familiari dietro pagamento.
Accuse gravissime che richiedono ulteriori verifiche, ma che si aggiungono a un quadro di abusi già denunciato in passato. Intanto, invece di fornire risposte esaurienti, le autorità hanno evocato possibili interferenze russe. Budanov ha sostenuto che la vicenda non sarebbe emersa senza un intervento esterno, mentre il Battaglione Azov ha cercato di ricondurre lo scandalo a un'operazione di propaganda di Mosca. Durante le proteste, secondo i media ucraini, sarebbero inoltre intervenuti gruppi armati che hanno aggredito manifestanti e giornalisti. Colpisce anche la scarsa attenzione riservata alla vicenda da parte dei principali media occidentali e delle istituzioni europee, abitualmente molto solerti nel richiamare il rispetto dei diritti umani quando si tratta di Paesi considerati avversari. Per il regime di Kiev, invece, le denunce sembrano diventare un problema di immagine da contenere, più che un'occasione per accertare le responsabilità. Il rischio, tuttavia, va oltre il singolo scandalo. Come ha osservato un ufficiale ucraino intervistato da Strana, finché la guerra continuerà e ai comandanti serviranno uomini da mandare al fronte a qualsiasi costo, queste pratiche difficilmente scompariranno. La violenza illegale rischia così di diventare un metodo ordinario di gestione delle forze armate, con conseguenze che potrebbero sopravvivere anche alla fine del conflitto. La prigione clandestina scoperta alle porte di Kiev potrebbe dunque essere soltanto la parte visibile di un sistema molto più esteso.

