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Golfo Persico, il “miracolo” di Trump: tutti contro tutti

Golfo Persico, il “miracolo” di Trump: tutti contro tutti

Politica estera

07/05/2026

da Remocontro

Piero Orteca

La guerra all’Iran ha fatto saltare il tappo, che teneva imprigionato nella bottiglia del Golfo Persico il genio malefico di antiche inimicizie. Oggi, gli Stati arabi della regione, sotto traccia, sembrano più divisi che mai. Si sentono, soprattutto, vergognosamente abbandonati dagli americani, che invece sono solo preoccupati di chiudere, prima possibile, la loro sconclusionata avventura militare.

Gli Emirati sotto attacco

«Chi pensa di coprirsi con gli Stati Uniti, in realtà resta nudo», recita la frase-cult dell’ex Presidente egiziano Hosni Mubarak, che di americani (e delle loro giravolte) evidentemente si intendeva assai. Episodio ricordato, non a caso, dal Wall Street Journal, proprio in un report sul Medio Oriente che suona come un pesante atto di accusa per la diplomazia di Washington. Il succo del discorso è semplice: Trump si preoccupa di trattare con l’Iran, per cercare di salvare il salvabile (le elezioni di Medio termine e la maggioranza congressuale). Ma, intanto, non si cura degli alleati arabi del Golfo, che restano esposti a tutte le rappresaglie di Teheran e alle paturnie dei volubili “pasdaran”. Alleati che, anzi (l’impressione è proprio questa), sembra siano diventati il capro espiatorio di tutte le frustrazioni degli ayatollah. I numeri non mentono e bastano a mandare su tutte le furie i fedelissimi (ma molto irritati) seguaci sunniti della Casa Bianca. In particolare, a essere presi di mira sono stati gli Emirati Arabi Uniti che, secondo la contabilità effettuata dai think-tank che si occupano delle operazioni militari, fin dall’inizio delle ostilità sono stati colpiti complessivamente da un numero stratosferico di droni e missili iraniani: si parla di quasi 3 mila colpi. E tutto questo senza una formale dichiarazione di guerra. L’ultimo attacco ha danneggiato Fujairah, l’unico porto petrolifero funzionante degli Emirati, provocando un incendio e ferendo tre persone. Inoltre, sono stati lanciati su diversi altri bersagli missili balistici e da crociera, per un totale di 15 vettori e quattro droni. Trump ha detto che l’attacco è stato “di lieve entità”, mentre il capo del Pentagono, Pete Hegseth ha ribadito che, nonostante le violazioni iraniane, Washington manterrà il cessate il fuoco.

A cosa punta Teheran?

Gli ayatollah non si muovono a casaccio. C’è una logica stringente nel prendere di mira i “soci” che gli americani hanno nella regione, massimizzando il costo delle ostilità per tutti. Sperano, così, di creare una fitta rete di insoddisfazione per il conflitto, da usare come formidabile elemento di pressione per chiuderlo. Alle migliori condizioni per loro, è chiaro. Dunque, gli analisti di mezzo mondo sono al lavoro per cercare di interpretare (in anticipo) le mosse che arriveranno dai palazzi del potere sciita persiano. Non è facile, perché la “iranologia” contemporanea è molto complessa, vista anche la caotica transizione “di fase” del Paese. Ma chi lo studia da tanti anni espone delle teorie convincenti. Mehran Haghiran e Jessica Obeud (Bourse and Bazaar Foundation) pensano che Teheran conosca bene tutti i retroscena politici, che condizionano le relazioni nel blocco dei sei Paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Gli ayatollah sanno della crescente rivalità tra l’Arabia Saudita e gli Emirati e s’insinuano nelle pieghe di queste divergenze. «Per anni – scrivono i due analisti – il Golfo è stato spesso descritto come un blocco unico. Tale descrizione è sempre stata incompleta e la guerra ha chiarito che ogni Stato opera secondo i propri calcoli. Gli Emirati si stanno muovendo prima e in modo più aperto rispetto ad altri, ma non sono soli in questa direzione. La decisione di lasciare l’OPEC, ad esempio, è un passo nel processo di rivalutazione delle opzioni politiche e riflette una regione che non si coordina più nell’ambito di un quadro condiviso, ma si adatta sotto pressione. Ciascuno Stato a modo suo, cercando di affermare il proprio ruolo all’interno del sistema internazionale».

 C’erano una volta le alleanze

Il Wall Street Journal fa una riflessione che, per la verità, sembra più un grido di dolore per la “diplomazia perduta”. O, se vogliamo essere più pratici, un’esortazione a rivalutare il ruolo degli Stati Uniti al di là del credo quasi messianico della dottrina “MAGA”. In sostanza, la crisi del Golfo Persico viene attentamente scansionata dal prestigioso giornale come cartina di tornasole di un nuovo modo “di fare politica estera” da parte dell’America. Un approccio che, sembra inutile dirlo, non solo lascia molte Cancellerie scontente, ma comincia anche a seminare il panico, dilagante soprattutto nei mercati finanziari, che vivono di “aspettative”. «Dal punto di vista degli Stati del Golfo – sostiene Dania Thafer, del Gulf International Forum – sembra che gli Stati Uniti non stiano dando priorità alla loro sicurezza e che, in sostanza, li abbiano abbandonati al loro destino. Se gli Usa non reagiscono, gli iraniani concluderanno che non vogliono tornare in guerra, e questo comprometterà la deterrenza». Se l’America persegue i suoi interessi, che vengono prima dei trattati di alleanza (almeno così pare di interpretare certe prese di posizione della Casa Bianca) allora, sottolinea il Journal, c’è un reale timore tra i governi amici in Europa e in Asia «che Trump, proprio come con gli Emirati Arabi, possa scegliere di ignorare attacchi sul loro territorio da parte di Russia, Cina o Corea del Nord, se ciò gli conviene. Nel lungo periodo, questo atteggiamento solleva il dubbio se le basi statunitensi in tutto il mondo rappresentino una risorsa o un onere per la sicurezza delle nazioni che le ospitano».

«Se pensavate di comprarvi la lealtà americana, ora penserete che una base americana non faccia altro che rendervi un bersaglio, mentre gli Stati Uniti sono altrettanto propensi a tradirvi», ha sentenziato il generale dell’Aeronautica inglese Edward Stringer. Come dargli torto?

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