02/11/2026
da Remocontro
Ennio Remondino
Una minaccia reale e una minaccia gonfiata possono coesistere, la valutazione del diplomatico Marco Carnelos. La ‘guerra ibrida’ inventata per utilità politica, è il passaggio successivo. Stiamo alle forzature. Non passa settimana senza che un drone avvistato, un incendio, un blackout, un attacco informatico vengano automaticamente attribuiti ad operazioni ibride russe.
La Russia nemico scontato
«L’idea che Mosca sia impegnata da tempo in una «guerra ibrida» a spese dei membri della comunità transatlantica (NATO e UE), o di quel che ne resta, è ormai così diffusa – specialmente da questa parte dell’oceano, che ha quasi assunto lo status di una verità ontologica». Quasi un espediente per spostare l’attenzione sulle vistose carenze di governance delle liberal-democrazie, specialmente europee, sempre più disconnesse dai disagi delle loro opinioni pubbliche e sulle loro cause. «La Russia, in fin dei conti, è utile per continuare quelle prassi che – dalle nostre parti – sin dalla Grecia del V secolo avanti Cristo utilizza l’esistenza di un nemico, reale o immaginario che sia, come bussola e giustificazione per le scelte politiche, giuste o sbagliate che siano».
Guerra ibrida, tre aspetti
Primo: la guerra ibrida non è una novità di questi ultimi anni, è sempre esistita sia pur in forme diverse. Azioni spionistiche, sabotaggi e azioni di propaganda ed influenza hanno sempre accompagnato la storia dell’umanità e, a tutti gli effetti, sono forme di guerra ibrida, come lo sono sempre state le cosiddette interferenze di uno Stato negli affari interni di un altro Stato. Naturalmente, le odierne tecnologie informatiche i network digitali globali ne hanno ampliato l’invasività e la possibilità di fare danni.
Secondo: la conduzione di operazioni o di vere e proprie guerre ibride non è una prerogativa esclusiva della Russia. Tutti gli Stati che dispongono delle capacità, degli strumenti e delle motivazioni per farle le conducono e, in questo ambito non vi sono poi grandi differenze tra le condotte delle democrazie liberali e quelle dei regimi definiti autoritari. Le cosiddette Rivoluzioni Colorate che le liberaldemocrazie hanno sostenuto in diverse parti del mondo negli ultimi decenni sono state operazioni di guerra ibrida.
Terzo: al pari della Russia, anche diversi membri della NATO sono impegnati – e ben prima dell’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 – in operazioni configurabili come operazioni di ‘guerra ibrida’ ai danni di Mosca. «Alla luce dell’esperienza, infine, non sarebbe temerario sostenere che l’Occidente sia stato assai più efficace nel portare avanti forme di guerra ibrida rispetto alla Russia che spesso si è rivelata sin troppo maldestra nella loro esecuzione», la valutazione del diplomatico.
Categoria elastica, prove fragili
Non esiste una definizione concordata di cosa sia un attacco ibrido. L’International Institute of Strategic Studies di Londra ammette che il termine è “amorfo”. Alcuni rapporti censiscono solo atti di sabotaggio fisico; altri includono addirittura manifestazioni per la pace o unità della marina russa che attraversano la Manica o voli in prossimità dello spazio aereo di Paesi NATO. Di fatto, guerra ibrida è un concetto che può essere usato per includere quasi qualsiasi cosa. Montature usate per spaventare opinioni pubbliche e renderle più propense ad accettare l’enorme aumento delle spese militari con abbassamento del tenore di vita in nome dalla sicurezza.
La saga delle frottole
Diversi episodi molto pubblicizzati si sono successivamente sgonfiati. L’incidente del cargo DHL nel novembre 2024, l’incendio di Heathrow nel marzo 2025 e il presunto jamming ai danni dell’aereo del Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, nel settembre 2025, non hanno retto a un esame elementare, e il coinvolgimento russo è stato escluso. Il caso più emblematico è stato la psicosi dei droni dell’autunno 2025, con aeroporti chiusi e leader che puntavano il dito contro Mosca. Un’indagine olandese su una sessantina di segnalazioni ha riscontrato alti livelli di panico ma nessuna prova di coinvolgimento russo. Resta il maccanismo secondo cui, su un qualsivoglia episodio ‘sospettabile’, parte l’accusa che riscuote maggiore risonanza mediatica. La smentita, quando arriva, passa quasi inosservata.
Caso di Lipsia e prove pubbliche
L’episodio di maggior rilievo negli ultimi mesi è stato il tentato attacco con droni all’aeroporto di Lipsia-Halle del 4 agosto. Il ministro dell’Interno tedesco ha sostenuto che componenti ed esplosivi riconducono ad altre operazioni russe. Mosca ovviamente ha negato ogni responsabilità. Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato che «le prove sono chiare» ma nessuna di queste è stata resa pubblica. Di fatto, alle opinioni pubbliche viene chiesto di fidarsi. «Sembra un dejà vu di quanto accaduto nel 2003 con la guerra all’Iraq, giustificata con il presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte del Paese che poi si è rivelò del tutto infondato».
Paradosso stratosferico
Se la componente informativa/informatica di questa guerra è reale, essa passa quasi interamente attraverso piattaforme digitali americane: Meta, Google, X. «Le tesi che queste piattaforme sarebbero indipendenti e che non subirebbero alcun condizionamento da parte delle Amministrazioni statunitensi genera ormai diffusa ilarità». La riprova sarebbe il contrasto con il trattamento di altri temi. Un rapporto di Human Rights Watch ha documentato una censura «sistemica e globale» dei contenuti sulla Palestina su Instagram e Facebook. Se una guerra ibrida vera dilagasse davvero, perché quelle aziende che sanno essere così zelanti su certi temi o aree geografiche risultano così tolleranti o passive su altri?
Minaccia reale o strumento d’inganno?
- «La questione di fondo resta aperta: una minaccia reale e una minaccia gonfiata possono coesistere, e distinguerle richiede prove pubbliche; accuse e dichiarazioni da sole non bastano soprattutto alla luce della posta in gioco in Europa, ovvero il rischio di un’escalation che potrebbe portare ad un catastrofico – per tutti – conflitto aperto con la Russia». Una analisi su cui riflettere.

